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Campania Regione amministrativa dell’Italia meridionale; si affaccia a ovest e a sud-ovest sul mar Tirreno e confina con il Lazio e il Molise a nord, la Puglia a est, la Basilicata a est e sud-est. È ripartita nelle province di Avellino, Benevento, Caserta, Napoli e Salerno; il capoluogo regionale è Napoli. Dipendono amministrativamente dalla regione (in provincia di Napoli) le isole Partenopee. Il nome “Campania” può sembrare abbastanza incongruo per designare una regione che in effetti è, per oltre cinque sesti, montuosa o collinare, nonché in gran parte formata da terreni poco fertili, quindi inadatti all’agricoltura. In effetti il nome indicò in origine solo l’area pianeggiante della regione, abitata dalla popolazione degli osci, che corrisponde a grandi linee all’attuale Terra di Lavoro (in provincia di Caserta), il cui centro principale era Capua; da questa città trasse il nome il territorio circostante, cioè l’Agro Campano (Kappanom, Kampanom). Il termine “Campania” in funzione amministrativa scomparve in epoca medievale – per secoli si parlò solo di Regno di Napoli – e tornò in uso solo con l’unità d’Italia. La regione non è particolarmente vasta (ha una superficie di 13.595 km²) ma, con 5.790.187 abitanti (2007), può dirsi notevolmente popolata; in valori assoluti solo la Lombardia ne conta di più, ma la densità media (426 abitanti per km²) non solo è la più alta d'Italia, ma addirittura più che doppia rispetto alla media nazionale. I confini sono quasi ovunque convenzionali e hanno subito nel corso della storia numerose modifiche. Tra i pochi limiti fisicamente delineati vi è un breve tratto del fiume Garigliano, al confine con il Lazio, il massiccio del Matese, al confine con il Molise, e i monti della Daunia, al confine con la Puglia.
La fascia costiera, dal clima molto mite, dai porti accoglienti, dai terreni perlopiù pianeggianti e assai fertili, dalle città aperte agli scambi commerciali, era per i romani la Campania felix. Gli odierni confini tuttavia comprendono una Campania ben diversa (e assai più vasta), del tutto simile alle terre appenniniche dell’Italia centrale e meridionale, con le sue montagne aspre e brulle, i valichi difficili, i paesaggi spopolati. Se è propria di tutta l’Italia peninsulare la contrapposizione – per caratteristiche economiche, densità insediativa, generi di vita – tra le dinamiche, ricche e sempre più popolate aree marittime e le più povere e disagiate zone interne, in nessun’altra regione il divario assume gli estremi contrasti che si manifestano in Campania. La morfologia contribuisce a favorire nettamente la regione litoranea. Le pianure, che coprono meno di un sesto del territorio (il 50,8% è collinare, il 34,5% è montano), sono tutte costiere, di origine alluvionale, rese particolarmente fertili dai terreni vulcanici. A nord si estende la pianura più ampia e dal nome significativo, la Terra di Lavoro, attraversata dal fiume Volturno, a sud è situata la piana del Sele, solcata dal fiume omonimo. Le coste si sviluppano per 360 km, tra la foce del Garigliano e la sezione occidentale e più ampia del golfo di Policastro, presso la cittadina di Sapri (il tratto orientale del golfo è in Basilicata); in nessun’altra regione tirrenica il territorio è altrettanto articolato. Vi si aprono quattro golfi (i due estremi, a nord e a sud, condivisi con le regioni confinanti), nettamente separati da altrettanti promontori rocciosi. Il primo golfo è quello di Gaeta, che a ovest sconfina in Lazio e sul quale prospetta la Terra di Lavoro; è chiuso da Capo Miseno, fronteggiato dalle isole di Procida e di Ischia. Segue il golfo di Napoli, uno dei più pittoreschi e famosi del mondo, dominato dalla mole del Vesuvio e delimitato a sud dalla lunga e montuosa penisola sorrentina, alla cui estremità si trova la Punta Campanella, a chiusura dei monti Lattari, che morfologicamente proseguono nell’isola di Capri. Più a sud la Costiera amalfitana, sul lato meridionale della penisola sorrentina, con il suo susseguirsi di celebri località turistiche (Amalfi, Positano, Maiori ecc.), cinge l’ampio golfo di Salerno, che include la piana del Sele e che termina a Punta Licosa. Infine, superato il tratto scosceso in cui il massiccio del Cilento giunge sino al Tirreno, e nel quale si protende Capo Palinuro, si apre il golfo di Policastro. La Campania montuosa e collinare include rilievi molto diversi anche per formazione rocciosa, compresi sia nel sistema degli Appennini sia dell’Antiappennino; sovente le loro propaggini giungono sino al mare. La sezione propriamente appenninica (Appennino campano) è frammentata in una serie irregolare di massicci montuosi, separati a volte da depressioni marcate, e con un prevalente orientamento da nord-ovest a sud-est. L’Appennino campano inizia in effetti nel Molise, nella Bocca di Forlì (998 m), e termina nella Sella di Conza (700 m), al confine con la Basilicata; qui comincia l’Appennino lucano, che in parte supera i confini amministrativi della Basilicata ed entra in territorio campano. Ovunque in Campania prevalgono le rocce calcaree, con vistosi fenomeni carsici e un’accentuata idrografia sotterranea; celebri sono in particolare le grotte, sia nella terraferma sia nelle isole (famosa fra tutte è la Grotta Azzurra di Capri). Vi sono inoltre accumuli di dolomite. I rilievi a tratti emergono come aspri roccioni isolati dai sovrapposti terreni di argille e sabbie, a tratti formano imponenti massicci compatti; sono tali il massiccio del Matese, ripartito con il Molise e che culmina nel monte Miletto (2.050 m), e il gruppo dei monti Picentini (monte Cervialto, 1.809 m). Talvolta sono altipiani, come il cosiddetto Appennino sannita (monte Saraceno, 1.086 m), tra la Campania e il Molise. Altre volte ancora i rilievi formano delle erte e sottili dorsali: così si presentano ad esempio i monti Lattari (significativo il nome della massima cima, monte Sant’Angelo a Tre Pizzi, 1.444 m), che formano l’ossatura prevalentemente dolomitica della penisola sorrentina. Viene in genere per convenzione incluso nell’Appennino lucano il più meridionale dei grandi complessi montuosi della regione, il massiccio del Cilento, che una lunga e profonda depressione, il Vallo di Diano, separa dalla principale dorsale appenninica: è un’accidentata regione di alteterre che culmina nel monte Cervati (1.898 m), seconda cima per altezza della regione dopo il Miletto, ma la più elevata tra quelle situate interamente in territorio campano. L’Antiappennino, che sul versante tirrenico orla ampiamente il sistema degli Appennini, forma in Campania un’area ben individuata per la sua natura vulcanica: la regione è anzi particolarmente nota proprio per i suoi apparati vulcanici. Sono state le loro eruzioni a costruire, con ceneri, sabbie e lapilli, buona parte della pianura campana. Alcuni vulcani si possono ritenere ormai spenti, come il Roccamonfina (il cono più alto tocca i 1.005 m), presso il confine con il Lazio; molteplici manifestazioni di vulcanismo secondario (fumarole, emissioni di vapore acqueo ecc.) hanno invece i Campi Flegrei, vasta zona situata attorno al golfo di Pozzuoli, a ovest di Napoli; infine il Vesuvio è l’unico vulcano attivo di tutta l’Europa continentale. Il vulcanismo secondario è ben rappresentato anche nell’isola di Ischia. Se l’attività vulcanica è oggi comunque modesta, frequenti e spesso disastrosi sono per contro i terremoti, che si manifestano sia nelle aree vulcaniche sia, con maggiore violenza, nelle aree appenniniche interne. Zona di particolare instabilità, e quindi più frequentemente colpita dai terremoti, è l’Appennino sannita, dal massiccio del Matese alla regione dell’Irpinia. Proprio nell’Irpinia si è registrato, nel 1980, uno dei più disastrosi terremoti che abbiano colpito l’Italia nell’ultimo secolo, causando 441 morti, 50.000 feriti e 150.000 senzatetto. Le frane costituiscono un altro gravissimo problema per la regione: l’area più a rischio corrisponde alla penisola sorrentina, anche per la sua elevata densità abitativa. La Campania è solcata da pochi ma relativamente importanti corsi d’acqua. Nasce dal versante orientale dell’Appennino campano l’Ofanto (134 km), che esce ben presto dalla regione, dirigendosi poi al mare Adriatico. Tutti gli altri principali corsi d’acqua della Campania tributano invece al mar Tirreno. La caratteristica principale del loro percorso è quella di doversi aprire la strada lungo i solchi longitudinali delle antiche linee di frattura che, come il Vallo di Diano, separano tra loro gli allineamenti montuosi; non scendono quindi paralleli a pettine, ma con andamenti complessi e tortuosi, formando una rete a ventaglio. Sono inoltre sovente alimentati da ricche sorgenti sotterranee. Se si esclude il Garigliano (158 km), che come si è detto segna per breve tratto il confine con il Lazio, i due grandi fiumi della Campania (tra i maggiori dell’Italia meridionale) sono il Volturno e il Sele, che presentano tra loro forti analogie nel percorso, nel sistema di alimentazione e nel regime idrico. Il Volturno (175 km) nasce presso il confine tra Molise e Abruzzo, ma diventa ricco d’acqua solo in Campania, dove lo raggiunge il Calore; è proprio quest’ultimo a dare un apporto determinante al fiume. Il Volturno ha un regime non eccessivamente irregolare, grazie alla presenza nel suo bacino di massicci calcarei che alimentano ricche sorgenti. L’intera regione, che abbonda di falde sotterranee, è, da questo punto di vista, una delle regioni più favorite d’Italia. Il Sele è lungo solo 64 km, ma ha un bacino idrografico di ben 3.223 km², tra i più estesi dell’Italia peninsulare. Nasce a Caposele dal monte Cervialto, nei Picentini; riceve poi il Tanagro, che solca interamente il Vallo di Diano e che, con i suoi 92 km, è in effetti assai più lungo dello stesso Sele. È dunque grazie ai loro affluenti, ai quali la disposizione del rilievo ha impedito di aprirsi uno sbocco diretto al mare, se Volturno e Sele sono corsi d’acqua così rilevanti. Entrambi i fiumi sono ampiamente utilizzati per alimentare centrali elettriche e opere irrigue; le acque del Sele sono addirittura catturate a Caposele e convogliate nell’Acquedotto Pugliese.
La regione ha quasi ovunque inverni miti ed estati calde, ma temperate dalla brezza marina; raramente le temperature massime e minime raggiungono valori elevati. Il territorio trae vantaggio, oltre che dell’esposizione al mar Tirreno, della presenza di ampie e profonde valli, che dalle pianure litoranee si incuneano fra le montagne, facilitando la penetrazione degli influssi di origine marittima. Tuttavia condizioni di semicontinentalità, caratterizzate soprattutto da inverni più rigidi, sono proprie di quelle zone, come l’Irpinia, nelle quali i rilievi agiscono da barriera climatica. Le medie invernali sono, a Napoli e in genere sulla costa, di oltre 10 °C (ma non sono mancati minimi eccezionali sottozero), di 3 °C ad Ariano Irpino, posto sull’Appennino sannita a 778 m di quota; le medie estive, nelle medesime località, sono di 26 °C (con valori massimi anche di 39 °C) e di 21 °C. Più della temperatura varia la piovosità, irregolarmente distribuita nel corso dell’anno e tra zona e zona. I valori, che nelle pianure costiere si aggirano sugli 800 mm annui, decrescono però nelle conche più infossate, con minimi anche di 600 mm, ma raggiungono facilmente i 1.000 mm sui rilievi. I massimi, sui 1.800-2.000 mm, si registrano in alcune limitate sezioni del Matese e dei monti Picentini. D’inverno sui monti si verificano non di rado precipitazioni di carattere nevoso: a volte si imbianca persino la sommità del Vesuvio. Le precipitazioni sono piuttosto irregolari: si concentrano tra novembre e gennaio mentre sono quasi inesistenti d’estate, quando assumono molto facilmente carattere di devastanti temporali. Anche la violenza delle piogge accresce i problemi ambientali della regione, che è già di per sé ad alto rischio per frane, smottamenti, terremoti. Ricchissima di bellezze naturali, comprendenti anche rarissime specie botaniche, la Campania ha ancora gravi ritardi nella loro tutela. Nel 1991 sono stati istituiti il Parco nazionale del Vesuvio e il Parco nazionale del Cilento e del Vallo di Diano; sono presenti inoltre alcune oasi di protezione o di osservazione della fauna, create in genere da associazioni ambientaliste. In Campania, tuttavia, i problemi ambientali riguardano anche lo stato di precarietà dei suoli urbani: in particolare a Napoli, la città con più alta densità abitativa d’Italia – oltre 10.000 persone per km² – i terreni sprofondano con disastrosa frequenza.
In questa regione di fortissimo addensamento, l’azione modificatrice dell’uomo sulla vegetazione naturale è stata sempre molto intensa, sia con l’eliminazione di specie originarie sia con l’introduzione di nuove (ad esempio la lussureggiante flora tropicale di tanti giardini costieri: palme, banani, agavi ecc.). Nelle pianure litoranee e nelle zone più basse dei rilievi rivolti al mare, con il loro clima caldo e il lungo periodo asciutto, la formazione più diffusa è la macchia mediterranea, molto rigogliosa, sia ad arbusti sia arborata (leccio, olivastro, carrubo, lentisco, mirto, ginestra, erica, timo, oleandro ecc.); si conserva ancora particolarmente fitta nel Cilento, che ha anche alcune pinete originarie, mentre altrove è stata in larga misura sostituita con colture, sia legnose, come vite, olivo e agrumi, sia a nudi seminativi. Sui rilievi collinari, soprattutto su quelli vulcanici dell’Antiappenino, si hanno associazioni di castagno e quercia; alle quote più elevate infine la specie prevalente è il faggio. Il bosco, spesso molto degradato, occupa solo il 20% della superficie regionale. Il Cilento è la zona in cui la fauna naturale riesce a trovare maggiore protezione: qualche specie è stata introdotta o reintrodotta (cinghiale, daino, lepre) e si ricordano inoltre la volpe e, più raro, il lupo. Le pianure, un tempo acquitrinose, ospitavano numerosi uccelli palustri, come la folaga e l’airone; alcuni colonizzano ancor oggi i piccoli laghi costieri (come il lago di Patria, nella piana del Volturno).
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