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Buddhismo Zen Indirizzo di pensiero sorto in Cina dall’incontro del buddhismo Mahayana con il taoismo e diffusosi prevalentemente in Giappone a partire dalla fine del XII secolo: “zen” è la forma giapponese della parola cinese chan, a sua volta connessa con il termine dhyana, che in sanscrito esprime la condizione contemplativa che libera la mente dalla distinzione fra il sé e la realtà esterna. Si tratta del tentativo, comune anche ad altre scuole buddhiste, di superare i condizionamenti delle proprie sensazioni attraverso la consapevolezza del “vuoto” (sunyata) che caratterizza tutte le cose.
Introdotto in Cina, secondo la tradizione, nel 520 dal monaco indiano Bodhidharma, lo Zen ebbe nella prima fase della sua storia esponenti di spicco come Huineng, Deshan (782-865) e Lin Ji (?-866); ottenne i migliori risultati in campo artistico all’epoca della dinastia Sung (960-1279) con i capolavori della pittura a inchiostro nero (vedi Arte cinese). Attraverso i monaci inviati a studiare in Cina, lo Zen penetrò in Giappone: la setta Rinzai, introdotta da Eisai (1141-1215) nel 1191, e l’indirizzo Soto, diffuso da Dogen nel 1227, sono tuttora attivi e hanno prodotto pittori del valore di Sesshu e Jasoku, oltre ai maestri della particolare tecnica poetica che trova espressione nei brevi componimenti detti haiku. Noto al pubblico occidentale soprattutto grazie alla pubblicazione in lingua inglese dei Saggi sul buddhismo Zen dello studioso giapponese Daisetz Teitaro Suzuki (1870-1966), alla fine della seconda guerra mondiale lo zen suscitò in Europa e negli Stati Uniti l’interesse di artisti, filosofi e psicologi, affascinati dalla suggestività della sua pittura e della sua scultura, e dalla profondità di un pensiero in cui venivano individuate presunte connessioni con alcune correnti della filosofia contemporanea.
Le cose di cui l’uomo fa esperienza non possono essere classificate per mezzo dei dati empirici forniti dalla percezione, poiché sono dotate di una realtà propria più profonda e universale. Il mondo deve dunque essere colto nella sua essenza, in uno stato di “non mente” che lasci scorrere i pensieri senza conservarne traccia. A differenza delle altre scuole buddhiste (ovvero la Mahayana e la Theravada), lo Zen sostiene che questo stato, irraggiungibile attraverso le pratiche rituali e devozionali, è frutto di una introspezione diretta e immediata (in giapponese satori) che sottrae alle parole e alle azioni qualsiasi significato simbolico e rappresentativo, impedendo che nella mente si generi una qualsiasi forma di pensiero autonomo. Un esempio di questo approccio può essere colto nell’atteggiamento del maestro Yaoshan, pronto a rispondere, a chi gli chiedesse quale fosse la via dello Zen, che essa consiste nel percepire in modo assolutamente libero e distaccato una nube nel cielo o una brocca piena d’acqua, rifiutando quindi di definire una visione filosofica attraverso concetti astratti e simbolici. I monasteri Zen, nei quali possono soggiornare anche i laici, sono sostanzialmente scuole di meditazione nelle quali si praticano anche numerose attività manuali e artistiche, come la pittura e la calligrafia e, accanto alla cerimonia del tè, tecniche marziali tipicamente giapponesi, come il kendo e il ju-jutsu. Apprezzando maggiormente l’azione piuttosto che la teoria, e la contemplazione diretta della natura piuttosto che la sua interpretazione, il pensiero Zen intende liberare la mente dai pericoli insiti in ogni processo di elaborazione concettuale, limitandosi a cogliere con distacco le forme della realtà esterna, intesa come dato immediatamente circoscrivibile nel momento stesso in cui viene percepito e fatto oggetto di rappresentazione figurativa; la rappresentazione artistica, pertanto, deve unire la perfezione tecnica e formale all’assenza di ogni intento interpretativo.
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