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Israele

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Israele: bandiera e innoIsraele: bandiera e inno
Struttura articolo
7.6

Gli ultimi anni di Ben Gurion

Durante l’ultimo governo di Ben Gurion, Israele continuò a potenziare l’esercito (soprattutto l’aviazione); la situazione economica migliorò e fu creata una rete idrografica al fine di facilitare lo sviluppo dei nuovi insediamenti nelle regioni meridionali del paese. Sebbene di dimensioni più contenute, il flusso di immigrati (provenienti perlopiù dal Marocco) continuò anche nei primi anni Sessanta e uno dei problemi fu l’assorbimento dei nuovi arrivati, notevolmente più poveri dei precedenti. Ben Gurion si dimise nel 1963 e gli succedette Levi Eshkol. Nel 1965 l’ex primo ministro lasciò il Mapai – il quale, fusosi con altri gruppi di sinistra, andò a formare il Partito laburista, che governò fino al 1977 – per andare a costituire un gruppo di opposizione chiamato Rafi. I due maggiori partiti di opposizione, liberali e Herut, si fusero nel 1965 nel Gahal, guidato da Menahem Begin, e diedero in seguito vita al Likud.

7.7

La guerra dei Sei giorni

Dopo il conflitto del 1956 il nazionalismo arabo toccò l’apice; nel 1967 la costituzione di un contingente militare arabo unito, la chiusura dello stretto di Tiran e il ritiro delle truppe dell’ONU dalle zone di confine meridionali indussero Israele ad attaccare contemporaneamente la Giordania, la Siria e l’Egitto (vedi Guerre arabo-israeliane; Guerra dei Sei giorni). Forti della loro supremazia aerea, dopo sei giorni di combattimento gli israeliani ebbero la meglio. Al termine della guerra, Israele – contro le risoluzioni dell’ONU – prese possesso di Gaza e della penisola del Sinai, della zona araba di Gerusalemme (Gerusalemme Est), e della Cisgiordania (sottratte alla Giordania), delle alture del Golan (già appartenenti alla Siria), raggiungendo un’estensione quattro volte superiore rispetto a quanto stabilito dall’armistizio del 1949. I territori occupati erano abitati da circa un milione e mezzo di palestinesi.

7.8

I territori occupati e la resistenza araba

Dopo il conflitto, la questione dei territori occupati dominò il dibattito politico. La destra politica e i leader dei partiti religiosi ortodossi si opponevano al ritiro dalla Cisgiordania e da Gaza, che consideravano parte del paese, mentre nel Partito laburista si discuteva se fosse opportuno il ritiro o il mantenimento delle posizioni acquisite; infine, numerosi partiti di minoranza, inclusi i comunisti, si opponevano all’annessione. Alcuni giorni dopo la fine della guerra, tuttavia, Israele unì formalmente le due zone di Gerusalemme. A ciò fece seguito una recrudescenza del nazionalismo arabo palestinese; alcune fazioni interne all’Organizzazione per la liberazione della Palestina intrapresero attacchi terroristici contro scuole, mercati e aeroporti israeliani con l’obiettivo dichiarato di liberare la Palestina.

7.9

La guerra del Kippur e le sue conseguenze

Nel 1973 l’Egitto si unì alla Siria in una nuova guerra contro Israele, per recuperare i territori perduti nel 1967 (vedi Guerre arabo-israeliane; Guerra del Kippur). I due stati arabi sferrarono un attacco a sorpresa il 6 ottobre, giorno dello Yom Kippur, una delle più importanti festività ebraiche; tuttavia le forze israeliane reagirono e, sebbene con molta difficoltà, sconfissero gli avversari nel giro di tre settimane. Alla fine della guerra, l’Arabia Saudita e altri paesi produttori di petrolio ridussero le proprie esportazioni di greggio agli Stati Uniti e ad altre nazioni occidentali per l’aiuto prestato a Israele. In seguito, nel tentativo di incoraggiare una sistemazione pacifica della regione, il presidente americano Richard Nixon incaricò il segretario di stato, Henry Kissinger, di condurre i negoziati tra Israele, Egitto e Siria, che portarono, nel 1974, alla smilitarizzazione del Sinai e delle alture del Golan.

La conclusione della guerra del Kippur non pose fine né ai disordini, né all’insoddisfazione generale nel paese (anche per quanto riguardava la conduzione della guerra) che portarono, nell’aprile del 1974, alle dimissioni del primo ministro Golda Meir (succeduta a Eshkol nel 1969) e del suo governo. Alla Meir successe Yitzhak Rabin, che non riuscì comunque ad arrestare la spirale inflazionistica e ad attenuare le difficoltà economiche. Il suo partito perse così le elezioni del 1977 e Begin, leader del Likud e contrario a qualsiasi concessione territoriale o politica ai palestinesi, assunse la guida del paese.

7.10

Il governo di Begin

Il programma economico conservatore del nuovo governo, che mirava ad arginare il deterioramento dell’economia (dovuto soprattutto alle ingenti spese militari), fallì. Malgrado la sua politica volta a favorire la formazione di nuovi insediamenti israeliani nei territori occupati e le sue azioni militari contro le zone meridionali del Libano, Begin fu il primo leader israeliano a raggiungere un accordo di pace con uno stato arabo; tale accordo fu il risultato di una sorprendente iniziativa del presidente egiziano Anwar al-Sadat, il quale nel novembre del 1977 si recò a Gerusalemme per intraprendere negoziati di pace. Questi, mediati dal presidente americano Jimmy Carter a Camp David (Maryland, USA), condussero alla firma del trattato di pace tra Egitto e Israele (Washington, 26 marzo 1979), il quale prevedeva la restituzione del Sinai all’Egitto, rafforzando così il controllo israeliano in Cisgiordania. L’accordo firmato con Israele costò all’Egitto l’espulsione dalla Lega araba. Vedi Accordi di Camp David.

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