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Lettera ai romani Epistola del Nuovo Testamento, la più lunga delle lettere di san Paolo; composta nel 58, probabilmente a Corinto, era destinata alla Chiesa di Roma. Paolo aveva terminato la sua opera missionaria in Asia Minore ed era in procinto di recarsi a Gerusalemme, da dove sperava di ripartire alla volta di Roma, per poi portare il Vangelo in Spagna. La lettera svolge così la funzione di autopresentazione dell’apostolo e di illustrazione della sua dottrina, poiché Paolo temeva che la sua opera missionaria e la sua concezione del Vangelo potessero essere compromesse dalla predicazione dei cristiani giudaizzanti, probabilmente presenti anche nella comunità di Roma.
Il tema principale della lettera è il Vangelo: “Potenza di Dio per la salvezza di chiunque crede” (1:16). Gli uomini “giustificati dalla fede” (5:1), spiega Paolo, hanno un rapporto nuovo con Dio, una vita sicura dell’amore di Dio e della salvezza finale (5:1-8:39). Essi possono così sperimentare un’esistenza nello spirito capace di stabilire con Dio un rapporto così intimo e confidenziale da poterlo chiamare abbà, “padre” (capitolo 8). Nei capitoli 9-11, Paolo affronta la delicata questione del rapporto tra le promesse di Dio e Israele. Certo, la non adesione di Israele a Cristo è motivo di tristezza e di preoccupazione poiché Paolo è fermamente convinto dell’assoluta centralità di Cristo per la salvezza degli uomini. Tuttavia ciò che è accaduto rimane pur sempre all’interno della logica provvidenziale di Dio: egli infatti attraverso l’incredulità di Israele ha spalancato ai gentili (il nuovo Israele della fede) le porte della salvezza e nello stesso tempo mantiene fede per sempre alle sue promesse. Paolo è dunque certo che il popolo ebraico non sia stato abbandonato da Dio e che comunque, anche se in modo non prevedibile, esso rientrerà pienamente nel disegno salvifico di Dio in Cristo. Rimane esclusa ogni presunzione: degli ebrei e dei pagani, perché tutti, in quanto peccatori, hanno assoluta necessità di essere salvati.
Nell’ultima sezione della lettera, Paolo fornisce esortazioni morali e istruzioni: i credenti devono offrire i propri corpi a Dio come “sacrificio vivente” (12:1), amare i nemici (12:14-21), obbedire all’autorità civile (13:1-7), non avere debito con alcuno se non l’amore: “perché chi ama il suo simile ha adempiuto la legge” (13:8), ricordare che Dio è giudice di tutto (14:1-12), perciò essere tolleranti verso chi è “debole nella fede” (14:1) e rinunciare a se stessi seguendo l’esempio di Gesù, per il bene di tutti (14:13-15:13). Paolo conclude la lettera con una breve difesa delle sue attività missionarie e una dossologia (15:14-16:27). Molti studiosi suggeriscono che quasi tutto il capitolo 16, che nei testi moderni accoglie versetti che nei manoscritti antichi costituiscono l’appendice al capitolo 15, fosse in origine una lettera a sé stante; altri, tuttavia, continuano a ritenere l’attuale capitolo 16 parte dell’originale dello scritto. La lettera ai Romani è l’esposizione più sistematica, profonda e completa del pensiero teologico paolino ed è perciò uno dei testi più importanti del Nuovo Testamento.
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