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Falascià

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Falascià in viaggio verso IsraeleFalascià in viaggio verso Israele

Falascià Gli ebrei nativi dell'Etiopia, la cui origine è ignota, benché venga tradizionalmente ricondotta a Menelik, figlio di Salomone e della regina di Saba. Si può però ipotizzare una discendenza da ebrei emigrati dalla Palestina prima del II secolo a.C.: i falascià, infatti, il cui nome significa in lingua amarica 'emigranti' e che si definiscono come 'beta Israel' ('casa di Israele'), possiedono una versione della Bibbia nell'antica lingua ge'ez, ma non conoscono il Talmud e la letteratura ebraica successiva.

Ciò spiega i caratteri di estremo conservatorismo delle loro pratiche rituali e legali, che prevedevano anche il sacrificio animale accanto a una rigida osservanza del riposo del sabato e delle prescrizioni alimentari, oltre alla proibizione del matrimonio all'esterno del gruppo.

La comunità, che non conosce la figura dei rabbini, si insediò in Etiopia nella regione a nord del lago Tana, in villaggi autonomi, retti ciascuno da un sommo sacerdote che dirigeva il culto celebrato nella sinagoga.

Durante il regno del negus Hailé Selassié alcuni falascià raggiunsero cariche di prestigio in campo amministrativo ed educativo, ma la comunità conobbe forme di persecuzione dopo la deposizione dell'imperatore nel 1974: questa situazione, aggravata dalla carestia che aveva colpito l'Etiopia, indusse le autorità israeliane a organizzare, fra il 1984 e il 1985, un ponte aereo per condurre nello stato ebraico circa 12.000 falascià. Le operazioni di rimpatrio ripresero poi nel 1989 e 1990, e si conclusero nel maggio 1991 con l'arrivo in Israele della quasi totalità dei circa 14.000 ebrei rimasti ancora in Etiopia.

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