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Struttura articolo
Introduzione; Un progetto di rinnovamento globale; Pittura; Scultura ; Architettura ; Arti grafiche, fotografia, moda; Letteratura; Connessioni con la cultura europea
Nel campo dell’architettura il futurismo trovò i massimi interpreti nelle figure di Antonio Sant’Elia e Mario Chiattone, autori di progetti visionari e monumentali volti alla costruzione di una “città nuova”: tali elaborati e avveniristici disegni, che in molti casi precorrevano alcuni esiti dell’architettura del dopoguerra, non furono tuttavia mai realizzati, anche a causa della morte precoce di Sant’Elia. Nel 1914 fu pubblicato il Manifesto dell’architettura futurista, nel quale si magnificavano le nuove tecnologie, si proponeva l’impiego di materiali nuovi e si auspicava la realizzazione di impianti di servizio e di trasporto come l’ascensore e la metropolitana; l’obiettivo era lo studio e la messa a punto di un’architettura funzionale e adeguata al tenore di vita moderno.
Vivace e in continua trasformazione, il movimento futurista rinnovò l’arte italiana anche nei settori della grafica, nel quale si distinse la personalità di Fortunato Depero, e della fotografia, con gli esperimenti condotti da Anton Giulio Bragaglia. Nel 1913 Bragaglia presentò una raccolta di fotografie di soggetti in movimento (Fotodinamismo futurista), realizzate mediante un’esposizione prolungata: tra le stampe più significative, si ricordano lo Schiaffo (1913) e il Falegname che sega (1913). Grande attenzione fu data anche alla moda, che doveva testimoniare il nuovo stile di vita dinamico, “veloce”, proiettato verso il futuro: i futuristi propugnarono un abbigliamento di “cattivo gusto”, in contrapposizione al vecchio “buon gusto” borghese, disegnando abiti sorprendenti, fantasiosi, e soprattutto comodi e funzionali. La mise maschile prevedeva cravatte metalliche (quando non lampadine trasformate in cravatte), cappelli asimmetrici, giacche da sera con una manica cilindrica e l’altra a sezione quadrata, scarpe “dinamiche” (spaiate), e i celebri “modificanti”, elementi applicabili con speciali bottoni in grado di cambiare taglio e aspetto dell’abito. Allo stesso modo gli abiti femminili, che pure includevano la cravatta, prevedevano asimmetrie e inconsuete combinazioni cromatiche e, come i cappelli e le borse, dovevano essere trasformabili. Venne introdotta inoltre la tuta (ne fu promotore Ernesto Thayaht), ideata in origine per il lavoro industriale, ma proposta anche quale confortevole capo di abbigliamento che avrebbe sostituito lo scomodo e costoso abito di moda. Le prove più convincenti dell’abbigliamento futurista furono tuttavia quelle pensate per il palcoscenico: molto interessanti sono i costumi teatrali disegnati da Depero e da Enrico Prampolini. Le idee futuriste sulla moda furono esposte nei manifesti Le vétement masculin futuriste (1914) di Balla, di cui esiste una variante in italiano dal titolo Il vestito antineutrale (fosforescente, “agilizzante”, interventista); e Ricostruzione futurista dell'universo (1915) di Balla e Depero. Gli abiti futuristi furono quasi sempre indossati dai loro creatori.
L’incidenza del movimento fu significativa anche in letteratura, perché contribuì a svecchiare la cultura italiana e ad aprirla alle suggestioni internazionali, in particolare quelle della poesia simbolista francese, che proprio attraverso il futurismo avrebbe più tardi influenzato la corrente poetica più importante del primo dopoguerra italiano, l’ermetismo. I principali centri di diffusione del futurismo furono Milano – dove già nel 1905 Marinetti aveva fondato la rivista “Poesia” che, dopo essere stata organo del simbolismo italiano, pubblicò i testi dei poeti futuristi – e Firenze, dove la rivista “Lacerba”, fondata nel 1913 da Giovanni Papini e Ardengo Soffici, dava molto spazio alle opere e alle discussioni futuriste. Oltre a Marinetti, Papini e Soffici, aderirono al movimento, anche se non in maniera esclusiva, gli scrittori e poeti Paolo Buzzi, Luciano Folgore, Corrado Govoni, Gian Pietro Lucini, Aldo Palazzeschi e Giuseppe Ungaretti. Contro la tradizione classica e il sentimentalismo tardoromantico (nel manifesto programmatico Marinetti esortava: Date fuoco agli scaffali delle biblioteche! … Uccidete il chiaro di luna!), il futurismo proponeva mezzi espressivi adeguati a rendere il dinamismo della vita moderna: le “parole in libertà” – ossia un discorso veloce ottenuto attraverso l’eliminazione della sintassi, i verbi all’infinito, l’abolizione degli avverbi, degli aggettivi e della punteggiatura – e l’“immaginazione senza fili” – cioè il ricorso all’analogia come tecnica capace di tradurre immediatamente un’intuizione o una suggestione. Molta importanza veniva attribuita anche all’aspetto visivo della pagina letteraria, con l’utilizzo di caratteri tipografici diversi per tipo e dimensione e la sostituzione della punteggiatura con simboli matematici.
Certamente influenzato dal pensiero di Bergson e di Nietzsche, per lo slancio vitalistico e l’importanza attribuita all’intuizione, il futurismo fu l’ultimo movimento culturale italiano a esercitare un influsso significativo anche al di fuori dell’Italia: in Francia fu vicino all’esperienza futurista il poeta Guillaume Apollinaire, in particolare per le raccolte Alcools (1913) e Calligrammi (1918), dove compaiono esperimenti di poesia visiva. Più tardi anche i dadaisti e i surrealisti, tra i quali soprattutto Tristan Tzara e André Breton, condivideranno con i futuristi la teoria delle “parole in libertà” e la valorizzazione del discorso analogico. Più evidente fu la diffusione del movimento in Russia. Sorto in aperta polemica con il simbolismo, il futurismo russo si sviluppò in due momenti, tra il 1910 e il 1915 e, dopo la rivoluzione, tra il 1917 e il 1930 (anno della morte di Vladimir Majakovskij, il più celebre esponente del movimento). Tra le numerose correnti che caratterizzarono il primo periodo, la più interessante fu il cubofuturismo, che nel 1912 pubblicò il manifesto Schiaffo al gusto corrente, dove veniva proposta una trasformazione radicale delle formule poetiche tradizionali. Importanti furono i legami con l’avanguardia artistica, in particolare i pittori Natalja Gončarova e Kazimir Malevič, che spesso illustrarono le opere letterarie. Il rifiuto del passato e il desiderio di innovazione condussero il futurismo russo a scelte politiche di segno diametralmente opposto rispetto al nazionalismo interventista di Marinetti: dopo il 1917 il movimento aderì infatti al nuovo regime sovietico e, attraverso riviste come “Il giornale dei futuristi” e “L’arte della Comune” (organi ufficiali degli artisti d’avanguardia), sostenne l’indissolubilità del legame tra esperienza artistica, sviluppo industriale e rivoluzione bolscevica. Ma l’involuzione autoritaristica del regime, che in campo artistico e letterario avrebbe portato al rigido conformismo del realismo socialista, deluse e scoraggiò ben presto, mettendoli a tacere, i maggiori esponenti dell’avanguardismo rivoluzionario. Di questo processo involutivo il suicidio di Majakovskij fu l’episodio più drammatico.
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