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Struttura articolo
Introduzione; Tecnologia di base; La macchina fotografica tradizionale e i suoi accessori; Controllo dell’esposizione; Tipologia degli apparecchi fotografici; Gli obiettivi; Pellicole fotografiche; Fonti di luce artificiali; Gli esposimetri; Filtri; Sviluppo e stampa; Innovazioni tecnologiche; Fotografia tecnica; Fotografia aerea; Fotografia subacquea; Fotografia scientifica; Fotografia astronomica; Microfilm; Fotografia all’infrarosso; Fotografia all’ultravioletto; Cenni storici; L’arte della fotografia
La produzione di immagini fotografiche può essere distinta in tre grandi categorie: il reportage, la fotografia artistica e quella commerciale. Il reportage comprende il fotogiornalismo e le foto di documentario, dove la tecnica impiegata non implica la manipolazione dell’immagine. In questi casi, infatti, il reporter utilizza esclusivamente quelle tecniche di ripresa e sviluppo necessarie a realizzare la foto. È questo un approccio obiettivo, sebbene l’occhio del fotografo inevitabilmente compia una selezione sui fatti da documentare; questa selezione può essere pianificata prima o effettuata direttamente sul campo. Anche gli scatti più neutri e oggettivi possono essere comunque utilizzati per propaganda o pubblicità. La fotografia artistica, d’altra parte, è completamente soggettiva: l’illuminazione, la messa a fuoco e l’angolo di ripresa possono essere manipolati per alterare l’immagine; allo stesso modo, anche sviluppo e stampa possono essere modificati al fine di produrre risultati creativi.
Da un punto di vista generale si può dire che, in quanto registrazione di immagini percepite dall’obiettivo della macchina e dall’occhio umano, tutta la fotografia sia reportage. A partire dalla fine dell’Ottocento, tuttavia, si operò una distinzione teorica tra i fotografi che continuavano a usare questo mezzo per un’oggettiva registrazione di ciò che vedevano e coloro che consideravano la fotografia una nuova forma d’arte visiva. La fotografia documentaristica, nella quale rientra anche il reportage sociale, cerca di armonizzare e conciliare queste due posizioni.
Fra i primi documentaristi vi fu il fotografo britannico Roger Fenton che scattò alcune immagini della guerra di Crimea. La cruda realtà della guerra di secessione americana fu invece documentata da Mathew Brady, Alexander Gardner e Timothy O’Sullivan. Dopo la guerra Gardner e O’Sullivan, insieme a Carleton E. Watkins, si dedicarono alla fotografia di paesaggio: le loro immagini dell’Ovest degli Stati Uniti inaugurarono la stagione dei documentari naturalistici. Oltre a loro vi furono Eadweard Muybridge, conosciuto per i suoi studi sul movimento, William Henry Jackson, le cui immagini di Yellowstone fecero sì che la regione fosse dichiarata parco nazionale, e Edward S. Curtis, che documentò la vita degli indiani d’America; grazie alle chiare e dettagliate stampe di questi fotografi rimarrà traccia permanente di un paese al tempo selvaggio e incontaminato. Vedute di altri luoghi suggestivi ed esotici si trovano nel lavoro di alcuni fotografi britannici del XIX secolo: essi coprirono enormi distanze per registrare paesaggi e le condizioni di vita dei popoli dei paesi più lontani. Francis Bedford, ad esempio, fotografò il Medio Oriente nel 1860; nel corso di tre spedizioni dal 1863 al 1866, il connazionale Samuel Bourne scattò circa 900 foto sull’Himalaya; Francis Frith lavorò in Egitto a partire dal 1860: le sue fotografie dei siti archeologici e dei monumenti (molti oggi distrutti o dispersi) rivestono ancora un grande valore per i ricercatori, così come le immagini scattate tra il 1849 e il 1851 dal fotografo francese Maxime Ducamp. Con la diffusione della lastra negativa a secco studiata da Charles Bennet, il compito dei fotografi viaggiatori diventò sul finire del secolo certamente meno arduo. In questo modo la lastra, anziché dover essere trattata finché era umida, poteva essere sviluppata ovunque in un secondo momento; riscoperte in anni recenti, queste foto documentaristiche sono state apprezzate da un pubblico sempre più numeroso e sono divenute oggetto di diverse mostre e libri fotografici.
Invece di viaggiare fino ai confini del mondo, alcuni fotografi dell’Ottocento scelsero di documentare le condizioni di vita nei loro paesi. Negli anni Settanta il fotografo britannico John Thomson ritrasse la vita quotidiana della classe lavoratrice londinese e pubblicò le sue foto in un libro, Street Life in London, edito nel 1877. Negli stessi anni il reporter americano di origine danese Jacob August Riis realizzò una serie di servizi sui bassifondi di New York, raccogliendo il suo lavoro in due volumi intitolati Come vive l’altra metà (1890) e Il bambino e il povero (1892). Tra il 1905 e il 1910 Lewis Wickes Hine immortalò gli oppressi d’America: minatori, fabbri, operai siderurgici, i ragazzi sfruttati e i poveri immigranti europei. Anche il lavoro di James van der Zee, benché non avesse intenti documentaristici, costituisce, nelle sue immagini degli abitanti di Harlem e New York, un’inestimabile testimonianza della vita della comunità nera americana. Passando dagli Stati Uniti all’Europa, le immagini urbane dei fotografi francesi Robert Doisneau ed Eugène Atget si situano a metà strada fra l’arte e il documentario: l’espressione della loro personale visione, che deriva anche dalla superba composizione, va ben oltre una funzione puramente documentativa. Va ricordato che il lavoro di Atget è stato conservato grazie al paziente lavoro di catalogazione della fotografa statunitense Berenice Abbott.
Il fotogiornalismo si distingue dalla fotografia documentaristica per il suo modo di raccontare visivamente una particolare storia. I fotogiornalisti lavorano quotidianamente per giornali, riviste o agenzie di stampa, coprendo con le loro immagini eventi diversi, dallo sport alla cultura, alla politica. Uno dei più importanti fotogiornalisti fu Henri Cartier-Bresson. Cofondatore insieme a George Rodger, David Chim Seymour e Robert Capa della Magnum, la più importante agenzia fotogiornalistica del mondo, a partire dal 1930 Bresson si impegnò a documentare quello che egli stesso definì l’“istante decisivo”: era infatti convinto che la dinamica di ogni tipo di evento raggiungesse un momento di massima tensione che il fotografo doveva cercare di catturare con lo scatto. Un altro fotogiornalista francese fu Brassaï, che con le sue immagini documentò la vita dei quartieri e dei locali notturni parigini. Il reportage di guerra riveste un’importanza rilevante in questa branca della fotografia, e Robert Capa ne è considerato il maggior esponente. Iniziò la sua carriera fotografando la guerra civile spagnola, fu testimone dello sbarco in Normandia e della guerra d’Indocina, nella quale perse la vita. Sul finire degli anni Trenta riviste come “Life” e “Look” negli Stati Uniti subordinarono il testo ai servizi fotografici. La formula diventò particolarmente popolare con lo staff dei grandi fotografi di “Life”, tra i quali Margaret Bourke-White e William Eugene Smith. Queste riviste produssero ampi servizi fotografici sul secondo conflitto mondiale e la guerra di Corea, con immagini scattate da Bourke-White, Capa, Smith, David Douglas Duncan e molti altri fotogiornalisti. Utilizzando la fotografia come strumento di denuncia sociale, Smith documentò i terribili effetti dell’avvelenamento da mercurio a Minamata, un villaggio giapponese di pescatori contaminato dagli scarichi di un locale impianto industriale. Analoga funzione ebbero i lavori di Ernest Cole, che esplorò le miserie dell’apartheid in Sudafrica; quelli di Joseph Koudelka, famoso per la sua splendida narrazione visiva della vita dei rom dell’Est europeo, e i reportage di Ferdinando Scianna.
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