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Struttura articolo
Introduzione; Il Medioevo; Il Rinascimento e il “Siglo de Oro”; Il neoclassicismo; Il romanticismo; Il realismo; La Generazione del 1898; Il Novecento
Nella letteratura spagnola del XVII secolo ebbero un grande sviluppo opere non narrative simili a saggi, scritte perlopiù in uno stile definito “concettismo”, caratterizzato dalla concisione e densità delle idee espresse. Gli esempi migliori sono le Empresas (1640) di Diego Saavedra Fajardo (1584-1648), che rappresenta le caratteristiche del governante cristiano ideale attraverso la rappresentazione delle sue cento imprese; il romanzo allegorico di Baltasar Gracián Il criticone (1651-1657), rappresentazione pessimistica di tutti gli ambiti dell’esperienza umana a eccezione del lavoro intellettuale; l’opera satirica Sogni (1627) di Quevedo, una serie di fantasmagorie destinate a fustigare i costumi corrotti della società. Il già citato Francisco de Quevedo fu anche autore di importanti analisi della crisi politica, economica e sociale spagnola. I suoi scritti politici, come la Política de Dios (1635) e La vida de Marco Bruto (1644), rappresentano soltanto uno degli aspetti della sua produzione in prosa, che abbraccia anche temi ascetici, filosofici e burleschi. Ossessionato dalla grandezza del passato e deluso dalla decadenza del presente, Quevedo espresse la sua disillusione con toni grotteschi e violenti.
Fra tutti i generi letterari del Siglo de Oro, il dramma fu l’ultimo a raggiungere un pieno sviluppo. Nei primi decenni del XVI secolo, il poeta e drammaturgo Gil Vicente, fondatore del teatro portoghese, scrisse alcuni drammi lirici in spagnolo che, insieme alle brevi opere comiche (entremeses) di Lope de Rueda (1510-1565) e di Cervantes, costituiscono i primi testi teatrali spagnoli di rilievo. Oltre a un certo numero di opere scritte a imitazione della commedia rinascimentale italiana, vanno ricordate le tragedie classiche del drammaturgo e poeta Juan de la Cueva de la Garoza (1543 ca. - 1610), che attinse i suoi temi sia alla tradizione medievale spagnola sia all’antichità classica. Un altro importante drammaturgo del Siglo de Oro fu Guillén de Castro y Bellvís, la cui commedia più famosa è Las mocedades del Cid (1618, Le gesta giovanili del Cid). Lo scrittore che meglio rappresenta il genio spagnolo è l’autore di drammi in versi Lope de Vega. La sua opera letteraria, che include poesie, opere narrative e soprattutto drammi, unisce il fascino e la spontaneità dell’arte popolare a una grande e varia maestria tecnica. La comedia spagnola (un insieme di commedia e tragedia), nella forma definita e perfezionata da Lope de Vega, è un’opera in versi in tre atti che utilizza varie strutture metriche e non segue le regole classiche della costruzione drammatica. La sua natura dinamica e poetica, piuttosto che psicologica o filosofica, era concepita per soddisfare le varie classi sociali e i diversi livelli culturali. Nonostante la loro estrema varietà di temi e di ambientazioni, le opere di Lope presentano alcuni motivi caratteristici, come l’uso di materiale storico tratto principalmente dagli antichi romanceros, le ambientazioni rurali e i conflitti nei quali viene affermata la dignità personale. Tra le circa cinquecento opere di Lope che si sono conservate (ma sappiamo che ne scrisse molte di più), ve ne sono alcune di grande pregio, come Fuente Ovejuna (1612-1614 ca.), Peribáñez e il commendatore di Ocaña (1613 ca.) e Il cavaliere di Olmedo (1620-1625). Alcuni aspetti della comedia furono perfezionati da drammaturghi di talento seguaci di Lope de Vega, come Tirso de Molina, il cui Beffatore di Siviglia e convitato di pietra (1630) è la prima opera letteraria in cui appare il leggendario libertino Don Giovanni, e Juan Ruiz de Alarcón Mendoza (1581 ca. - 1639), che diede un contenuto morale alle sue commedie urbane di costume. Il teatro del Siglo de Oro culmina nelle opere di Pedro Calderón de la Barca, il più importante autore di drammi in versi del periodo barocco, i cui lavori hanno complesse strutture simmetriche e una coerenza che manca alle opere di Lope de Vega. Nel capolavoro più famoso del teatro spagnolo, la comedia filosofica La vita è sogno (1635 ca.), Calderón rappresenta gli aspetti effimeri dell’esistenza, dimostrando nel contempo l’origine divina della vita. Il suo Alcalde di Zalamea (1642) è il perfetto esempio di dramma rurale che sviluppa il tema del conflitto d’onore. Calderón fu maestro indiscusso di una delle creazioni più interessanti del Siglo de Oro, l’auto sacramental, una forma di dramma religioso che si basava sull’uso dell’allegoria. Tra i seguaci di Calderón emergono solo le figure di Francisco de Rojas-Zorrilla (1607-1648) e Augustín Moreto y Cabaña (1618-1669).
Verso la fine del Seicento il declino economico e politico fu accompagnato dallo scadimento dell’attività letteraria, che si protrasse durante la guerra di successione spagnola (1701-1714) e i regni dei primi monarchi borboni della Spagna (1700-1759). Le uniche opere originali della prima metà del XVIII secolo furono i saggi del critico e studioso Benito Jerónimo Feijoo y Montenegro (1676-1764), monaco benedettino che combatté l’ignoranza e la chiusura mentale dei suoi contemporanei in nome dei valori illuministici di libertà, ragione e conoscenza scientifica. Durante il regno del monarca illuminato Carlo III (1759-1788), l’influenza francese sulla letteratura spagnola portò all’adozione di forme artistiche neoclassiche e a una nuova visione del mondo. Queste tendenze, mai completamente accettate dal pubblico, furono introdotte nel teatro spagnolo da Nicolás Fernández de Moratín (1737-1780) e furono consolidate da suo figlio Leandro Fernández de Moratín (1760-1828), soprattutto in El sí de las niñas (1805, Il “sì” delle ragazze). Il drammaturgo Ramón de la Cruz (1731-1794), autore di atti unici su soggetti popolari, preferì invece rimanere fedele alla tradizione spagnola. I neoclassicisti spagnoli mostrarono in generale una comprensione molto limitata del Siglo de Oro, sebbene i loro versi si ispirassero, oltre che ai modelli stranieri, alla poesia del Rinascimento spagnolo – soprattutto quella di Luis de León – e utilizzassero le forme metriche della tradizione nazionale. Tra i poeti di maggior spicco si annoverano José de Cadalso y Vázquez (1741-1782), autore tra l’altro dei saggi raccolti nelle Cartas Marruecas (1793, Lettere marocchine), che presentano una visione critica della società spagnola; Gaspar Melchor de Jovellanos (1744-1811); Juan Meléndez Valdés (1754-1817), che si può considerare un preromantico. Caratteristici di questo periodo furono anche gli scritti polemici che esaltavano i meriti della tradizione e della cultura spagnole. Gli eventi che caratterizzarono i primi decenni del XIX secolo, dall’invasione della Spagna da parte di Napoleone (1808; vedi Guerre napoleoniche) al regime assolutista di Ferdinando VII (1814-1833), inibirono l’attività letteraria. La poesia attraversò una fase di transizione, durante la quale i poeti migliori, come Manuel José Quintana (1771-1857), espressero i nuovi atteggiamenti romantici in opere che conservavano ancora una forma classica.
Il romanticismo entrò nella letteratura spagnola nel primo decennio del XIX secolo, ma espresse scrittori e poeti di una certa importanza solo a partire dagli anni Trenta, raggiungendo la piena maturità con Angel de Saavedra, duca di Rivas (1791-1865), autore del dramma Don Alvaro o la fuerza del sino (1835, Don Alvaro o La forza del destino), e con José de Espronceda (1808-1842), poeta e rivoluzionario, autentica incarnazione dello spirito romantico di rivolta. Più legato ai valori tradizionali spagnoli fu il massimo esponente del tardo romanticismo spagnolo, il poeta e drammaturgo José Zorrilla y Moral (1817-1893), che ebbe anche il merito di fare tornare in auge, con i suoi straordinari poemi narrativi, il materiale leggendario e storico. Il maggiore tra i poeti dell’ultimo romanticismo fu Gustavo Adolfo Bécquer (1836-1870), autore delle più delicate poesie romantiche della letteratura spagnola. I migliori esempi della prosa romantica sono gli scritti dei costumbristas, autori che descrissero tipi umani e costumi popolari con un nuovo senso del picaresco. Questo genere di prosa assunse un accento satirico tagliente negli articoli per periodici scritti da Mariano José de Larra (1809-1837), che fu anche autore di vari componimenti drammatici e di un romanzo.
Nella seconda metà del XIX secolo il romanticismo lasciò il posto al realismo, che ebbe come massimo esponente Benito Pérez Galdós, uno dei maggiori romanzieri a livello europeo. Egli interpretò la storia contemporanea spagnola in una serie di quarantasei racconti storici intitolati Episodios nacionales (1873-1879 e 1897-1912, Episodi nazionali); scrisse inoltre romanzi a tesi su problemi religiosi sociali e politici, soffermandosi in particolare su quello dell’intolleranza religiosa, mirabilmente esposto nel romanzo Doña Perfecta (1876, Donna perfetta). I suoi capolavori furono però i romanzi realistici, come Fortunata y Jacinta (1886-87, Fortunata e Giacinta), nei quali ritrasse la società madrilena. Altri romanzieri si dedicarono alla rappresentazione delle varie realtà regionali spagnole: José María de Pereda (1833-1906) si interessò alla zona di Santander; il politico Pedro Antonio de Alarcón e lo statista, poeta ed erudito Juan Valera y Alcalá Galiano (1824-1905) si occuparono entrambi dell’Andalusia; la contessa Emilia Pardo Bazán (1851-1921) descrisse i modi di vita della Galizia. Emilia Pardo Bazán e il romanziere Clarín (pseudonimo di Leopoldo Alas y Ureña, 1852-1901) fecero proprie le tecniche del naturalismo. Al contrario, lo scrittore Juan Valera preferì la rappresentazione della bellezza all’accuratezza della descrizione realistica. Altri due romanzieri di questo periodo, Armando Palacio Valdés (1853-1938) e Vicente Blasco Ibañez, ottennero fama internazionale. Marcelino Menéndez y Pelayo (1856-1912), contemporaneo dei romanzieri realisti, fu un importante critico e storico della letteratura spagnola.
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