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Utilitarismo In filosofia e in etica, la concezione che identifica il bene con l’utile e commisura il valore morale dell’agire individuale e collettivo all’utilità dei suoi effetti. Sebbene questa concezione si possa far risalire alla filosofia di Epicuro e in generale all’edonismo antico, l’utilitarismo acquista uno specifico rilievo nel pensiero etico, economico e politico inglese del Settecento e dell’Ottocento. Esso ha infatti attinenza con la diffusione del liberalismo in politica e del liberismo in economia.
L’utilitarismo fu enunciato nella sua forma caratteristica dal teologo protestante William Paley (1743-1805) nei Principi di filosofia morale e politica (1785) e dal filosofo Jeremy Bentham nella sua Introduzione ai principi della morale e della legislazione (1789). Nell’opera di Paley, l’utilitarismo si concilia con una impostazione teologica secondo cui il fondamento della legge morale è Dio: l’azione che è conforme a tale legge comporta un piacere, l’azione opposta genera dolore e infelicità; ciò implica una definizione della virtù come “far del bene all’umanità, obbedendo alla volontà di Dio, e ponendo le premesse per un’eterna felicità”. Bentham rese la teoria utilitaristica non soltanto il fondamento di una dottrina morale, ma anche il nucleo di un programma di riforme giuridiche e politiche che convergevano nel promuovere la democrazia rappresentativa. Egli sosteneva che il solo movente delle azioni umane è l’attesa del piacere e del dolore. L’utilità si configura pertanto come ciò che consente di “massimizzare” il piacere e “minimizzare” il dolore. Ciò non va inteso in maniera angustamente egoistica: secondo Bentham, che si richiamava al pensiero dell’illuminista lombardo Cesare Beccaria, si trattava di realizzare la massima felicità divisa tra il maggior numero di individui. In questa prospettiva la democrazia rappresentativa, fondata sul suffragio universale (pur limitato da Bentham ai maschi alfabetizzati), costituisce la forma di governo migliore per garantire la felicità sociale. Bentham cercò inoltre di trasformare l’etica in una scienza esatta, sottraendola pertanto a principi inverificabili quali l’obbedienza ai comandamenti divini o la spinta di un sentimento morale. Per far questo, egli cercò di formulare una graduatoria dei piaceri e dei dolori, classificandoli in base alla loro intensità, purezza, durata, prossimità o lontananza, certezza, fecondità, e in base alla loro estensione al maggior numero di persone. Ne derivava il progetto di un’“algebra morale”, vale a dire di un’etica intesa come calcolo dei piaceri e dei dolori.
Altri celebri esponenti dell’utilitarismo furono i filosofi inglesi James Mill (1773-1836) e suo figlio John Stuart Mill. Il primo illustrò e divulgò la teoria in vari articoli scritti in massima parte per la “Westminster Review”, un periodico da lui fondato nel 1823 con Bentham. John Stuart Mill, che fece dell’utilitarismo l’oggetto di uno dei suoi trattati filosofici (Utilitarismo, 1863), fu l’esponente di maggior spicco di questo indirizzo intorno alla metà dell’Ottocento. Il suo contributo alla teoria utilitarista consistette nel riconoscimento di una distinzione qualitativa, oltre che puramente quantitativa, fra i piaceri. In questa prospettiva egli si fece interprete di una concezione altruistica dell’utilitarismo, che faceva altresì prevalere l’utile generale su quello particolare e i piaceri intellettuali su quelli corporei. Dal canto suo Herbert Spencer, nei suoi Principi di etica (1879), cercò di combinare la teoria utilitarista con i principi dell’evoluzione biologica di Charles Darwin, affermando che la specie umana tende, nella sua evoluzione, alla meta finale di un perfetto accordo di egoismo e altruismo, di felicità individuale e felicità collettiva.
Nel dibattito contemporaneo sull’etica si evidenzia un filone filosofico che è stato definito “nuovo utilitarismo”. Tale corrente, che si richiama ovviamente alle teorie di Bentham e di Mill, considera come criterio per valutare l’agire etico degli individui gli effetti prodotti da tale agire, in relazione al raggiungimento della massima felicità possibile per il maggior numero di persone. Formulando il “principio della equiprobabilità”, John Harsanyi (1920-2000) ipotizza che un individuo, posto di fronte alla scelta fra diversi sistemi sociali (ad esempio fra capitalismo e socialismo), possa scegliere astraendo da considerazioni egoistiche, sulla base del principio di una uguale probabilità di andare a occupare qualsiasi posizione sociale e quindi della ricerca della determinazione di un livello medio di utilità. Un’altra forma di neoutilitarismo è la posizione di Richard Hare (nato nel 1919), il quale tenta una conciliazione fra l’utilitarismo e l’etica di Kant, secondo cui una norma è morale solo se universalizzabile.
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