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La completa certezza della diagnosi può aversi soltanto da esame post-mortem dei tessuti cerebrali; esistono però alcuni criteri che permettono un’accuratezza della valutazione del 90%. Alla comparsa di segni di demenza, che potrebbero costituire l’indizio di una degenerazione di tipo Alzheimer, si compiono alcune indagini allo scopo di escludere eventuali altre cause di demenza. L’anamnesi del paziente permette di verificarne la storia clinica, le abitudini, e la familiarità della malattia; esami radiologici, e in modo particolare la tomografia computerizzata e la risonanza magnetica nucleare, evidenziano eventuali lesioni o formazioni tumorali che potrebbero essere correlate con i sintomi rilevati. Una concentrazione di proteina tau superiore alla norma riscontrata nel liquido cefalorachidiano, può essere indicativa di una neurodegenerazione Alzheimer in atto.
Allo stato attuale, non si conoscono cure che permettano di guarire la malattia e di ripristinare le facoltà mentali compromesse. Farmaci detti inibitori della colinesterasi, quali la tacrina e il donepezil, hanno per un certo periodo di tempo un effetto di rallentamento del processo neurodegenerativo. Ai malati viene consigliato, per quanto possibile, il mantenimento di un’attività fisica e l’esecuzione di esercizi di memoria.
Ancora controverso è il vaccino indicato con la sigla An 1792, contenente proteina ß-amiloide, che agirebbe inducendo la sintesi di anticorpi contro le placche già esistenti; potrebbe fermare il processo degenerativo, anche se non arrestare definitivamente il decorso dell’Alzheimer. Il preparato fu sperimentato da una casa farmaceutica di Dublino su topi da laboratorio, nei quali si è riscontrata la riduzione delle placche senili e la diminuzione della perdita di memoria. Alla fine del 2001 fu avviato un trial clinico sull’uomo; tuttavia, nei primi mesi del 2002, l’insorgenza di infiammazione cerebrale in alcuni pazienti determinò la sospensione della sperimentazione. Nel maggio 2003 l’Università di Zurigo, sulla base di controlli condotti indipendentemente dall’azienda irlandese, ha evidenziato che in realtà due terzi dei pazienti del trial non hanno subito il deterioramento delle facoltà mnemoniche e di coordinamento motorio che ci si aspettava, e hanno sviluppato anticorpi contro la proteina ß-amiloide. Si può dunque sperare che il vaccino abbia una certa efficacia, seppure debba essere formulato diversamente in modo da eliminare il grave effetto infiammatorio.
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