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Turchia

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Turchia: bandiera e innoTurchia: bandiera e inno
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7.11

Tra democrazia e autoritarismo

Nel 1982 la Turchia compì un primo passo verso la normalizzazione con l’introduzione di una nuova Costituzione e la nomina di Evren alla presidenza della repubblica. Dopo la legalizzazione di alcuni partiti politici, le elezioni parlamentari del novembre del 1983 sancirono la vittoria del Partito della madrepatria (ANAP), di tendenze conservatrici, e il suo leader Turgut Özal diventò primo ministro. Özal tentò di rilanciare l’economia del paese attuando una politica liberista, confermando nel contempo un’attitudine repressiva contro le opposizioni e la minoranza curda, in seno alla quale aveva conquistato terreno una componente separatista. Nel 1989 Özal fu eletto alla presidenza del paese e venne sostituito alla guida del governo da Yildirim Akbulut.

Le elezioni del 1991 videro prevalere il Partito della giusta via (DYP) di Demirel. Eletto alla presidenza della repubblica alla morte di Özal, nel 1993 Demirel affidò la guida del partito e del governo a Tansu Çiller, che rafforzò la politica di austerità dei precedenti governi e lanciò un’estesa offensiva militare contro le roccaforti della guerriglia separatista curda. Nel 1994, tredici deputati curdi, tra cui Leyla Zana, vennero destituiti; sette di essi furono in seguito condannati a pesanti pene detentive (per questo caso la Turchia sarebbe stata condannata nel 2002 dalla Corte europea per i diritti umani). Travolta da una serie di scandali finanziari, Çiller venne costretta alle dimissioni nell’estate del 1995. Nel dicembre dello stesso anno le elezioni anticipate videro l’affermazione del Partito della prosperità (Refah), di ispirazione islamica, guidato da Necmettin Erbakan. La vittoria del Refah, dovuta soprattutto al crescente malcontento per le politiche di austerità e per la diffusa corruzione del ceto politico, evidenziò allo stesso tempo la ripresa del fenomeno religioso islamico nella società laica turca.

Il successo del Refah sollevò i timori dei militari, garanti della laicità dello stato nato dalla rivoluzione di Atatürk, ma anche supervisori, attraverso il Consiglio di sicurezza nazionale istituito con la Costituzione del 1982, delle scelte politiche del paese. Dopo diversi mesi di difficili trattative, Erbakan formò un governo con il DYP di Tansu Çiller, il quale, dopo breve tempo, a causa delle forti pressioni esercitate dal Consiglio di sicurezza nazionale, abbandonò la coalizione. Sotto la minaccia dei militari, nel giugno 1997 Erbakan fu costretto a lasciare il governo. Al suo posto si insediò un nuovo governo di coalizione capeggiato da Mesut Yilmaz del Partito della madrepatria. L’offensiva contro il Refah continuò nel 1998, quando il partito, accusato di cospirare contro il regime laico, venne sciolto dalla Corte costituzionale e al suo leader Erbakan venne interdetta ogni attività politica per cinque anni.

7.12

La questione curda

Pur non partecipando direttamente alla guerra del Golfo, la Turchia sostenne la coalizione capeggiata dagli Stati Uniti per liberare il Kuwait invaso nell’agosto 1990 dalle truppe irachene. La violenta risposta dell’esercito di Saddam Hussein a un tentativo di sollevazione attuato dalle popolazioni curde del Nord iracheno causò alla fine del conflitto un drammatico esodo verso la Turchia, che aggravò la già delicata situazione delle regioni sudorientali dell’Anatolia a maggioranza curda.

Dal 1984 una guerra non ufficiale oppose infatti il governo di Ankara ai guerriglieri del Partito dei lavoratori del Kurdistan (PKK), un gruppo di ispirazione marxista capeggiato da Abdullah Öcalan. Nato in seno al movimento nazionalista curdo, il PKK intraprese una lotta armata rivolta a istituire uno stato curdo indipendente. Nel 1995, l’esercito turco scatenò una vasta offensiva militare contro la guerriglia curda, penetrando per 40 chilometri in territorio iracheno. Tuttavia, i forti colpi inferti alla guerriglia non risolsero il problema politico costituito dai rapporti tra stato turco e minoranza curda, le cui conseguenze varcarono le frontiere della Turchia investendo le stesse relazioni internazionali di Ankara. Il conflitto causò peraltro, in poco più di dieci anni, migliaia di morti e un esodo verso le periferie delle grandi città di circa due milioni di persone e comportò una forte limitazione dei diritti civili e politici, che colpì partiti politici legali (come il partito curdo Hadep), associazioni per i diritti umani, giornalisti, intellettuali: tacciati di contiguità con il PKK, essi furono sottoposti a una severa repressione da parte delle autorità turche.

I conflitti interni turchi finirono per influire pesantemente sui rapporti internazionali del paese, condizionandone gli sviluppi. Infatti, se come membro della NATO e come importante mercato la Turchia rivestiva un grande ruolo strategico e godeva del determinante sostegno degli alleati occidentali, la delicata questione dei diritti umani, assommandosi a quella di Cipro, causava un continuo rinvio dell’ingresso del paese nell’Unione Europea.

Alla fine del 1998, la questione curda e il contrasto con l’Unione Europea si riproposero con la complessa vicenda che ebbe per protagonista Öcalan, il presidente del PKK. Da tempo ricercato dalle autorità turche e costretto a lasciare la Siria e poi la Russia per le forti pressioni esercitate dalla Turchia sui governi dei due paesi, Öcalan approdò in Italia con l’intento di lanciare al governo di Ankara una proposta di pace. Costretto a riprendere la fuga, il leader del PKK venne catturato a Nairobi da agenti del servizio segreto turco; condannato a morte dopo uno sbrigativo processo interdetto alla stampa, Öcalan rilanciò l’offerta di pace annunciando contestualmente la sospensione dell’attività armata e il ritiro dei combattenti del PKK dalla Turchia.

7.13

Ripresa del nazionalismo

La questione curda, attraverso la vicenda di Öcalan, conquistò per settimane le prime pagine dei giornali internazionali, sollevando in Turchia un’ondata nazionalista e una forte animosità nei confronti dei paesi europei, che influirono pesantemente sulle successive elezioni legislative dell’aprile 1999. Registrando una leggera prevalenza del Partito socialdemocratico del premier uscente Eçevit (succeduto alla fine del 1998 a Yilmaz), le elezioni riconfermarono sostanzialmente un quadro politico instabile, ma decisamente spostato a destra. Infatti, alla sonora sconfitta dei partiti moderati degli ex premier Yilmaz e Çiller, corrispose una forte affermazione del Partito di azione nazionale (MHP), espressione del movimento di estrema destra dei Lupi Grigi, già protagonista della repressione contro i curdi e contro i militanti dei partiti di sinistra ai tempi della dittatura militare, e balzato alle cronache internazionali in occasione dell’attentato a Giovanni Paolo II. Il partito islamico moderato succeduto al Refah, il Fazilet (Partito della virtù), pur conquistando 111 dei 550 seggi dell’Assemblea nazionale, fu emarginato dal gioco politico e peraltro presto sottoposto a procedura di scioglimento per “minaccia all’ordinamento laico dello stato”. Eçevit formò un governo con il Partito della madrepatria e con il Partito di azione nazionale, suscitando una negativa reazione dei paesi dell’Unione Europea.

Allo scopo di favorire una distensione dei rapporti con i paesi europei, il nuovo Parlamento approvò una riforma costituzionale che rese del tutto civile il Consiglio di sicurezza dello stato e sospese l’esecuzione di Öcalan (la cui condanna fu tuttavia confermata dalla Corte di cassazione) in attesa che venisse esaminato il ricorso presentato da questi presso la Corte europea per i diritti umani (nel 2005 la Corte condannò la Turchia per i maltrattamenti inflitti al leader curdo e per aver impedito un “giudizio equo”, chiedendo la ripetizione del processo).

Le relazioni internazionali della Turchia risentirono anche dell’annoso conflitto con la Grecia, che subì un ulteriore deterioramento in seguito all’acquisto, da parte di Cipro, di missili terra-aria dalla Russia. La Turchia (ostile alla strategia comune di difesa messa a punto da Cipro e Grecia, che consentiva a quest’ultima di utilizzare per i propri aerei la base cipriota di Paphos) minacciò infatti di intervenire militarmente contro Cipro qualora i missili fossero stati installati sull’isola. Le relazioni diplomatiche tra Atene e Ankara, giunte sul punto di una gravissima crisi, migliorarono a partire dall’estate del 1999, quando la Grecia intervenne tempestivamente nel nord-ovest della Turchia colpito da un disastroso terremoto, salvando migliaia di vite umane. In settembre il ministro degli Esteri greco annunciò la disponibilità del governo di Atene a riconsiderare la sua posizione in merito all’ingresso della Turchia nell’Unione Europea, al quale la Grecia si era sempre opposta. Alla fine dell’anno, dopo molti rinvii, la candidatura di Ankara venne accolta dal Consiglio europeo di Helsinki.

7.14

Crisi economica e politica

La Turchia si trovò nuovamente di fronte all’esigenza di riformare profondamente le sue istituzioni politiche, giuridiche ed economiche per accogliere le richieste dell’Unione Europea e in particolare quelle in materia di diritti umani. Nel maggio 2000, l’elezione alla presidenza della repubblica di Ahmet Necdet Sezer fu accolta positivamente dalle forze democratiche del paese. Già presidente della Corte suprema, Sezer si era distinto per la sua posizione a favore di una revisione delle norme costituzionali e per una limitazione dei poteri del Consiglio di sicurezza. Ad agosto Sezer si scontrò per la prima volta con il governo e con il vertice delle forze armate, respingendo un decreto che stabiliva il licenziamento di 400 impiegati statali sospettati di simpatie per i movimenti fondamentalisti islamici e i nazionalisti curdi.

Nei mesi seguenti, una nuova offensiva dell’esercito nei territori curdi e una riforma carceraria che prevedeva il totale isolamento dei detenuti politici posero nuovamente il paese al centro dell’attenzione internazionale. In autunno, centinaia di detenuti intrapresero uno sciopero della fame contro la riforma e 32 di essi persero la vita durante le operazioni di evacuazione forzata. Lo sciopero della fame si estese in seguito ai familiari dei detenuti, causando in pochi mesi altre decine di vittime e riaccendendo il conflitto con i paesi europei e in primo luogo con la Francia, il cui Parlamento aveva approvato una legge che riconosceva ufficialmente lo sterminio del popolo armeno attuato tra il 1915 e il 1920 dall’impero ottomano. La polemica evidenziò anche la forte resistenza esercitata da una parte del mondo politico e dell’esercito al progetto di adesione all’Unione Europea.

Alla fine del 2000, il paese fu investito da una violenta crisi finanziaria che ebbe il suo epicentro nel sistema bancario. L’utilizzo spregiudicato del credito da parte dei partiti di governo durante gli anni Novanta aveva infatti portato sull’orlo della bancarotta importanti istituti bancari. La crisi si acuì ulteriormente nel febbraio 2001, quando il governo fu costretto a lasciar fluttuare la lira (ancorata al dollaro dal dicembre 1999), che perse il 30% del suo valore. Per affrontare la grave emergenza, in marzo Eçevit chiamò alla guida del ministero del Tesoro Kemal Dervis, un alto funzionario della Banca Mondiale, affidandogli poteri speciali. A maggio il Fondo monetario internazionale concesse alla Turchia un prestito di 19 milioni di dollari, condizionandolo a radicali tagli al bilancio dello stato. A giugno si concluse presso la Corte costituzionale di Ankara il procedimento avviato all’indomani delle lezioni legislative del 1999 contro il Fazilet (Partito della virtù); il partito islamista moderato, nato dal dissolto Refah di Necmettin Erbakan, venne a sua volta messo al bando. Lo scioglimento del Fazilet determinò la nascita del Partito della giustizia e dello sviluppo (AKP), guidato da Recep Tayyip Erdogan.

Nell’ottobre 2001 il Parlamento approvò la partecipazione di truppe turche alla campagna Enduring Freedom (“Libertà duratura”), lanciata dagli Stati Uniti contro il regime afghano dei taliban in seguito alla grave offensiva terroristica dell’11 settembre (vedi anche vedi Stati Uniti d’America, Storia: 11 settembre 2001). A partire dallo stesso mese il Parlamento turco iniziò la revisione degli articoli della Costituzione che, restringendo i diritti umani, politici, sindacali, costituivano un ostacolo all’entrata del paese nell’Unione Europea.

7.15

Nuovo quadro politico

Nel congresso riunitosi nell’aprile del 2002 a Bruxelles, il Partito dei lavoratori del Kurdistan (PKK) annunciò la decisione di sciogliersi e di dare vita a una nuova formazione politica, il Kadek (Congresso per la libertà e la democrazia in Kurdistan), di cui fu nominato presidente Abdullah Öcalan. Negli anni seguenti la nuova formazione tentò di avanzare delle proposte di trattativa, che vennero tuttavia ignorate dal governo turco. A giugno la Turchia assunse il comando della Forza internazionale di sicurezza (ISAF) in Afghanistan.

Per soddisfare le richieste dell’Unione Europea, in luglio il Consiglio per la sicurezza nazionale revocò lo stato di emergenza in alcune province orientali a maggioranza curda e nel mese successivo il Parlamento votò a grande maggioranza l’abolizione della pena di morte; il provvedimento figurava tra le principali condizioni poste dall’Unione Europea per proseguire il processo di associazione della Turchia.

Con le dimissioni di diversi ministri, alla fine di luglio scoppiò una grave crisi politica, in seguito alla quale vennero convocate le elezioni anticipate. Per ostacolare l’affermazione del Partito della giustizia e dello sviluppo (AKP), data per certa da tutti i sondaggi, a settembre venne dichiarato ineleggibile il suo leader Recep Tayyip Erdogan. Le elezioni del 3 novembre diedero tuttavia la vittoria all’AKP, sconvolgendo profondamente il quadro politico turco. L’AKP, con il 34,3% dei voti, conquistò una solidissima maggioranza (363 dei 550 seggi del Parlamento turco); l’unico altro partito che riuscì a superare la severa soglia di sbarramento del 10% e a inviare propri rappresentanti in Parlamento fu il Partito repubblicano del popolo, che con il 19,4% dei voti ottenne 168 seggi.

La vittoria dell’AKP, sebbene attesa, provocò un profondo malumore nelle forze armate, il cui margine di manovra era tuttavia ridotto rispetto al passato. L’AKP poté quindi formare il nuovo governo, affidandone la guida al vicepresidente del partito Abdullah Gül. Nel marzo 2003 un apposito provvedimento legislativo consentì a Erdogan di concorrere a elezioni suppletive, vinte le quali assunse ufficialmente la guida del governo.

Contrario al nuovo intervento militare in Iraq, il governo vietò il passaggio di truppe statunitensi in territorio turco, consentendo tuttavia alla coalizione anglo-americana l’uso dello spazio aereo. Nel giugno 2003, per soddisfare le richieste dell’Unione Europea, il Parlamento turco approvò nuove leggi che estesero la libertà di espressione, consentendo anche l’utilizzo pubblico della lingua curda, e restrinsero il ruolo politico delle forze armate. A novembre, un’ondata di attentati contro una sinagoga e il consolato e una banca britannici causarono a Istanbul più di 50 vittime e centinaia di feriti. Nel gennaio 2004, il Parlamento confermò definitivamente l’abolizione della pena di morte e in settembre introdusse una legge contro la violenza alle donne.

Nel gennaio 2005 venne riformato il sistema monetario con l’adozione di una “lira pesante”. A ottobre, dopo una lunga e impervia trattativa, venne ufficialmente avviato il processo di adesione della Turchia all’Unione Europea, parzialmente congelato nel dicembre 2006 dopo il rifiuto di Ankara di aprire i propri porti al traffico delle merci cipriote.

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