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Bhagavad-Gita Poema in 700 versi, composto in lingua sanscrita probabilmente intorno agli inizi del II secolo a.C. e ritenuto da molti il testo più importante dell’induismo. Il titolo in sanscrito significa “Canto del glorioso Signore”.
Il poema, composto in forma di dialogo tra Krishna e il guerriero Arjuna, non appartiene alla categoria della letteratura vedica rivelata (shruti), bensì alla sua filiazione letteraria (smriti). Tuttavia, soprattutto per i vishnuiti che identificavano Krishna con Vishnu e per la maggior parte degli indù, la Gita assume l’autorevolezza di un testo rivelato, degno di un’esegesi autonoma. Prima dell’epoca moderna lo studio sistematico del testo era sempre avvenuto dall’interno di una particolare tradizione esegetica che, con l’introduzione della stampa e la diffusione della cultura, venne meno anche in India; la Gita venne poi tradotta nelle lingue moderne e divenne argomento di numerosi commenti occidentali. La Bhagavad-Gita è contenuta nel VI libro della grande epopea della letteratura sanscrita, il Mahabharata, che descrive il conflitto fra due gruppi di cugini per ottenere il regno di Bharata (India settentrionale) e si apre nel momento iniziale della guerra. Nel contesto di questa più vasta narrazione, Krishna scioglie il dilemma dell’eroe Arjuna: deve egli adempiere al suo dovere di guerriero e combattere, facendo così uccidere i suoi nemici, che sono anche i suoi stessi consanguinei e maestri, o deve rifiutarsi di scendere in battaglia? Krishna, sino a quel punto alleato di Arjuna, gli svela la natura dell’azione (karma) e dei suoi effetti. L’azione compiuta disinteressatamente (karma-yoga) non ha effetti negativi per colui che agisce: Arjuna, acconsentendo a combattere, avrebbe ucciso i corpi dei maestri e dei consanguinei, ma non la loro anima individuale (atman), eterna, indistruttibile e identica alla realtà spirituale assoluta (brahman) sottesa a tutti i fenomeni.
Krishna rivela ad Arjuna che l’azione umana è illusoria: la vera azione viene illustrata in una terrificante teofania in cui Krishna rivela la sua forma universale, suprema. L’uomo dovrebbe dunque offrire ogni azione al dio con “devozione” (bhakti). La Gita termina con una nuova connotazione più personale nel momento in cui Krishna promette che il devoto, in quanto tale, gli è caro e quindi a lui si unirà; questo tipo di rapporto tra Dio e l’uomo rappresentò il fondamento della bhakti dell’induismo medievale. I diversi contenuti della Gita hanno incoraggiato interpretazioni altrettanto diverse, per non dire conflittuali: presentandosi come parola divina, molti lettori l’hanno intesa come testimonianza universale applicabile all’azione politica e sociale. Non v’è migliore dimostrazione di ciò dell’entusiasmo di Mohandas Gandhi, che scoprì la Bhagavad-Gita in traduzione inglese e poi la lesse come allegoria della condizione umana che insegnava la non-violenza (ahimsa) come suprema verità.
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