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Struttura articolo
Le sedi della civiltà altomedievale erano il castello del cavaliere investito di un beneficio feudale, il monastero e la città fortificata sede vescovile. Le lotte tra questi poteri per il dominio sui territori circostanti, che coinvolgevano imperatori, re e papi, si succedevano senza posa, complicate dalla confusione giuridica, tipica del feudalesimo, tra patrimonio personale e giurisdizione pubblica. In quelle tre sedi si svilupparono concezioni sociali e culturali diverse. Nel castello si formarono le premesse della cultura cavalleresca, fortemente impregnata di umori germanici, mentre nel monastero si coltivò la tradizione classica e biblica. Moltissime città cominciarono a sviluppare, con le fiere periodiche e i mercati permanenti, un ruolo di centro di attività artigianali e di sede di scambio commerciale, che man mano divenne scambio anche di idee e di cultura, in grado di approdare a un profondo rinnovamento con la creazione, tra le altre corporazioni e accanto alla “scuola cattedrale” del vescovo, della Universitas di maestri e allievi.
Attraverso i capolavori letterari che furono prodotti allora e nel secolo seguente, il Basso Medioevo fu il periodo che fornì alla mentalità e all’immaginario moderni tutti gli ingredienti che vengono ritenuti caratteristici dell’intera civiltà medievale: il castello, il monastero, la cattedrale, il cavaliere, la dama, il menestrello, il crociato, il mercante ecc.
Il borgo medievale fu il vero crogiuolo in cui vennero a fondersi molti ingredienti del profondo rinnovamento della vita europea tra il X e il XIII secolo: la curia vescovile con la cattedrale, le botteghe artigiane, il mercato, gli studi notarili, gli organi di autogoverno delle corporazioni, le università. Tra questi fattori, il più dinamico fu certamente il mercato, che portò a un intenso sviluppo della prosperità e della potenza di varie città italiane, francesi, fiamminghe, tedesche e inglesi in età comunale.
Sulla spinta dello sviluppo delle città, tutti e tre i grandi poteri medievali – impero, papato e monachesimo – subirono, tra il X e l’XI secolo, un profondo processo di riforma, teso a correggere le storture che li affliggevano e a fronteggiare la continua instabilità. La riforma dell’impero (renovatio imperii) fu opera della dinastia degli Ottoni (fine del X secolo) che riuscì a far trionfare formalmente il concetto della supremazia imperiale sui poteri feudali, anche se non eliminò del tutto la riottosità dei vassalli, che si espresse più volte con le armi nei secoli seguenti. Gli Ottoni giunsero a restaurare perfino il legame del potere imperiale con la tradizione romana e ad arrogarsi la facoltà di nomina dei vescovi per costituirne un ceto di propri funzionari al governo delle città, sottratto perfino al potere papale. Imposero infatti sul soglio pontificio monaci di propria scelta e quindi loro fidi, contribuendo così però anche a svincolarlo dalle beghe delle famiglie romane che avevano ridotto il papato a un potentato qualsiasi, corrotto e privo di autorità.
La riforma dell’ordine benedettino, anch’esso gravemente corrottosi nelle lotte feudali, partì in quegli stessi anni dal monastero di Cluny, come ritorno al più rigoroso rispetto della regola benedettina e rivendicazione di una completa autonomia dai poteri feudali. I cluniacensi, imitati qualche tempo dopo dai cisterciensi, influenzarono anche la stessa gerarchia ecclesiastica, contribuendo decisamente, con l’appoggio di papa Gregorio V, a promuovere la riforma della Chiesa.
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