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Fotografia

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Roiter: Maschere a VeneziaRoiter: Maschere a Venezia
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7.4

Latitudine di esposizione

Ogni pellicola ha una gamma di esposizioni possibili, ossia una particolare “latitudine di esposizione”. La latitudine è il margine di errore entro il quale il film, una volta sviluppato e stampato, può comunque rendere i colori reali e i valori tonali della scena fotografata. I termini sovraesposizione e sottoesposizione sono impiegati per caratterizzare le deviazioni, intenzionali o meno, dall’esposizione ottimale. La pellicola esposta alla luce più a lungo del dovuto sarà solitamente “impenetrabile” nelle zone più luminose con una conseguente perdita di contrasto e un aumento della grana. La sottoesposizione, d’altra parte, produce negativi “leggeri”, quasi trasparenti, in cui non vi sono sufficienti cristalli d’argento per un’accurata resa delle zone d’ombra.

Nelle pellicole con una latitudine ristretta, un’esposizione misurata per le ombre causerà probabilmente una sovraesposizione delle zone più chiare: pertanto, maggiore è la latitudine di esposizione, maggiore risulterà la capacità di produrre stampe soddisfacenti. Le pellicole negative, sia a colori che in bianco e nero, offrono generalmente una latitudine sufficiente per permettere al fotografo un certo margine di errore. Le diapositive, invece, hanno una latitudine inferiore.

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Fonti di luce artificiali

In assenza di un’adeguata illuminazione naturale, i fotografi utilizzano fonti di luce artificiale sia in interni sia in esterni. La sorgente artificiale più comunemente usata è il flash elettronico, mentre di più specifico impiego sono le lampade al tungsteno e quelle al quarzo. Il flash a bulbo è ormai largamente obsoleto, rimpiazzato dal più pratico ed economico flash elettronico. Quest’ultimo consiste in un tubo di vetro al quarzo riempito di gas inerte, un alogeno, estremamente rarefatto. Quando agli elettrodi saldati alle estremità del tubo giunge una scarica ad alto voltaggio, il gas ionizza e produce un intenso lampo di luce di durata estremamente breve. Il tempo di emissione della luce varia da 1/100.000 di secondo, per i flash più sofisticati, a 1/5000 o 1/1000 di secondo per i flash più comuni.

I flash automatici sono forniti di sensori, ossia fotocellule che regolano automaticamente la durata del lampo per ciascuna immagine. Il sensore, che misura l’intensità del flash quando questo esso scatta, interrompe l’emissione non appena l’esposizione è adeguata. Il flash dedicato è concepito invece per funzionare in simbiosi con una particolare macchina. Il flash e la macchina utilizzano circuiti integrati: il sensore è posto all’interno dell’apparecchio e rileva la quantità di luce sul piano della pellicola, permettendo una maggiore accuratezza nella misurazione del lampo.

Le lampade al tungsteno producono una luce continua e devono essere usate, al fine di ottenere una naturale resa cromatica, con pellicole adatte alla luce artificiale oppure con filtri detti “di conversione”. Le lampade al quarzo, le più usate nelle riprese televisive per la potenza di luce e l’affidabilità superiori a quelle delle luci al tungsteno, sono impiegate anche dai fotografi di oggettistica e arredamento.

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Gli esposimetri

Gli esposimetri consentono di misurare l’intensità della luce e utilizzare la combinazione tempo/diaframma più adatta. Possono misurare la luce riflessa o incidente anche attraverso una lettura “spot”, ristretta cioè a un singolo punto della scena. Gli esposimetri a luce incidente misurano l’intensità della luce che cade sul soggetto; lo strumento viene posto per la misura vicino al soggetto e orientato verso il punto di ripresa. Gli esposimetri a luce riflessa misurano invece la luce che il soggetto riflette. La misura avviene direttamente dal punto di ripresa, con lo strumento puntato verso la scena da fotografare. Molti esposimetri a luce incidente possono misurare anche la luce riflessa.

Gli esposimetri più semplici contengono una cellula fotoelettrica che genera un leggero impulso quando è esposta alla luce e aziona un ago su una scala graduata; vi è inoltre un anello tramite il quale impostare sullo strumento la sensibilità della pellicola. Quando il riferimento sull’anello è allineato all’ago, la scala mostra tutte le combinazioni tempo/diaframma possibili con quel tipo di luce. Alimentata da una batteria al mercurio, la cellula è estremamente sensibile, persino in condizioni di luce minima.

Per la fotografia di studio viene impiegato uno speciale strumento che misura la temperatura di colore, ossia la misura che definisce il colore di una sorgente luminosa. Differenti lunghezze d’onda corrispondono a particolari temperature espresse in gradi kelvin (K) e differenti sorgenti di luce hanno una loro tipica temperatura di colore. Questo strumento, detto termocolorimetro, permette una precisa analisi della luce emessa da diverse sorgenti.

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Filtri

Fatti di vetro o di una speciale plastica, detta “gelatina”, i filtri si usano per alterare l’equilibrio cromatico, il contrasto o la luminosità, ma anche per eliminare la foschia o realizzare effetti speciali. Nella fotografia in bianco e nero vengono utilizzati filtri colorati con pellicole pancromatiche per aumentare l’intensità del colore complementare a quello del filtro: in una foto di paesaggio scattata con un filtro rosso, ad esempio, la luce blu del cielo viene in certa parte bloccata dal filtro. Il cielo apparirà quindi nella foto più scuro, contrastando maggiormente con le nuvole.

Nella fotografia a colori si utilizzano filtri di conversione, di bilanciamento e di compensazione. Essi hanno la funzione di modificare l’equilibrio cromatico della luce in relazione alla pellicola usata. Le pellicole al tungsteno, ad esempio, sono studiate apposta per la temperatura di colore della luce tungsteno. Esposte in luce diurna queste pellicole producono foto con un’evidente dominante bluastra; l’alterazione può essere corretta mediante un filtro di conversione n. 85 (serie rossa). D’altra parte una pellicola chiamata daylight (per luce diurna) avrà una dominante rossa se esposta in luce tungsteno; in questo caso si dovrà utilizzare un filtro n. 80 (serie blu), ossia un filtro dal colore azzurro, per recuperare l’equilibrio cromatico.

I filtri di bilanciamento vengono generalmente impiegati per piccole modifiche alle tonalità. Questi filtri, molto leggeri, eliminano dominanti indesiderabili o introducono tinte più calde (sul giallo-rosso) o più fredde (sul blu-verde). Il polarizzatore è un altro tipo di filtro, usato principalmente per ridurre i riflessi delle superfici lucide; può anche aumentare il contrasto e la saturazione dei colori.

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Sviluppo e stampa

L’immagine latente sulla pellicola diventa visibile attraverso il processo di sviluppo, che consiste nella trasformazione del film in negativo mediante il contatto con alcune soluzioni chimiche; in seguito, la stampa utilizzerà il negativo per creare l’immagine positiva finale.

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