Elementi correlati
Cerca in Encarta
Cerca in Encarta informazioni su Discriminazione

Risultati di Windows Live® Search

Tutti i risultati in
Risultati di Windows Live® Search

Discriminazione

Articolo
Multimedia
Martin Luther KingMartin Luther King
Struttura articolo
1

Introduzione

Discriminazione Trattamento non paritario riservato a un singolo individuo o a un gruppo, a causa della sua appartenenza a una particolare categoria, classe sociale o etnia, oppure a causa del sesso o delle preferenze sessuali, della religione professata, delle opinioni politiche, dell’età, di un handicap.

La discriminazione, che ha origini molto antiche (basti pensare alla lunga storia di persecuzioni vissuta dagli ebrei), è una condizione contro cui nel corso dei secoli sono state combattute molte battaglie ma che, nonostante i molti sforzi fatti, è tuttora presente in forme palesi o nascoste. In tempi recenti un notevole successo nella lotta alla discriminazione razziale è stato ad esempio conseguito con l’abolizione dell’apartheid in Sudafrica. Un caso di grave diseguaglianza sociale tuttora diffuso in molte società riguarda invece la condizione della donna, che viene ancora discriminata rispetto all’uomo e spesso gode di minori diritti.

La legislazione contro la discriminazione oggi vigente a livello internazionale, varata per garantire a tutti gli individui eguali opportunità, è il frutto di sforzi compiuti per combattere i comportamenti discriminatori soprattutto a partire dalla ratifica nel 1945 della Carta dell’Organizzazione delle Nazioni Unite, che sancì “il rispetto per i diritti umani e per le libertà fondamentali di tutti gli individui senza distinzioni di razza, sesso, lingua o religione”. Un’analoga dichiarazione, ma più estesa, fu poi inclusa nella Dichiarazione universale dei diritti umani, sottoscritta dall’Assemblea generale dell’ONU nel 1948, che non è però vincolante per gli stati membri.

2

Discriminazione sessuale

Una delle forme più diffuse di discriminazione è quella sessuale, prevalentemente attuata dalla popolazione maschile a scapito di quella femminile; ciò non esclude la possibilità di una forma di discriminazione sessuale femminile a danno degli uomini. Un’altra grave forma di discriminazione sessuale è quella riservata agli omosessuali

Il termine “sessismo” – che indica sia l’atteggiamento di chi valuta la capacità di una persona in base al sesso, sia la discriminazione conseguente – è diventato di uso comune con la nascita dei movimenti femministi negli anni Sessanta. Il termine designa tuttavia un fenomeno decisamente più antico; quasi tutte le culture oggi dominanti nel mondo, come pure le maggiori religioni, si basano infatti su un sistema patriarcale (governato cioè dai padri), in cui, tradizionalmente, i diritti di proprietà e di cittadinanza vengono trasmessi attraverso la linea di discendenza maschile: questo spiega perché lo status legale delle donne rimase costantemente inferiore a quello degli uomini, e perché fino al XX secolo le donne non ottennero il diritto di voto, ebbero limitati diritti di proprietà e furono assoggettate a padri o mariti in quasi tutti gli ambiti della vita quotidiana.

Le prime effettive conquiste in campo legale furono ottenute dalle campagne femministe a favore del suffragio universale, fra il tardo Ottocento e i primi del Novecento. Tale progresso è avvenuto più lentamente nelle culture orientali, nelle quali alcune pratiche sociali come la circoncisione femminile, l’uccisione delle neonate e i privilegi dei mariti nell’esercizio del divorzio sono ancora presenti. In alcuni paesi come l’India, comunque, sono state varate alcune riforme per migliorare lo status delle donne, grazie soprattutto alla spinta dei movimenti femministi locali, che si sono appellati più volte all’Organizzazione delle Nazioni Unite per consolidare le proprie conquiste sociali.

In Occidente, dalla rivendicazione dei diritti si è passati alla critica degli atteggiamenti sessisti dominanti nella società, grazie soprattutto ai contributi di scrittrici come Virginia Woolf e Simone de Beauvoir. Anche i movimenti omosessuali e femministi dei tardi anni Sessanta sono stati determinanti nella lotta contro il sessismo. Dagli anni Ottanta, la questione sessista è stata presa in considerazione anche nella prospettiva dei diritti negati agli uomini (ad esempio la custodia dei figli).

2.1

La discriminazione sessuale e i media

Nella perpetuazione della cultura sessista una parte di responsabilità è attribuibile ai mass media, che tendono spesso a presentare in modo acritico immagini stereotipate di uomini e donne. Un esempio è il modo in cui, fino a qualche anno fa, venivano rappresentate nella programmazione televisiva, ma soprattutto nella pubblicità, le donne: prevalentemente come madri o casalinghe; altrettanto ricorrenti erano invece le immagini di uomini intenti a occupazioni interessanti che si svolgevano fuori casa. L’immagine comunicata da questi stereotipi era che gli uomini non fossero in alcun modo coinvolti nella vita familiare e che le donne non avessero alcun interesse per il mondo esterno, soprattutto per quello del lavoro. Tentativi di porre rimedio a questo tipo di mistificazione culturale sono stati fatti a vari livelli: la produzione cinematografica indipendente e il teatro alternativo, ad esempio, hanno dato espressione non solo alle esperienze delle donne, ma anche a quelle degli omosessuali e delle minoranze sociali.

Una particolare attenzione è stata poi dedicata alla produzione televisiva, artistica e letteraria per l’infanzia, perché è fondamentale educare i bambini a una cultura e a comportamenti non sessisti fin dalla prima infanzia.

2.2

La discriminazione sessuale e il linguaggio

Negli ultimi anni numerosi studiosi di linguistica hanno sottolineato come il linguaggio sia fortemente sessista: in italiano, ad esempio, si usa comunemente la parola “uomo” per indicare genericamente “l’uomo e la donna”. Molte università, soprattutto nei paesi anglosassoni, hanno adottato norme linguistiche atte a evitare l’insorgenza della discriminazione; alcune misure legislative di questo genere, dirette soprattutto alla pubblica amministrazione, sono state adottate anche in Italia.

Il dibattito sul linguaggio è recentemente entrato a far parte della più ampia discussione sulla “correttezza politica” (political correctness), finalizzato alla creazione di un modello di comportamento “politicamente corretto”, cioè imparziale, auspicabile a qualsiasi livello e che dovrebbe partire proprio dall’abbandono di espressioni discriminanti.

Precedente
|
Successiva
Trova nell'articolo
Anteprima di stampa
Invia




© 2008 Microsoft