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Israele

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Israele: bandiera e innoIsraele: bandiera e inno
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7.16

Operazione “Muraglia di difesa”

Per la tormentata storia mediorientale il 2001-2002 fu un periodo cruciale. L’offensiva islamista, il cui clamoroso culmine si ebbe nell’attacco suicida dell’11 settembre 2001 contro le torri del World Trade Center e il Pentagono (vedi anche vedi Stati Uniti d’America, Storia: 11 settembre 2001), ebbe infatti un effetto devastante sul precario dialogo israelo-palestinese. Il nuovo governo israeliano impresse una profonda svolta politica e militare alla sua azione, accomunando l’intifada e la stessa Autorità nazionale al terrorismo islamico.

Dagli inizi del 2002 lo scontro fra le truppe israeliane e le forze dell’intifada si fece più violento. L’esercito israeliano entrò sempre più in profondità in territorio palestinese, senza tuttavia riuscire a fermare l’ondata di attacchi suicidi lanciata dalla resistenza palestinese contro le città e le colonie israeliane.

Alla fine di gennaio la pubblicazione sul quotidiano “Haaretz” di un documento firmato da 53 fra ufficiali e soldati riservisti suscitò grande scalpore nel paese. Il documento, che nelle settimane successive superò le 400 adesioni, costituiva infatti un grave atto di accusa alla leadership politica e militare israeliana. Denunciando la politica di colonizzazione e la “perdita di umanità” dell’esercito israeliano, i firmatari del documento dichiararono la loro indisponibilità a tornare a combattere nei territori occupati.

Falliti diversi tentativi di mediazione (del principe ereditario saudita Abdallah e dell’inviato statunitense Anthony Zinni) e passata del tutto inosservata una nuova risoluzione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite che, su proposta degli Stati Uniti, menzionava esplicitamente la creazione di uno stato palestinese, il conflitto riesplose. Il 28 marzo, in risposta a un attentato compiuto a Netanya durante i festeggiamenti della Pasqua, Sharon richiamò in servizio 20.000 riservisti e lanciò l’operazione “Muraglia di difesa”; in pochi giorni vennero totalmente occupate tutte le città dell’Autonomia palestinese; la Muqaata, il quartier generale di Arafat a Ramallah, venne in buona parte distrutta dall’artiglieria e dalle ruspe dell’esercito israeliano. Gli scontri si moltiplicarono in tutti i territori palestinesi, senza risparmiare la popolazione civile. Le città di Betlemme, Tulkarem, Qalqiliya, Nablus diventarono teatro di una violentissima battaglia, che vide l’intervento dell’aviazione israeliana. Il 2 aprile le truppe israeliane posero sotto assedio la chiesa della Natività a Betlemme, dove avevano trovato rifugio diversi membri della resistenza palestinese, insieme con molti civili. L’offensiva israeliana investì con particolare violenza la città di Jenin, dove il campo profughi venne quasi totalmente distrutto, sollevando proteste in tutto il mondo. Una nuova missione diplomatica, condotta dal segretario di stato statunitense Colin Powell, si concluse a metà aprile con un nulla di fatto.

Il 28 aprile le truppe israeliane posero fine all’assedio del quartier generale di Arafat; in cambio Sharon ottenne l’arresto di sei palestinesi ritenuti responsabili dell’uccisione del ministro Rehavam Zeevi. Una commissione di inchiesta delle Nazioni Unite, sollecitata dai palestinesi per indagare sui fatti di Jenin, venne prima rinviata e poi annullata a causa dell’opposizione del governo israeliano. Il 9 maggio, con un accordo tra israeliani e palestinesi, si concluse anche l’assedio alla chiesa della Natività.

Nell’operazione “Muraglia di difesa” trovarono la morte centinaia di persone, in maggioranza civili, e migliaia furono i feriti. Le due comunità pagarono anche un altissimo costo politico; infatti, se i palestinesi videro la rioccupazione militare di tutti i territori destinati al loro stato, l’assedio e l’umiliazione della propria leadership e la distruzione di tutte le strutture dell’Amministrazione autonoma, Israele fu severamente criticata a livello internazionale, andando incontro a un grave isolamento politico e diplomatico rotto solo dal sostegno statunitense. Alla fine dell’operazione, gli accordi di Oslo del 1993 erano ormai definitivamente sepolti.

7.17

La Road Map

Nel giugno 2002 il governo israeliano diede il via alla costruzione di un muro di separazione tra il territorio dello stato ebraico e la Cisgiordania, destinato a svilupparsi per centinaia di chilometri – circondando tutta la città di Gerusalemme, compresa la parte araba – e a sottrarre altri territori ai palestinesi. Disapprovata da tutta la comunità internazionale a eccezione degli Stati Uniti, la decisione del governo israeliano determinò un inasprimento del conflitto. A settembre a New York prese il via una nuova iniziativa diplomatica, lanciata dal cosiddetto “quartetto per il Medio Oriente” (composto da Stati Uniti, Russia, Unione Europea e Nazioni Unite).

Alla fine di ottobre, al culmine di una grave crisi politica, i ministri laburisti abbandonarono il gabinetto Sharon. Rimaneggiato il governo, il premier israeliano chiamò il paese alle elezioni anticipate per il 28 gennaio 2003, in cui ad affermarsi furono il Likud e lo Shinui (un partito laico di centro), che diedero vita, con altri due partiti della destra nazionalista e religiosa, al nuovo governo.

Nell’aprile del 2003 il “quartetto” presentò il progetto di pace chiamato “Road Map”, che fu ufficialmente approvato da entrambe le leadership palestinese e israeliana. Articolato in tre fasi, il piano prevedeva la fine delle azioni terroristiche palestinesi e delle rappresaglie israeliane; il ritiro delle forze israeliane dai territori occupati dall’inizio della seconda intifada nel settembre 2002; la proclamazione, entro il 2005, di uno stato palestinese entro confini definitivi.

7.18

Il “piano Sharon”

La Road Map restò tuttavia lettera morta. Nel novembre 2003, il premier Sharon annunciò la presentazione di un piano che prevedeva il ritiro degli insediamenti ebraici da Gaza e da alcune aree della Cisgiordania e la proclamazione unilaterale e definitiva delle frontiere israeliane. A dicembre, dopo una lunga preparazione condotta con il sostegno delle autorità svizzere, rappresentanti della sinistra israeliana (tra cui importanti membri del Partito laburista) e delle organizzazioni palestinesi sottoscrissero a Ginevra un patto rivolto a risolvere pacificamente il lungo conflitto; l’accordo, che ottenne il sostegno del segretario dell’ONU, venne rigettato dal governo israeliano.

Il conflitto si inasprì agli inizi del 2004, con decine di attentati suicidi e il rafforzamento della politica delle “esecuzioni mirate”, che culminò in marzo nell’uccisione del leader spirituale di Hamas, lo sceicco Ahmed Yassin, raggiunto all’uscita di una moschea da due missili esplosi da un elicottero dell’esercito israeliano.

Il piano di Sharon venne contestato sia dai laburisti sia dalle destre religiose e nazionaliste, compresa quella del Likud capeggiata da Benjamin Netanyahu. Nel giugno 2004 Sharon ottiene tuttavia un primo via libera dal suo governo e in ottobre, grazie al sostegno del Partito laburista, l’approvazione della Knesset. In novembre scomparve, dopo un’improvvisa malattia, lo storico leader dell’OLP Yasser Arafat, cui successe alla presidenza dell’Autorità nazionale palestinese Abu Mazen (Mahmud Abbas).

7.19

Una nuova scena

Nel gennaio 2005, apprestandosi ad avviare il suo piano, Sharon si appellò all’unità nazionale, ottenendo l’ingresso del Partito laburista nel governo. In agosto, tra vivaci proteste, i coloni israeliani lasciarono definitivamente la Striscia di Gaza e alcuni insediamenti della Cisgiordania. Nello stesso mese Benjamin Netanyahu lasciò il governo in segno di protesta. In autunno Sharon perse anche il sostegno del Partito laburista, passato sotto la guida di Amir Peretz. Abbandonato il Likud, Sharon creò il nuovo partito Kadima (“Avanti”), cui aderirono molti ministri e parlamentari tra cui il laburista Shimon Peres, e chiamò il paese alle elezioni. Sharon non poté tuttavia portare a compimento il suo piano; a dicembre, colpito da un ictus, il controverso leader uscì definitivamente dalla scena politica israeliana.

Nelle elezioni del marzo 2006 Kadima ottenne il primo posto con il 22% dei voti (29 seggi), precedendo il Partito laburista (15% dei voti e 19 seggi). Al terzo posto si piazzò il partito religioso Shas, con il 9,5% dei voti e 12 seggi. Si aggiudicò lo stesso numero di seggi il Likud, scendendo sotto la soglia del 9% e subendo un vero e proprio crollo. Al quinto posto si piazzò il partito nato in seno alla recente immigrazione russa Yisrael Beytenu (“Israele nostra casa”), che ottenne 11 seggi. Alla fine di aprile, Kadima e il Partito laburista annunciarono la formazione di un governo di coalizione guidato dal Ehud Olmert.

Alla fine di giugno 2006, in risposta alla cattura di alcuni soldati, l’esercito israeliano lanciò una vasta operazione militare nella Striscia di Gaza e nel sud del Libano. Qui trovò l’accanita resistenza delle milizie di Hezbollah, subendo gravi perdite. I morti tra le file israeliane furono infatti 116; più di 40 civili rimasero inoltre vittime di un nutrito lancio di razzi sui villaggi al confine con il Libano. I costi umani dello scontro (che ebbe fine il 14 agosto, con l’entrata in vigore di un cessate il fuoco proposto dal Consiglio di sicurezza dell’ONU) provocarono un’ondata di critiche contro il governo di Olmert e lo stesso stato maggiore dell’esercito israeliano. In novembre fece il suo ingresso nel governo il partito Yisrael Beytenu; al suo leader Avigdor Lieberman, tra i più fermi oppositori dello smantellamento delle colonie ebraiche nei territori palestinesi, venne affidato il ministero degli Affari strategici.

7.20

Sviluppi recenti

Nel giugno 2007 Ehud Barak è rieletto alla guida del Partito laburista al posto di Amir Peretz, cui succede anche alla guida del ministero della Difesa. In luglio, Shimon Peres viene eletto alla presidenza del paese. Alla fine di novembre, sotto il patrocinio degli Stati Uniti, si svolge ad Annapolis, nel Maryland, una conferenza che ha per obiettivo il rilancio del processo di pace e la definizione dello status della Palestina entro il 2008. Alla conferenza partecipano i rappresentanti di altri paesi mediorientali, tra i quali la Siria.

Nel gennaio 2008 Israele sottopone la Striscia di Gaza all’embargo totale per rappresaglia contro i lanci di razzi effettuati dai miliziani di Hamas sui villaggi israeliani di confine. L’embargo, che determina una gravissima emergenza umanitaria, solleva molte critiche internazionali. Il 23 gennaio attivisti di Hamas aprono varchi con la dinamite nel muro che divide la Striscia dall’Egitto, consentendo a decine di migliaia di persone di raggiungere i villaggi egiziani per approvvigionarsi di generi di prima necessità. A febbraio Israele intensifica i raid aerei sulla Striscia di Gaza, che provocano molte vittime tra la popolazione civile.

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