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Morto Crasso, sconfitto e ucciso a Carre (53 a.C.) nel corso di una spedizione contro i parti, il triumvirato si sciolse e Pompeo, rimasto solo in Italia, assunse pieni poteri con l'inusitato titolo di 'console senza collega' (52 a.C.). All'inizio del 49 a.C. Cesare, avendo rifiutato di obbedire agli ordini di Pompeo, appoggiato dal senato, e di rinunciare al proprio esercito, attraversò in armi il Rubicone, fiume che delimitava allora l'area geografica che doveva essere interdetta alle legioni (il pomerium sillano); marciò poi su Roma terrorizzando il senato e facendosi proclamare dittatore, carica che mantenne fino all'anno seguente, quando gli fu affidato il consolato. Pompeo, privo del sostegno militare delle proprie legioni, stanziate in Spagna, si rifugiò in Grecia; sconfitto a Farsalo, fuggì in Egitto, dove venne assassinato dagli uomini di Tolomeo XIV. Esposto alle rivolte del popolo ad Alessandria e ai problemi di successione, Cesare conferì il trono d'Egitto a Cleopatra e si preoccupò di domare, negli anni immediatamente successivi, i restanti focolai di resistenza dei pompeiani.
Ormai padrone assoluto di Roma, Cesare ottenne la dittatura (prima a tempo determinato e poi, forse dal 45 a.C., a vita) e con questa il comando supremo delle forze armate, cui associò come magister equitum l'emergente Marco Antonio; fu poi console per cinque anni (e poi per dieci); e venne infine nominato praefectus morum – carica che di fatto sostituiva quella di censore – per tre anni. Non meno importante fu la progressiva acquisizione delle prerogative dei tribuni della plebe, dei quali assunse il diritto di veto e l'inviolabilità personale (sacrosanctitas). Lo straordinario accentramento di poteri nella sua persona fu confermato poi nel 45 a.C. dall'attribuzione a Cesare del titolo permanente di imperator (comandante generale delle forze armate), che egli poté esibire come praenomen; ed è ulteriormente testimoniato dalla presenza di sue statue nei templi, dalla venerazione del suo genius, dal fatto che un mese dell'anno fosse chiamato Iulius. Cesare non volle però che si arrivasse a modifiche costituzionali che trasformassero formalmente lo stato romano in una monarchia, anche se ciò era sostanzialmente avvenuto. Dal 47 al 44 a.C. egli attuò comunque una serie di riforme: limitò il potere della vecchia aristocrazia, ampliando il numero dei seggi in senato per destinarne alcuni a membri delle élites delle province occidentali, e riducendo – a vantaggio dei cavalieri – il numero dei senatori nei tribunali per il controllo delle amministrazioni provinciali; ridusse, col potere che gli derivava dalle numerose cariche assunte, le prerogative dei comizi e delle altre magistrature; sciolse le associazioni religiose o professionali, perché temeva potessero assumere caratteri di eccessiva politicizzazione. Dal punto di vista economico promosse alcune riforme a favore dei lavoratori agricoli liberi, riducendo il numero di schiavi e fondando colonie a Cartagine e a Corinto; promosse numerose opere pubbliche e la bonifica delle paludi pontine; introdusse inoltre la riforma del calendario, secondo il corso del sole e non più secondo le fasi della luna.
Per timore che Cesare volesse trasferire a un successore i poteri acquisiti (aveva adottato Ottaviano, il futuro imperatore Augusto), fu ordita una congiura contro di lui guidata dai senatori Cassio e Bruto, che lo assassinarono il 15 marzo del 44 a.C. (Idi di marzo). Cesare venne ucciso proprio quando stava per intraprendere una spedizione contro i parti, e per lavare così l'onta della sconfitta subita da Crasso a Carre: dopo aver domato le più fiere popolazioni d'Occidente – i galli – gli mancava solo la sottomissione dei più ostili a Roma tra i popoli orientali – i parti – per essere consacrato davvero come l'erede di Alessandro Magno.
La figura di Cesare merita un posto di rilievo anche nella storia della letteratura latina. Fu infatti brillante oratore, poeta epico e tragico in età giovanile, autore di uno scritto d’argomento stilistico (De analogia) e di un pamphlet polemico contro Catone Uticense: la testimonianza di tutto ciò, però, è andata quasi completamente perduta. Ci restano invece due opere storiografiche, nelle quali Cesare narra esperienze direttamente vissute: i Commentarii de bello gallico, sulla guerra di conquista della Gallia, e i Commentarii de bello civili, sulla guerra che lo oppose a Pompeo. Decidendo di scrivere dei commentarii, Cesare fece una scelta letteraria assai precisa, non aderendo programmaticamente alla concezione ciceroniana della storiografia come opus oratorium maxime, cioè come “opera soprattutto letteraria”. I commentarii – termine latino che significa “nota, diario” – erano infatti una sorta di schematica narrazione di eventi o situazioni, e Cesare scrisse i propri sicuramente prendendo spunto dai suoi “diari di guerra”; è però vero che lo stile asciutto ed essenziale di Cesare, sulla scia della cultura retorica atticista, non denota certo frettolosa negligenza, ma una studiata semplicità che riesce a dare incisività e talora drammaticità alla narrazione delle gesta compiute.
I Commentarii de bello gallico constano di scritti in sette libri, ai quali se ne deve aggiungere un ottavo scritto dal luogotenente di Cesare, Aulo Irzio. L’opera non contiene solo la narrazione dei lunghi anni della guerra gallica, ma è anche ricca di vivaci digressioni etnografiche sui popoli combattuti e di descrizioni geografiche della loro terra. La rappresentazione, apparentemente oggettiva, della civiltà gallica, forte e bellicosa, diviene indirettamente uno strumento retorico di esaltazione del valore di chi quei popoli è riuscito a sottomettere. Cesare, attraverso il suo racconto, ama condividere la gloria militare coi propri soldati, dei quali mette costantemente in risalto le eroiche virtù. I critici sono divisi sui modi e sui tempi della composizione dei Commentarii: c’è chi pensa a una stesura “per tappe” e chi crede invece a una composizione unitaria. Non è tuttavia inverosimile neppure credere a una soluzione mista, che veda cioè la successiva riduzione a unità di schemi e appunti presi in precedenza, magari per redigere i periodici rapporti di guerra da inviare al senato.
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