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Aristofane (Atene 445 ca. - 385 ca. a.C.), commediografo, uno dei più grandi autori del teatro classico. Di straordinaria fantasia creativa, mescolò abilmente tutte le forme del comico (allusioni scurrili, insulti, travestimenti, disquisizioni accademiche ecc.) dandoci così uno dei massimi esempi di quell’ampia libertà di parola (in greco parresía), che fu l’essenza stessa della commedia antica, comprensibile solo all’interno del clima culturale della democrazia ateniese.
Le notizie relative alla sua vita sono scarse. Nato probabilmente nel demo ateniese di Cidateneo, ebbe forse dei possedimenti nell'isola di Egina. I suoi tre figli, Filippo, Araros e Nicostrato, divennero tutti poeti comici. Calato profondamente nella realtà della pólis, nei suoi testi Aristofane amava schernire i propri concittadini, dai filosofi ai generali, dai poeti ai politici. I temi delle sue opere riguardavano questioni d’attualità, riconducibili però a due filoni fondamentali. Anzitutto un bersaglio polemico era costituito dalla degenerazione politica, che aveva portato al caos interno ad Atene (causato soprattutto dalla demagogia della classe dirigente democratica e dall’abuso di processi, che paralizzava la vita cittadina) e al logoramento della Lega delio-attica, presupposto politico alla disastrosa guerra del Peloponneso. Un altro obiettivo da stigmatizzare nelle sue rappresentazioni era la degenerazione culturale, le cui cause, secondo Aristofane, erano ascrivibili al relativismo dei sofisti, e che in campo letterario era rappresentata dal teatro tragico di Euripide. Satira politica e letteraria erano dunque al centro delle sue commedie, come del resto di tutta la fase più antica della commedia attica, detta appunto “commedia antica” per differenziarla dalle successive fasi dette “di mezzo” e “nuova”. Come gran parte delle commedie antiche, le commedie di Aristofane includono la presenza di un coro. Il suo ingresso sulla scena interrompe l’azione e permette l’esposizione di temi poetici e politici cari all’autore. Il ruolo del coro, noto come parabasi, assolve inoltre in Aristofane il compito di dividere la commedia in due parti: nella prima una trovata mirabolante viene escogitata da un “eroe comico” per mutare uno stato di cose, mentre nella seconda se ne sviluppano gli esilaranti risultati. Non è impossibile vedere in questa struttura qualche analogia con quella della tragedia, forse addirittura un intento parodistico nei confronti delle tragedie di Euripide. A differenza della tragedia, in cui l’eroe soccombe schiacciato dagli eventi, i personaggi aristofaneschi sanno costruire mondi fantastici, surreali, realtà “alternative” a quella negativa che vogliono combattere; il poeta, che pure non rinuncia a lanciare messaggi politico-sociali col suo teatro, mostra al pubblico come vi sia, in mancanza d’altro, anche un’altra via d’uscita dall’angoscia dell’esistenza: la fantasia, il mondo dell’arte, della poesia, il momento stesso della performance teatrale comica.
Delle oltre quaranta commedie da lui scritte, solo undici sono giunte intere sino a noi. Le prime tre opere furono scritte sotto pseudonimo; una di queste fu gli Acarnesi (425 a.C.), in cui un cittadino, stanco della guerra del Peloponneso che sembra non finire mai, riesce a stipulare una pace personale con Sparta. I cavalieri (424 a.C.), prima commedia che Aristofane firmò con il proprio nome, è un pesante attacco contro il politico Cleone, demagogo guerrafondaio, simbolo della spregiudicatezza della nuova classe dirigente ateniese. Le nuvole (423 a.C.) offre, attraverso la grottesca satira del filosofo Socrate, una spassosa caricatura degli eccessi della scuola socratica, chiamata in modo irriverente il “Pensatoio” e volutamente confusa con quella dei sofisti. Nelle Vespe (422 a.C.) Aristofane si fa beffe della mania ateniese per i processi, che ha reso i suoi concittadini eccessivamente litigiosi; nella Pace (421 a.C.) racconta invece di come l’umile vignaiolo Trigeo, salito all'Olimpo su uno scarabeo volante, riesca a riportare in terra la pace, cosa che non sembra riuscire agli uomini politici del tempo. Negli Uccelli (414 a.C.) due ateniesi stanchi delle liti in Atene fondano una città tra la terra e il cielo, disturbando perfino la tranquilla esistenza degli dei. Le donne della Lisistrata (411 a.C.) proclamano lo sciopero del sesso per far terminare la guerra del Peloponneso; quelle delle Tesmoforiazuse (411 a.C., titolo che significa “Le donne alla festa di Dèmetra”) decretano di punire il loro nemico Euripide, poeta che aveva fama di misoginia, per la consuetudine di mettere in scena personaggi femminili negativi; infine quelle delle Ecclesiazuse (393 a.C., “Le donne a parlamento”) si impadroniscono del potere ed emanano leggi assurde sul denaro e sul sesso. Nelle Rane (405 a.C.) il dio del teatro Dioniso, sceso nell'Ade per riportare in terra un vero poeta tragico, Euripide, e far rinascere questo genere che stava decadendo, finisce per portarsi via Eschilo, riconoscendone la superiorità; mentre nel Pluto (388 a.C.) il cieco dio della ricchezza riacquista la vista e distribuisce con giustizia il denaro.
La lingua di Aristofane è attica, con elementi ionico-epici, dorici, e con molti barbarismi e numerosissimi neologismi, che ne fanno uno dei maggiori “inventori” di parole nuove e fantastiche della letteratura greca. Lo stile è assai vario, ricco di figure e personificazioni e reso pienamente “comico” dalla costante presenza di allusioni e “doppi sensi”. Per quanto riguarda la metrica Aristofane eccelle nell’uso di trimetri giambici e tetrametri trocaici nelle parti dialogate, mentre nelle parti corali vi è un uso di metri lirici, a imitazione forse dei cori euripidei.
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