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Università di Bologna Istituto per l’istruzione superiore con sede a Bologna. È una delle più antiche università del mondo.
La fondazione dello Studio bolognese è fissata per convenzione al 1088. Già all’epoca, infatti, esisteva in città una scuola giuridica, indipendente dalle scuole ecclesiastiche che fino ad allora detenevano il controllo dell’insegnamento. Essa aveva tra i suoi esponenti celebri giuristi, che insegnavano diritto privatamente nelle loro abitazioni. Tra di loro Irnerio (attivo verso il 1115) e Graziano, autore del Decretum o Concordantia discordantium canonum, primo manuale di diritto canonico con intento sistematico. Nel 1158 l’imperatore Federico I Barbarossa promulgò la Constitutio Habita, stabilendo che lo Studio si costituisse come insieme di associazioni (societates) di scolari (socii), presiedute da un maestro (dominus). A differenza di quanto avveniva nell’università parigina, a Bologna i maestri erano scelti dagli studenti, ai quali spettava anche l’onere di pagarli (il denaro necessario era racimolato con collette). Tra il XII e il XIII secolo il tentativo delle autorità comunali di prendere il controllo delle societates indusse gli alunni a organizzarsi in nationes, a seconda della loro provenienza geografica: quella citramontana (di studenti italici) e quella ultramontana (di studenti transalpini). Fu però solo questione di tempo prima che le collette venissero sostituite con uno stipendio pagato dal Comune ai docenti, i quali vennero così a dipendere dall’amministrazione cittadina. Nel XIII e XIV secolo alle scuole giuridiche si affiancarono quelle delle artes (filosofia, medicina, aritmetica, astronomia, logica, retorica e grammatica) e a Bologna giunsero insigni studiosi, tra cui Dante, Petrarca, Guinizelli e Coluccio Salutati. Nello stesso periodo la tendenza autonomistica venne progressivamente meno per la volontà delle autorità politiche e religiose di trasformare l’ateneo in uno strumento di potere. Bologna era un rinomato centro di studi di diritto canonico e pertanto assunse un’importanza crescente per la Chiesa: la sua scienza giuridica poteva infatti offrire al papato, in contrasto con l’impero, le fonti per legittimare le sue pretese al potere temporale. I papi intensificarono dunque i loro rapporti con lo Studio, ai fini di un controllo sull’ortodossia e sulla coerenza dottrinale dell’insegnamento canonistico. Il grande scisma d’Occidente, tra fine Trecento e inizio Quattrocento, con l’elezione di due papi, uno a Roma, l’altro ad Avignone, ebbe effetti sulla vita dello Studio bolognese, riducendo le relazioni culturali che esso aveva mantenuto con il mondo transalpino e anche l’area di reclutamento di maestri e di scolari. Nel Quattrocento l’ateneo, anche per la competizione con altre prestigiose università italiane, come quella di Padova, si ridimensionò rispetto all’epoca medievale, pur avendo maestri di prestigio, quali gli umanisti Francesco Filelfo, Niccolò Perotti (1429-1480) e, soprattutto, il maggiore giurista italiano del Rinascimento, Andrea Alciato, che innovò profondamente lo studio del diritto, basandosi su un approccio filologico agli antichi testi. Nel Cinquecento l’università divenne il centro della rinascita occidentale dell’algebra, il cui maggiore esponente fu Gerolamo Cardano, che insegnò medicina e matematica tra il 1563 e il 1570, quando fu arrestato e costretto ad abbandonare la cattedra perché sospettato di eresia. Tra i docenti illustri del tempo si segnala anche lo storico ed erudito Carlo Sigonio (1524 ca. - 1584), che insegnò umanità tra il 1563 e il 1584, mentre tra gli studenti e gli studiosi che trascorsero periodi più o meno lunghi all’università si ricordano Pico della Mirandola, Leon Battista Alberti, Erasmo da Rotterdam e Niccolò Copernico. Verso la fine del Cinquecento e nel corso del Seicento lo Studio perse l’antico prestigio e visse una lunga crisi finanziaria e culturale, anche per la concorrenza dei collegi gesuitici, sorti in seguito al concilio di Trento: l’attività didattica era estranea a ogni innovazione intellettuale; il calo degli studenti, soprattutto stranieri, era progressivo; il corpo docente andava sempre più provincializzandosi. Insegnanti illustri, come Marcello Malpighi, preferivano la libera lezione privata. Gli interventi legislativi del tempo non fecero che inasprire le norme disciplinari, senza innovare i contenuti didattici. La prima organica riforma ideata alla fine del Seicento dal cancelliere dello Studio, Antonio Felice Marsili (1649-1710), nell’intento di garantire una riqualificazione del corpo docente, fu osteggiata dai collegi dei dottori, che avanzarono rivendicazioni corporative. L’iniziativa fu ripresa dal fratello Luigi Ferdinando Marsili (1658-1730), studioso di geografia, fisica e geologia di fama europea, che agli inizi del Settecento propose un radicale rinnovamento dell’università, prevedendo l’attivazione di nuove discipline, quali la fisica, la meccanica, la tecnica militare, le lingue orientali. Il progetto di Marsili, inizialmente avversato dalle autorità accademiche, fu in parte realizzato negli anni Trenta del secolo, quando furono istituite alcune cattedre scientifiche e venne potenziata la facoltà di medicina (fondamentale, tra il 1775 e il 1798, sarà l’insegnamento di anatomia di Luigi Galvani). Tale progetto, però, confluì nella creazione dell’Istituto di scienze, orientato verso la ricerca, inaugurato nel 1714 e totalmente autonomo rispetto all’università, che raggiunse presto una fama europea. All’arrivo delle truppe napoleoniche, nel 1796, lo Studio aveva ancora le caratteristiche di un’università di antico regime, ma durante la Repubblica Cisalpina, quando Bologna divenne la sede dell’Istituto nazionale, lo Studio conobbe un importante rinnovamento relativo alla facoltà di giurisprudenza. Nel 1803 fu trasferito dal Palazzo dell’Archiginnasio, in cui si trovava dal 1563, a Palazzo Poggi. Con la Restaurazione conobbe una nuova organizzazione, attraverso il potenziamento della facoltà di teologia, abolita durante il regime napoleonico. Nel 1824 la bolla Quod divina sapientia, firmata da Leone XII (papa dal 1823 al 1829), segnò il controllo del papato sull’ateneo. Tra gli anni Trenta e gli anni Sessanta dell’Ottocento si verificarono molti moti di ribellione da parte di studenti e insegnanti, che fecero dell’università una delle sedi di lotta liberale, costituzionale e unitaria. Con l’annessione della città al Regno d’Italia (1860), l’ateneo fu riorganizzato, nel 1923, dalla riforma di Giovanni Gentile.
L’Università di Bologna comprende oggi le facoltà di agraria, architettura, chimica industriale, conservazione dei beni culturali, economia, farmacia, giurisprudenza, ingegneria, lettere e filosofia, lingue e letterature straniere, medicina e chirurgia, medicina veterinaria, psicologia, scienze della formazione, scienze matematiche, fisiche e naturali, scienze motorie, scienze politiche, scienze statistiche, cui si affianca la scuola superiore di lingue moderne per interpreti e traduttori. Un ruolo d’avanguardia, nell’ambito della facoltà di lettere e filosofia, ricopre il DAMS. Dipendono dall’Università di Bologna (con un grado di autonomia abbastanza elevato) i poli di Ravenna (che comprende le facoltà di chimica industriale, conservazione dei beni culturali, giurisprudenza, ingegneria, medicina e chirurgia, scienze matematiche, fisiche e naturali), Forlì (con le facoltà di economia, ingegneria, scienze politiche e la scuola superiore di lingue moderne per interpreti e traduttori), Cesena (con le facoltà di agraria, architettura, ingegneria, medicina veterinaria, psicologia, scienze matematiche, fisiche e naturali), Rimini (con la facoltà di economia).
L’Università di Bologna offre possibilità di specializzazione in numerosi campi, scientifici e umanistici. Di particolare rilievo sono le scuole di specializzazione in archeologia, storia dell’arte, genetica applicata, pubblica amministrazione, nonché la scuola di alta formazione per insegnanti. Legate all’Università di Bologna sono alcune importanti istituzioni culturali, a partire dalla biblioteca, conservata all’Archiginnasio. Costituita tra il 1712 e il 1742 grazie alla donazione di due importanti fondi (Marsili e Aldrovandi) e aperta al pubblico nel 1756, comprende oggi centinaia di migliaia di volumi e migliaia di manoscritti e incunaboli. I musei, coordinati nel Sistema museale d’ateneo, comprendono i musei delle cere anatomiche, di anatomia comparata, di antropologia, di zoologia, di fisica, della Specola, di astronomia, di geologia, di mineralogia, di anatomia degli animali domestici, di anatomia patologica e teratologia veterinaria; a essi si aggiungono la raccolta di strumenti di chirurgia veterinaria, l’erbario e l’orto botanico. Il museo di Palazzo Poggi ospita una collezione scientifica di rilievo. Dal 1998 fa parte dei fondi dell’Università bolognese anche l’archivio di Federico Zeri, che comprende la biblioteca d’arte (quasi 90.000 volumi), una fototeca (oltre 290.000 fotografie), una collezione di epigrafi romane, riunite in una fondazione.
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