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Struttura articolo
Introduzione; Territorio; Popolazione; Divisioni amministrative e città principali; Economia; Ordinamento dello stato; Storia
Il numero degli ebrei presenti in Palestina all’inizio del XX secolo era esiguo, ma in progressivo aumento, passando da 12.000 presenze nel 1845 a quasi 85.000 nel 1914. Già all’epoca della prima guerra mondiale il movimento era sostenuto dalla Gran Bretagna, che approvò, il 2 novembre 1917, la dichiarazione di Balfour, nella quale si impegnava a creare un “focolare nazionale ebraico” in Palestina. Nel 1922 i termini di tale dichiarazione furono inclusi anche nel mandato palestinese approvato dalla Società delle Nazioni, che affidava alla Gran Bretagna l’amministrazione dell’area. A partire da questo momento la comunità ebraica (Yishuv) crebbe notevolmente, in special modo negli anni Trenta, quando un elevato numero di ebrei fuggì dall’Europa per sottrarsi alle persecuzioni del nazismo. Tel Aviv divenne il maggiore centro di accoglienza e in tutto il territorio furono fondate decine di nuovi villaggi e centinaia di aziende agricole collettive (vedi kibbutz); inoltre, molti partiti politici fondati nell’Europa orientale come parte del movimento sionista mondiale svilupparono proprie basi anche in Palestina. Nel frattempo, sotto l’egida dell’Organizzazione sionistica mondiale e dell’Agenzia ebraica per la Palestina (che provvedevano alla raccolta di fondi all’estero nonché alla ricerca di appoggio da parte dei governi occidentali), l’Yishuv aveva esteso le proprie istituzioni amministrative. Tra queste vi erano un’Assemblea elettiva e un Consiglio nazionale, che si occupava di ogni aspetto della vita quotidiana; le questioni religiose erano controllate dal Consiglio dei rabbini. Si svilupparono anche i primi organi di governo locale e si diede una prima organizzazione al sistema educativo, che puntava alla diffusione di una lingua e di una cultura comuni.
Le questioni riguardanti la difesa, la sicurezza, l’immigrazione e persino il servizio postale e i trasporti erano gestite da un alto commissario britannico nominato dal governo di Londra. Gli inglesi cercarono di non rompere il delicato equilibrio tra gli interessi della comunità ebraica e quelli della popolazione araba, ma con l’aumentare delle ondate immigratorie ebraiche l’opposizione araba al dominio britannico e al sionismo si fece sempre più intransigente, culminando in estese rivolte a partire dal 1936. Durante la guerra, tuttavia, a causa del massacro cui fu sottoposta la popolazione ebraica da parte dei nazisti (vedi Shoah), i sionisti intensificarono le richieste per l’autonomia interna e tentarono di facilitare con tutti i mezzi l’immigrazione (anche clandestina) in Palestina, dove la comunità ebraica si opponeva, spesso in modo violento, alle autorità mandatarie inglesi.
Nel 1947 gli inglesi chiesero l’intervento della neonata Organizzazione delle Nazioni Unite, che stabilì un piano per la divisione della Palestina in due stati indipendenti, uno ebraico e uno arabo, mentre Gerusalemme sarebbe diventata zona internazionale controllata direttamente dall’ONU. Il 14 maggio 1948, a Tel Aviv, un governo provvisorio proclamò la nascita dello stato d’Israele, “aperto all’immigrazione di ebrei provenienti da tutte le parti del mondo”; il giorno seguente gli eserciti di Egitto, Transgiordania (l’attuale Giordania), Siria, Libano e Iraq si unirono alle popolazioni palestinesi e alla guerriglia araba che stavano lottando contro le forze ebraiche sin dal novembre del 1947, dando avvio alla prima guerra arabo-israeliana. Gli arabi, tuttavia, non riuscirono a evitare la formazione del nuovo stato e la guerra si concluse nel 1949 con quattro armistizi approntati dall’ONU tra Israele ed Egitto, Libano, Giordania e Siria. Gli accordi estesero il territorio israeliano al di là dei confini stabiliti inizialmente dall’ONU (da circa 15.500 a 20.700 km²), comprendendo anche la parte nuova di Gerusalemme, che fu eretta a capitale; la striscia di Gaza, sul confine tra Israele ed Egitto, venne affidata a quest’ultimo, mentre la Cisgiordania e la parte antica di Gerusalemme furono annesse dalla Giordania. Nel 1949 si tennero le prime elezioni per la Knesset (il Parlamento) e Chaim Weizmann, eminente leader sionista, divenne il primo presidente del paese. La guerra arabo-israeliana alterò profondamente gli equilibri etnici dell’area, ponendo le basi per un lungo e sanguinoso conflitto.
Il primo governo israeliano venne affidato a David Ben Gurion. Questi pose l’accento sulla sicurezza nazionale e sullo sviluppo di un esercito moderno, il quale divenne anche il centro educativo per centinaia di migliaia di nuovi cittadini dello stato israeliano. Infatti, in seguito alle massicce ondate immigratorie (soprattutto di sopravvissuti ai campi di concentramento nazisti) verificatesi subito dopo la seconda guerra mondiale, nel 1952 la popolazione del paese era raddoppiata. Alcuni anni dopo cominciarono ad affluire ebrei dai paesi musulmani del Medio Oriente e dell’Africa del Nord e, nell’arco di tre decenni, la popolazione era quintuplicata. Nei suoi primi anni di vita il nuovo stato dovette far fronte a non pochi problemi e, nonostante gli aiuti degli Stati Uniti, i primi anni Cinquanta furono caratterizzati da recessione economica e inflazione.
I tentativi di convertire gli armistizi del 1949 in trattati di pace fallirono; a ogni azione di guerriglia dei rifugiati arabi, Israele rispondeva con una rappresaglia. Il rifiuto egiziano di concedere il libero passaggio alle navi israeliane attraverso il canale di Suez, da poco nazionalizzato dal presidente egiziano Gamal Abd el Nasser, e il blocco dello stretto di Tiran (l’accesso di Israele al Mar Rosso) vennero considerati atti di guerra; gli incidenti di frontiera con l’Egitto aumentarono sino a sfociare nel secondo conflitto arabo-israeliano (vedi Crisi di Suez). Con l’appoggio di Gran Bretagna e Francia, Israele si assicurò una facile vittoria e in pochi giorni prese possesso della striscia di Gaza e della penisola del Sinai. Tuttavia, mentre le forze israeliane al comando di Moshe Dayan raggiungevano il canale di Suez e inglesi e francesi iniziavano il loro attacco, i combattimenti furono fermati dall’ONU (appoggiata da USA e URSS), che inviò sul posto alcuni contingenti; i tre paesi invasori furono costretti a lasciare la zona del canale, ma gli israeliani si rifiutarono di abbandonare Gaza sino agli inizi del 1957, quando fu riaperto lo stretto di Tiran.
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