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Introduzione; Fonti di inquinamento; Principali indicatori di qualità dell’aria; Circolazione atmosferica e inquinamento; La “Direttiva Seveso”; Possibili soluzioni; L’azione dei governi
Tra i casi di contaminazione dell’aria con sostanze tossiche, se ne ricordano alcuni in modo particolare, per le tragiche conseguenze sulla popolazione e sull’ambiente. Il 10 luglio 1976 la città di Seveso, e alcuni paesi limitrofi della Brianza, furono contaminati da una nube di diossina sollevatasi dopo l’esplosione dello stabilimento chimico. Simbolo di quell’incidente (segnato dall’evacuazione della popolazione, da lunghe e costose operazioni di bonifica dei terreni e da effetti sulla salute ancora oggi in fase di studio) fu l’immagine di bambini con il volto deturpato dalla cloracne (formazione di pustole di difficile cicatrizzazione). La gravità dell’accaduto e le polemiche che ne seguirono sancirono la necessità di stabilire una normativa adeguata in materia di sicurezza degli impianti chimici, valida a livello europeo. A ciò si arrivò nel 1982 con la direttiva europea 82/501/CE, nota come “Direttiva Seveso” sul rischio industriale, recepita in Italia con il DPR 175 del 1988. Quel documento fu seguito dalla “Direttiva Seveso II” 96/82, recepita in Italia con D.L. 334/99: tra i contenuti di maggior rilievo, vi è l’obbligo per il gestore dello stabilimento di redigere schede di informazione per i cittadini e i lavoratori, e la programmazione di un piano di emergenza.
Nel dicembre del 1984 a Bhopal, in India, da un’industria di fertilizzanti chimici fuoriuscirono grandi quantità di isocianato di metile, proprio mentre sopra la zona persisteva un campo di alta pressione: circa 3300 persone persero la vita subito dopo l’incidente e 20.000 accusarono disturbi più o meno gravi. Si calcola che altre 18.000 persone siano morte nel tempo per gli effetti dell’isocianato di metile e dei suoi componenti.
L’emissione di sostanze inquinanti nell’atmosfera può essere ridotta mediante particolari tecnologie. Una prima soluzione può essere quella di rivolgersi a fonti alternative di energia, come quella solare ed eolica. Il livello degli inquinanti contenuti nei gas di scarico delle automobili può essere ridotto facendo in modo che i carburanti vengano bruciati completamente e dotando i veicoli di marmitte capaci di trasformare i gas di scarico in miscele di sostanze meno inquinanti. L’Unione Europea ha emanato vari provvedimenti in tal senso, per adeguare i veicoli a nuovi standard; in particolare, tutte le automobili immatricolate a partire dal 1° gennaio 2006 devono avere il dispositivo Euro4, che consente di mantenere le emissioni inquinanti entro i valori fissati dalla normativa comunitaria. Inoltre, al carburante diesel e alla benzina possono essere preferiti il gas GPL e il gas naturale compresso GNC, che hanno prodotti di combustione meno nocivi e sviluppano assai meno monossido di carbonio; in alcuni paesi è già diffuso l’uso di biocombustibili come l’etanolo per autotrazione, e anche in Italia si comincia a discutere con maggiore attenzione sull’adozione di questo carburante. Il futuro “ecologico” dei veicoli sembra risiedere nel motore a idrogeno ma, al di là di alcuni prototipi, questa opzione non è ancora disponibile sul mercato. Le polveri emesse dagli impianti industriali possono essere filtrate e trattenute da speciali depuratori (vedi Filtro elettrostatico); gli inquinanti contenuti nei fumi e nelle emissioni gassose possono essere abbattuti mediante il lavaggio con sostanze liquide o solide, o inceneriti e ridotti in sostanze quasi inerti
In molti paesi si è già provveduto a valutare a quali concentrazioni determinate sostanze possano provocare danni alla salute e a fissare, quindi, valori soglia che non devono essere superati. Per quanto riguarda le emissioni di inquinanti, sono state varate, inoltre, normative che ne fissano i limiti massimi ammissibili. Dato che l’inquinamento atmosferico, evidentemente, non rispetta i confini tra uno Stato e l’altro, esso può essere affrontato solo adottando piani d’azione internazionali. Due trattati, in particolare, sono considerati di particolare importanza nell’ambito della gestione dell’inquinamento atmosferico. Nel 1987, a Montréal, 35 paesi siglarono il trattato noto come “Protocollo di Montréal” sulla protezione dell’ozonosfera, con il quale si sono impegnati a ridurre gradualmente la produzione e l’uso dei principali clorofluorocarburi (ponendosi come obiettivo una riduzione del 50% entro il 1998). Il protocollo fu rinegoziato a Londra nel 1990 ed è in vigore nei paesi dell’Unione Europea dal gennaio 1991. Dieci anni dopo Montréal, nel 1997, fu la volta del “Protocollo di Kyoto”, che sanciva l’impegno dei paesi firmatari a ridurre le proprie emissioni entro determinati valori entro il 2008-2012. Di fatto, la ratifica e l’attuazione nei singoli paesi del trattato internazionale si è presentata irta di ostacoli; oggi molti esponenti della comunità scientifica ritengono di difficile realizzazione il raggiungimento dei suoi obiettivi.
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