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Salario In senso giuridico, la retribuzione dei lavoratori dipendenti, subordinati; in economia, il prezzo del lavoro. Il termine deriva dal latino salarius, “razione di sale”, che nella Roma imperiale indicava dapprima l’indennità concessa ai funzionari per acquisti alimentari, quindi la retribuzione vera e propria. I salari comprendono tutti i pagamenti che compensano i lavoratori per il tempo e l’impegno dedicato alla produzione di beni e servizi. Questi pagamenti includono non solo i salari in senso stretto, cioè i guadagni calcolati di solito su base oraria, giornaliera, settimanale, mensile o produttiva degli operai o degli impiegati, ma anche gli stipendi dei professionisti e dei dirigenti; i premi aggiunti e le indennità; le retribuzioni per il lavoro notturno o festivo, o che comunque eccede quantitativamente o qualitativamente quanto concordato; i compensi per le prestazioni professionali; infine, quella parte del reddito dei proprietari di un’attività che remunera il tempo a essa dedicato, il salario cosiddetto di direzione, che non va confuso con il profitto. I salari possono essere in natura (vitto e alloggio, ad esempio) e in denaro; questi possono essere commisurati al tempo lavorato, al numero di pezzi prodotti (cottimo) o al conseguimento di un obiettivo; quest’ultimo tipo di remunerazione collega i guadagni al risultato al fine di incentivare la produzione. Una paga oraria elevata non assicura alti guadagni annui. I muratori ricevono paghe orarie molto alte, ma il loro reddito annuo è spesso ridotto a causa dell’irregolarità del loro impiego. Inoltre i salari nominali non rispecchiano i guadagni reali. In caso di inflazione, il valore reale dei salari, cioè la quantità di beni acquistabili, può diminuire nonostante i salari nominali aumentino, in quanto il costo della vita cresce più rapidamente dei guadagni monetari.
Il livello salariale in un dato paese è determinato da diversi fattori. 1) Innanzitutto il costo della vita: i salari devono essere almeno sufficienti a garantire la sussistenza dei lavoratori. 2) Il tenore di vita contribuisce a definire il cosiddetto salario di sussistenza. Miglioramenti nel tenore di vita generano pressioni volte a estendere ai lavoratori una quota del miglioramento economico. In tali casi i datori di lavoro sono più propensi a concedere aumenti salariali e i legislatori, per migliorare la situazione dei lavoratori, sono spinti ad approvare leggi sul minimo salariale, concetto, questo, giuridicamente connesso a quello di retribuzione. 3) Quando l’offerta di lavoro risulta scarsa rispetto ad altri fattori di produzione quali capitale e terra, i salari tendono ad aumentare. Quando, invece, l’offerta di lavoro è elevata rispetto alla domanda, la concorrenza tra i lavoratori tende a deprimere il livello dei salari. 4) I salari tendono a crescere di pari passo con la produttività, che dipende in parte dall’energia e dalla capacità delle forze di lavoro e ancor più dal livello della tecnologia impiegata. 5) L’azione dei sindacati rafforza il potere contrattuale dei lavoratori e quindi, soprattutto in casi di deflazione, tende ad accrescere le quote di reddito nazionale.
Il livello generale dei salari è rappresentato dalla media delle diverse entrate individuali. I vari elementi che contribuiscono a differenziare i salari sono: 1) il valore relativo del prodotto: un lavoratore abile e specializzato è di solito meglio remunerato; 2) il costo della capacità richiesta: i datori di lavoro devono pagare il prezzo della formazione che richiedono; se gli ingegneri fossero pagati meno dei muratori, poche persone investirebbero tempo, denaro e risorse nello studio; 3) la relativa scarsità di professionalità specifiche: il lavoro non specializzato è poco pagato proprio perché comune, teoricamente eseguibile da chiunque, mentre coloro che hanno professionalità peculiari, o addirittura ritenute uniche, possono ottenere redditi elevati; 4) l’attrattiva dell’occupazione: lavori difficili, sgradevoli o pericolosi in genere sono meglio pagati di lavori piacevoli che richiedono pari abilità; un autista che trasporta esplosivi guadagna meglio di un collega che consegna alimentari; 5) la mobilità del lavoro: quando la popolazione attiva non è mobile, i differenziali salariali si ampliano; la disponibiltà dei lavoratori a cambiare lavoro o a trasferirsi per attività meglio pagate tende, d’altra parte, a ridurre i differenziali salariali tra imprese, attività lavorative e comunità; 6) la forza contrattuale: un sindacato può far aumentare il salario dei propri membri rispetto a quello pagato a lavoratori non organizzati di analoghe capacità; 7) norme e consuetudini: molti differenziali salariali sono dovuti a leggi o a consuetudini; i minatori di colore del Sudafrica, ad esempio, per lungo tempo hanno guadagnato meno dei colleghi bianchi, pur facendo un lavoro equivalente (ovunque esistano governi democratici e sindacati, questi si adoperano tuttavia per eliminare differenziali basati su discriminazione di razza e sesso e per sostenere un equo trattamento salariale).
La prima moderna spiegazione dei salari, la cosiddetta teoria del salario di sussistenza, ha enfatizzato il ruolo dei consumi necessari alla sussistenza vitale e al mantenimento della popolazione attiva come forza determinante dei livelli salariali. Tale concetto fu abbozzato dai teorici del mercantilismo; in seguito, Adam Smith elaborò il concetto di salario naturale, che venne poi sviluppato da David Ricardo. Quest’ultimo sosteneva che i salari sono determinati dal solo costo di mantenimento dei lavoratori e della loro sostituzione, e che i salari non possono scostarsi per molto tempo dal livello di sussistenza: se i guadagni scendessero al di sotto di tale livello, la forza lavoro infatti non si riprodurrebbe; se invece fossero al di sopra, si genererebbe un eccesso di forza lavoro rispetto a quella effettivamente richiesta sul mercato, e quindi la concorrenza riabbasserebbe il salario al valore di sussistenza. L’ipotesi su cui si basava la teoria della sussistenza fu invalidata dagli eventi storici successivi. Nelle economie avanzate, a partire dalla seconda metà del XIX secolo, la produzione di cibo e di altri beni di consumo aumentò più rapidamente della popolazione, con costi sempre più contenuti: di conseguenza i salari superarono il livello di sussistenza. Uno sviluppo della teoria del salario di sussistenza si ebbe allorché l’attenzione si spostò sull’importanza della domanda di lavoro quale determinante salariale. John Stuart Mill, tra gli altri, propose la teoria del fondo salari per spiegare come la domanda di lavoro, espressa in termini di moneta di cui i datori di lavoro dispongono per pagare il lavoro, influenzi i salari. La teoria si basa sul presupposto che i salari siano pagati con il capitale accumulato e che il salario medio sia determinato dividendo la quota destinata ai salari per il numero di lavoratori impiegati. Incrementi salariali per alcuni possono significare riduzioni per altri e quindi, per aumentare i livelli salariali, è necessario aumentare il fondo salari. L’errore dei teorici del fondo salari fu ipotizzare che i salari vengano corrisposti con il capitale accumulato, quando in realtà essi vengono finanziati con la produzione corrente. Gli aumenti, rafforzando il potere d’acquisto, possono al contrario stimolare la produzione e accrescere la possibilità delle imprese di pagare salari, soprattutto quando esiste disoccupazione. Secondo la teoria economica di Karl Marx, nel capitalismo il salario non può superare il livello di sussistenza: il plusvalore prodotto dal lavoratore viene infatti percepito dal capitalista sotto forma di profitto. Tuttavia, anche questo approccio è stato smentito dagli eventi. Una teoria più recente, quella della produttività marginale, riguarda invece l’influenza esercitata dall’offerta e domanda di lavoro. I sostenitori di questa teoria, sviluppata dall’economista statunitense John Bates Clark, affermano che i salari tendono a posizionarsi al livello in cui i datori di lavoro trovano economico assumere l’ultimo lavoratore in cerca di occupazione, definito il “lavoratore marginale”. Dato che, per la legge dei rendimenti decrescenti, si suppone che ogni lavoratore addizionale dia un contributo decrescente alla produzione, la crescita delle forze di lavoro comprime i salari. Se i salari superassero il livello di piena occupazione, parte delle forze di lavoro si troverebbe infatti disoccupata; se i salari scendessero al di sotto di tale livello, la domanda dei datori di lavoro spingerebbe invece i salari nuovamente verso l’alto. L’errore di questa teoria fu quello di aver ipotizzato l’esistenza della concorrenza perfetta, ignorando l’effetto di incrementi salariali sulla produttività e sul potere d’acquisto. Come dimostrò John Maynard Keynes, gli aumenti salariali possono incrementare la propensione al consumo piuttosto che al risparmio; nello stesso tempo, l’aumento nel consumo genera nuova domanda di lavoro, nonostante il suo costo aumenti. Molti economisti riconobbero con Keynes che salari più elevati non sono incompatibili con maggiore occupazione, mentre possono generare spinte inflazionistiche, in quanto le imprese tendono ad aumentare i prezzi per compensare la maggiore spesa per salari. Questo pericolo può essere evitato solo impedendo che i salari superino la produttività. Dal momento che la quota del lavoro sul reddito nazionale è stata pressoché costante e tende a rimanere tale, i salari reali possono crescere solo di pari passo con la produttività. Se Keynes individuò nel salario una forma di reddito distribuito, fonte di domanda, Piero Sraffa lo svincolò da ogni contributo produttivo, legandolo più al sistema sociale che all’economia, secondo una visione contrapposta a quella della produttività marginale.
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