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O’Neill, Eugene

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Eugene O’NeillEugene O’Neill
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Introduzione

O’Neill, Eugene (New York 1888 - Boston 1953), drammaturgo statunitense, premio Nobel per la letteratura nel 1936. Grazie alla sua opera, il teatro americano acquisì una fisionomia propria, abbandonando le forme drammaturgiche di stretta derivazione europea allora in voga e filtrando la realtà contemporanea attraverso lezioni e tradizioni lontane tra loro, dalla tragedia greca al teatro elisabettiano, da Ibsen a Strindberg, da Nietzsche a Freud.

Figlio di un attore di origine irlandese, O’Neill frequentò per un anno la Princeton University e dopo il 1907 lavorò come impiegato a New York, cercatore d’oro in Honduras, aiuto-impresario nella compagnia teatrale del padre, marinaio su una nave tra Sud America e Sudafrica, cronista per un giornale. Cominciò a scrivere i primi testi teatrali in sanatorio, dove fu ricoverato nel 1912 per una leggera forma di tubercolosi. Nel 1914-15 frequentò i corsi di drammaturgia della Harvard University.

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I “drammi marini”

Nei dieci anni che seguirono lavorò come impresario e autore di testi per un gruppo sperimentale di Provincetown che portò sulla scena alcuni suoi atti unici (il primo fu In viaggio per Cardiff, 1916), pubblicati in seguito e conosciuti come “drammi marini”. Di impianto naturalistico, questi primi brevi lavori, che prendono spunto dai viaggi per mare compiuti da O’Neill tra il 1909 e il 1910, contengono già, soprattutto nel finale, le visioni di desolato pessimismo destinate a tornare nella sua opera, nelle quali l’individuo appare schiacciato da ineluttabili forze a lui estranee.

Un nuovo interesse per la psicologia dei personaggi si profilò in Oltre l’orizzonte (1920; premio Pulitzer), dramma in tre atti rappresentato sui palcoscenici di Broadway, e che venne poi ripreso e approfondito, attraverso la lezione freudiana da una parte e il ricorso ad atmosfere espressionistiche dall’altra, in L’imperatore Jones (1920), nel quale attorno al protagonista, tiranno di un’isola, la parola riesce a evocare un mondo di delirio e allucinazione. Seguirono Anna Christie (1921; premio Pulitzer nel 1922), Lo scimmione (1922), Tutti i figli di Dio hanno le ali (1924), dramma sul razzismo, e Desiderio sotto gli olmi (1924).

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La trilogia

O’Neill seppe sempre piegare le tecniche tradizionali all’esigenza di parlare della contemporaneità e dell’America: importanti esempi sono Il grande Dio Brown (1926), nel quale introdusse l’uso delle maschere per indicare la doppia personalità dei personaggi, e il successivo Strano interludio (1927; premio Pulitzer nel 1928), in nove atti, nel quale riprese la tecnica delle battute “a parte”, che aveva una lunga tradizione teatrale, per dare voce ai pensieri e alle emozioni dei personaggi, con un procedimento molto simile a quello tipicamente novecentesco dello stream of consciousness.

La sua opera più ambiziosa è la trilogia Il lutto si addice a Elettra (1931; Il ritorno, L’agguato e L’incubo), con la quale lo scrittore statunitense volle ricreare nel New England ottocentesco l’atmosfera della tragedia greca, riprendendo i temi e l’intreccio dell’Orestea di Eschilo per leggerli in chiave psicoanalitica.

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L’ultima fase

Giorni senza fine fu rappresentato senza successo nel 1934, anno a partire dal quale O’Neill soffrì di una malattia nervosa che l’avrebbe afflitto fino alla morte. Il dramma segna l’inizio dell’ultima fase, caratterizzata da un pessimismo più cupo e da un insistito ricorso a motivi autobiografici. In questo periodo lavorò a un lungo ciclo di drammi sulla storia di una famiglia americana, ma dell’intero progetto completò soltanto due testi, rappresentati postumi.

Scrisse tuttavia altri tre drammi, non collegati al ciclo: Viene l’uomo del ghiaccio (1946), ambientato in un bar di New York e centrato su un gruppo di emarginati incapaci di vivere senza illusioni, e due tragedie imperniate sulle vicende della sua stessa famiglia, Lungo viaggio verso la notte (premio Pulitzer nel 1957), rappresentato postumo nel 1956, e A Moon for the Misbegotten (1957).

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