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Introduzione; Filosofia greca; Filosofia dell’età ellenistica e romana; Filosofia medievale; Filosofia rinascimentale; Filosofia moderna; Filosofia contemporanea
David Hume, volgendo la critica di Berkeley della sostanza materiale contro la credenza, professata dallo stesso Berkeley, nella sostanza spirituale, arrivò a negare la permanenza dell’identità del soggetto percipiente. Allo stesso modo giudicò insensate tutte le asserzioni metafisiche su quanto non sia direttamente percepibile. Analizzando causalità e induzione, infine, asserì che non esiste alcuna giustificazione logica per credere nell’esistenza di un nesso causale fra due eventi o per trarre un’inferenza dal passato al futuro.
In risposta allo scetticismo di Hume, Immanuel Kant armonizzò i principi dell’empirismo con le istanze razionaliste, sottolineando l’importanza della deduzione e il ruolo del soggetto entro il processo conoscitivo. Secondo Kant tutta la conoscenza deriva dall’esperienza; tuttavia la mente impone un ordine e una forma a tutte le sue percezioni, e quest’ordine può essere scoperto a priori. Kant limitò la conoscenza al “mondo fenomenico” dell’esperienza, sostenendo che le cose in sé (cioè il “mondo noumenico”, che esiste indipendentemente dall’esperienza) sono inconoscibili e, come tali, oggetto di fede più che di scienza. Negli scritti di etica, Kant identificò le massime morali con i cosiddetti “imperativi categorici”, prescrizioni assolute della ragione che non ammettono eccezioni e che non sono in relazione con interessi materiali. In campo politico fu fautore del cosmopolitismo che animò l’Età dei Lumi e auspicò una pace perpetua garantita da una federazione mondiale di stati repubblicani. In Francia la seconda metà del XVIII secolo fu segnata dalla nascita dell’illuminismo, movimento filosofico che costituì la matrice culturale della Rivoluzione francese e si diffuse rapidamente in tutta Europa e in Nord America. Tra i più importanti pensatori del periodo vi furono Jean-Jacques Rousseau, che ridefinì i principi della dottrina del contratto sociale impegnandosi in un’appassionata difesa della democrazia; Voltaire, implacabile avversario di qualsiasi forma di intolleranza e fanatismo; Denis Diderot, che diresse, insieme con Jean-Baptiste D’Alembert, il progetto editoriale dell’Encyclopédie.
In Germania, dopo Kant, l’idealismo divenne la tendenza dominante. Eliminando la distinzione kantiana fra “fenomeno” e “cosa in sé”, Johann Gottlieb Fichte ricondusse il reale all’attività di un Io assoluto, di cui la volontà umana è una parziale manifestazione. Friedrich Wilhelm Schelling postulò invece l’identità di spirito e natura in un’unica realtà che può essere conosciuta attraverso l’intuizione estetica. Georg Wilhelm Friedrich Hegel creò un sistema fondato su una nuova concezione della logica, in cui conflitto e contraddizione sono concepiti come elementi necessari della verità; pertanto l’oggetto dell’indagine filosofica si identifica con un processo piuttosto che con uno stato di cose. Fonte di tutta la realtà, secondo Hegel, è lo Spirito assoluto, che da forme astratte procede verso forme via via più concrete, attraverso un processo dialettico costituito da tre momenti: un momento iniziale (tesi), il suo opposto (antitesi) e un terzo momento che è la sintesi dei primi due. Lo spirito, per Hegel, si manifesta nella storia realizzandosi nella forma suprema dello stato.
Contrapponendosi alla fiducia hegeliana nello sviluppo della ragione come progresso della libertà, il filosofo tedesco Arthur Schopenhauer asserì che natura e umanità sono la concretizzazione di una volontà irrazionale, da cui è possibile sfuggire unicamente mediante l’esperienza artistica o la rinuncia al desiderio di felicità. Dal canto suo, lo “scrittore cristiano” Søren Kierkegaard difese, contro la “tirannia” della ragione, il valore dell’individuo e delle sue scelte; affermando che i problemi della vita devono essere affrontati e risolti dal singolo, Kierkegaard pose le basi per l’esistenzialismo del XX secolo. In Francia, Auguste Comte fu invece il maggior esponente del positivismo, che contrappose alla metafisica idealistica il rigore di un metodo d’indagine fondato sullo studio scientifico dei fatti e delle leggi di natura, e affidò alla filosofia il compito di estendere l’approccio sperimentale a ogni campo del sapere. In Inghilterra, Herbert Spencer collocò il positivismo in una prospettiva evoluzionista, al fine di ricondurre i fenomeni naturali e sociali a un processo di “adattamento” all’ambiente, mentre John Stuart Mill, erede della tradizione utilitarista fondata da Jeremy Bentham, poneva a fondamento dell’etica e della politica la libertà del singolo.
Karl Marx, pur formulando una critica radicale dell’idealismo, utilizzò la dialettica hegeliana per cogliere le leggi di sviluppo della realtà storica e per teorizzare la dipendenza dei rapporti sociali e di ogni sovrastruttura ideologica dalla struttura economica della società. Fautore di un radicale materialismo, Marx intese la filosofia non solo come strumento di comprensione, ma anche come concreto impegno di trasformazione del reale. Su tali basi, insieme con Friedrich Engels, egli delineò l’orizzonte progettuale del comunismo.
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