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Buddhismo Mahayana Una delle due correnti principali del buddhismo, diffusasi dall’India in Cina, Corea, Giappone, Tibet, Asia centrale e Vietnam. È considerata dagli aderenti come depositaria dell’autentica tradizione dottrinale risalente al Buddha, in opposizione alla più antica scuola del buddhismo Theravada. Il Mahayana (in sanscrito “Grande veicolo”), che già nel periodo indiano appare diviso in due scuole, la Madhyamika e la Vijnanavada, diede origine, diffondendosi al di fuori dell’India, a ulteriori sviluppi dottrinali, come quelli della scuola della Terra Pura e del buddhismo Zen.
Pur considerata una delle “diciotto scuole” del buddhismo primitivo, questa corrente si discostò, qualche tempo prima dell’ascesa al trono di Aśoka, dalle posizioni rigide e tendenzialmente conservatrici della primitiva comunità: venne mitigata la disciplina monastica e si elaborò una visione metafisica del Buddha, entità trascendente che avrebbe assunto un’apparenza corporea come Buddha storico. A partire dal II-III secolo d.C. ebbero origine diverse scuole mahayaniche, tra le quali quella Madhyamika (“Sentiero medio”, “Via di mezzo”), fondata da Nagarjuna. Fra le altre scuole, la Yogacara o Vijnanavada sorse in India nel IV secolo e, diffusasi in Cina due secoli dopo, in seguito passò anche in Giappone. La Avatamsaka (vedi Avatamsaka Sutra) nacque invece in Cina, per passare poi in Corea alla fine del VII secolo e in Giappone, dove è nota come “scuola Kegon”. Sempre di origine cinese, con diffusione in Corea e in Giappone, è la scuola Tendai, mentre l’indirizzo Chan (Zen in giapponese), introdotto in Cina dal leggendario monaco indiano Bodhidharma, costituisce un interessante punto di contatto fra il Mahayana e il taoismo cinese; il buddhismo Zen raggiunse a sua volta, alla fine del XII secolo, la Corea, il Giappone, e, insieme con l’indirizzo della Terra Pura, il Vietnam. Nel VII secolo prese avvio anche la penetrazione del Mahayana in Tibet, dove il buddhismo fiorirà poi in una forma dai caratteri spiccatamente originali, il lamaismo. Nel Sud-Est asiatico, nello Sri Lanka e in Indonesia il Mahayana fu soppiantato dalla corrente Theravada, oltre che dall’induismo e dall’islam. Lasciò però alcune tracce significative anche in campo artistico, come il complesso monumentale di Angkor Vat in Cambogia. Si integrò poi nella società cinese e si diffuse in Corea in epoca Koryo (935-1392), prima delle restrizioni imposte dalla dinastia Yi (1392-1910), e in Giappone, con la riforma della scuola Zen condotta da figure come Dogen e Honen e la nascita di scuole locali, come la Nichiren. Indebolito in epoca Edo (1600-1868), e posto sotto controllo statale durante lo shogunato dei Tokugawa, il Mahayana giapponese dovette affrontare anche l’ostilità dei governanti dopo la restaurazione Meiji del 1868, assieme alle scuole dei paesi – Cina, Cambogia, Vietnam, Corea del Nord – nei quali, nel XX secolo, si instaurarono regimi comunisti.
Nella tradizione Mahayana il concetto di sangha, la comunità monastica del buddhismo primitivo, assume un significato più ampio, includendo oltre ai monaci anche i fedeli laici, e la via per giungere alla condizione di beatitudine (nirvana) può essere seguita non solo in monastero – con l’osservanza della regola fissata nell’Hinayana Vinaya (uno degli scritti del Tripitaka, il canone dei testi sacri buddhisti), a cui si aggiungono sovente pratiche riconducibili al tantrismo – ma anche nella vita laicale e in confraternite devozionali. I tratti distintivi della dottrina mahayana – che si fonda, fra l’altro, su testi, quali i Lankavatara Sutra e la collezione nota come Prajnaparamita (Sermoni della perfetta saggezza), estranei alla raccolta canonica del Tripitaka – discendono direttamente dall’interpretazione della figura del Buddha. Il Buddha del Mahayana possiede un “corpo essenziale” (dharmakaya), concepito come assoluta e immutabile sostanza spirituale, un “corpo di beatitudine” (sambhogakaya), la forma divina che si rivela all’iniziato durante la meditazione, e un “corpo di trasformazione” (nirmanakaya), il Buddha che appare in forma umana in questo mondo materiale per condurre gli esseri alla liberazione. Il Buddha storico (Siddhartha Gautama) è dunque soltanto una delle manifestazioni del Buddha spirituale: l’insegnamento diffuso dal Buddha nella sua esistenza sulla terra rappresenta solo un punto di partenza, che deve essere necessariamente integrato da ulteriori rivelazioni. La possibilità di molteplici rivelazioni spiega già di per sé la tendenza alla frammentazione in diversi indirizzi che costituisce uno dei tratti tipici del Mahayana, assieme alla divinizzazione dei bodhisattva come Avalokiteshvara e Maitreya (il prossimo Buddha storico per la scuola Theravada) e alla compiutezza raggiunta dalla speculazione filosofica da Nagarjuna in poi. Se il pensiero Mahayana muove dalla negazione totale non solo della realtà intrinseca (atman) di tutte le cose, ma anche della possibilità per la mente di percepire gli esseri che la circondano e che sarebbero dunque assolutamente “vuoti”, alcune correnti si basano su una dialettica fra la natura falsa e vuota delle cose in senso assoluto e la loro realtà in senso relativo, arrivando anche, come nel caso dello Zen, a considerare la transitorietà negativa (samsara) del mondo materiale come non incompatibile con la ricerca del nirvana. La stessa nozione di “vuoto assoluto” (sunyata) è invece sfruttata dalla scuola Vijnanavada in direzione di un primato della conoscenza, ponendo la mente umana come unico principio reale; indotta a tratteggiare illusoriamente i contorni di un mondo esterno di per sé inesistente, la mente umana è comunque capace di liberarsi da questo errore attraverso la meditazione, dissolvendo nel vuoto ogni percezione, per incamminarsi sul sentiero dell’Illuminazione.
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