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Letteratura apocalittica Serie di testi appartenenti alla letteratura tardogiudaica e connotati dalla parola apocalypsis, “rivelazione”. L’espressione “letteratura apocalittica” venne impiegata per la prima volta da studiosi tedeschi agli inizi del XIX secolo; si intendeva in questo modo identificare un movimento di pensiero e un genere letterario presenti in ambiente ebraico e poi anche cristiano, caratterizzati da elementi e da preoccupazioni comuni, anche se diversificati per epoca storica d’appartenenza.
Dibattuta è l’origine dell’apocalittica: per alcuni essa sarebbe ulteriore alla profezia, comparendo proprio nel momento in cui si sarebbe esaurita l’esperienza dei profeti di Israele. Altri sostengono invece che l’apocalittica raccolga e interpreti le istanze conoscitive presenti nella sapienza di Israele e della quale sono espressione i libri appartenenti alla letteratura biblica sapienziale (Giobbe; Sapienza; Proverbi; Ecclesiaste; Siracide). Sulla base dell’analisi di testi quali Daniele, 1 Enoc, 2 Baruc, 4 Esdra, Apocalisse di Abramo e Apocalisse di Giovanni, gli elementi caratteristici e i temi maggiori dell’apocalittica sono stati così delineati: 1) spasmodica attesa di un repentino e imminente cambiamento di tutti i rapporti umani e di una fine cosmica; 2) atteggiamento pessimistico riguardo alla fine, che viene presentata come una catastrofe; 3) determinismo storico: la fine prossima risulta legata alla storia passata dell’umanità, così che possono essere definite precise epoche di sviluppo storico predeterminate da Dio; 4) la storia terrena degli uomini, concreta e visibile, è strettamente legata e condizionata da una storia invisibile e ultraterrena che solo i “veggenti” prescelti hanno possibilità di conoscere; 5) dopo la catastrofe si profila la salvezza, che avrà caratteri paradisiaci: i giusti risorgeranno e parteciperanno delle gioie di un regno di giustizia e di pace originato dalla definitiva abolizione dei malvagi ordinamenti umani.
Sotto il profilo espressivo e formale i caratteri peculiari dell’apocalittica si manifestano nell’ampio utilizzo di simboli, soprattutto numerici o desunti dal mondo animale, nell’introduzione della figura del “veggente”, nell’uso della pseudonimia. L’apocalittica si presenta così come una grande teologia della storia, capace di ridare speranza a coloro che, pur perseguitati a causa della fede, possono sperare in un rovesciamento della situazione a opera di Dio o per mezzo di un suo inviato, il Messia. Essa si sviluppò soprattutto nei secoli tra il II a.C. e il II d.C., ma non smise di esercitare influssi anche nelle epoche successive; il Medioevo offrirà nelle speculazioni di Gioacchino da Fiore un esempio estremamente suggestivo in tal senso, capace di prolungare le proprie prospettive, pur con i dovuti adattamenti, anche alla nostra epoca. Per quanto riguarda il Nuovo Testamento e il messaggio di Gesù di Nazareth evidenti sono gli influssi dell’apocalittica, se non altro nella presenza di un testo nel canone (Apocalisse di Giovanni) che identifica Gesù nel Messia che sta per venire. L’ambiente dell’epoca di Gesù appare fortemente attraversato dalle prospettive apocalittiche presenti in personaggi quali Giovanni Battista o in movimenti quali l’essenismo. Appaiono però superate le tesi che facevano di Gesù semplicemente un profeta apocalittico: la sua predicazione risulta infatti originale anche rispetto ai canoni dell’apocalittica.
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