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Letteratura greca

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3

L’età classica (V-IV secolo a.C.)

In questo periodo particolari circostanze storiche, che favorirono la ricerca intellettuale da parte di uomini eccezionali, assegnarono ad Atene un primato culturale indiscutibile. Qui la letteratura era il risultato di un’indagine collettiva – che attraversava la dimensione religiosa e quella politica e che assumeva un carattere agonistico nella sua formulazione – sugli ideali, sul senso e sulle funzioni della città-stato. Il poeta si sentiva interprete e portavoce dei cittadini che, nel loro insieme, erano committente, destinatario e giudice.

3.1

Le origini della tragedia e della commedia

La forma più tipica assunta dall’indagine collettiva che contraddistingue il periodo e che era insieme religiosa, politica e agonistica, fu la tragedia, al contempo rito, assemblea e gara. Le occasioni per il teatro erano due festività dionisiache, alle quali partecipava un pubblico esigente che veniva indotto a ragionare sul senso della vita quotidiana in rapporto a verità superiori e sul destino dell’uomo nella comunità. Le rappresentazioni avvenivano una volta sola. La prima tragedia è tradizionalmente attribuita a Tespi e risale circa al 534 a.C. Nella sua forma più antica, la tragedia consisteva in un coro di uomini che danzavano e cantavano odi; a questo si aggiunse in seguito la figura di un attore impegnato in un dialogo col coro.

La tragedia, come oggi la pensiamo, risale a Eschilo, che introdusse il ruolo di un secondo attore indipendente dal coro. Le circa settanta tragedie a lui attribuite (oggi ne rimangono soltanto sette, tra cui il Prometeo incatenato e l’Orestea, trilogia incentrata sul personaggio di Oreste che, per vendicare il padre ucciso dalla madre, la uccide e poi va incontro a un doloroso destino) sviluppano i temi della divinità e del rapporto tra uomini e dei, nel presupposto che esista un ordine, garantito da Zeus, su cui si fonda la giustizia.

Il secondo grande tragediografo fu Sofocle, che introdusse innovazioni importanti: l’aumento del numero dei coreuti da 12 a 15 e, soprattutto, l’introduzione di un terzo attore; a lui si attribuisce anche l’invenzione della scenografia. Scrisse più di cento opere, di cui restano solo sette tragedie e 400 versi di un dramma satiresco, I segugi. Alla sua sensibilità religiosa si affianca la riflessione filosofica sulla natura, che lo induce a una prospettiva diversa: il teatro diventa immagine della condizione umana, e della tragica lotta contro le forze incontrollabili del destino; all’uomo resta la dignità nel dolore. Sono temi esemplati da eroi travolti da un destino che si volge contro di essi. Testo emblematico, in questo senso, è l’Edipo re, letto poi come scoperta delle forze inconsce della psiche.

Il terzo grande drammaturgo è Euripide, autore, secondo la tradizione, di ben 92 tragedie. Oggi ne rimangono solo 18 (una delle quali di controversa autenticità) e un dramma satiresco, Il Ciclope. Nella sua opera la comunicazione tra mondo umano e divino si assottiglia: l’uomo è alle prese con le proprie passioni in una dimensione antieroica. L’attenzione all’individuo fa passare in secondo piano il coro, con relative modificazioni nella metrica e nella musica. Secondo Aristotele, la funzione della tragedia era di indurre lo spettatore, non attraverso argomentazioni discorsive bensì attraverso la pietà e il terrore, al superamento delle passioni (alla “catarsi”, o purificazione).

Effetti catartici aveva anche la commedia, nata dalla combinazione di farsa popolare e culto dionisiaco, e come libero confronto con l’attualità. La struttura del testo e le risorse sceniche consentivano all’autore di presentare in chiave comico-grottesca o fantastica temi centrali della vita contemporanea, tra satira politica, invettiva personale, enunciazioni di gusto letterario. Tre sono i maggiori comici del V secolo: Cratino (500-420 ca.), Eupoli (446-411 ca.) e Aristofane; dell’opera dei primi due, tuttavia, oggi rimangono solo frammenti, mentre di Aristofane possediamo 11 testi, composti tra il 425 e il 388. La sua amara lettura del presente, tra delusione politica e percezione della crisi delle istituzioni democratiche, oltre che dei valori tradizionali, si esprime nella proiezione della sua città in una dimensione ferocemente realistica e insieme surrealmente fantastica, in cui compaiono uomini, dei, animali e perfino esseri inanimati, tra denuncia irritata, sogno e utopia.

Dopo Aristofane, con la crisi della città-stato, alla commedia vennero a mancare i grandi temi politici e civili, i toni polemici si attenuarono e scomparvero l’elemento lirico e musicale e i tipi fissi con le maschere. Nella “commedia di mezzo” (IV secolo a.C.) la satira personale e politica lasciò il posto alla parodia, alla ridicolizzazione del mito e alla critica letteraria e filosofica. Degli autori di questa fase, come Antifane (388-311 ca.) e Alessi di Turi (372-270 ca.) restano solo frammenti.

Nella “commedia nuova”, sviluppatasi nella seconda metà del IV secolo, la satira venne sostituita dalla commedia di costume, che rappresenta il mondo familiare e il tema dell’amore. I personaggi sono tipizzati e le trame intricate, con scioglimenti inattesi ma anch’essi tipizzati. Il maggiore esponente fu l’ateniese Menandro: delle sue cento commedie, i ritrovamenti papiracei dell’Ottocento ci hanno restituito una commedia intera (Dyscolos, Il bisbetico) e sezioni più o meno estese di un’altra ventina. Le opere di Menandro, insieme a quelle di autori di altre città, come Filemone (360-263 ca.), Difilo (360-289 ca.) e Apollodoro di Caristo (inizio III secolo a.C.), fecero da modello alla commedia latina del III e del II secolo a.C., con Plauto e Terenzio.

3.2

La prosa dell’età classica

Nella Ionia, per impulso della scuola filosofica di Mileto e il contatto con la cultura orientale di stati come la Lidia e la Persia, si era sviluppata una letteratura filosofica e scientifica. Nel corso del V secolo il pensiero greco individuò temi e percorsi conoscitivi che avrebbero portato alla grande fioritura del secolo seguente. In una prima fase filosofi come Empedocle (l’unico che non gravitasse attorno ad Atene), Anassagora e Democrito, esplorarono la natura dell’essere e i rapporti tra realtà e apparenza; in seguito i sofisti (Protagora, Gorgia, Ippia di Elide), alla ricerca di un principio esterno alla natura, concentrarono l’interesse sull’uomo e fecero della ragione e delle sue capacità argomentative, in un confronto continuo di posizioni, lo strumento per procedere verso la verità. Atene è il polo anche di questa alta forma di cultura, insegnata a una cerchia ristretta di persone. A questa concezione elitaria del sapere si oppose Socrate, che intendeva la verità come valore assoluto contro ogni ipotesi relativistica tipica dei sofisti.

Fece rapidi progressi anche la conoscenza geografica ed etnologica, connessa alle esigenze pratiche della navigazione e del commercio. In quest’ambito, il personaggio più importante e meglio noto è Ecateo di Mileto (560-490 ca.), che operò una revisione razionalistica delle genealogie divine e compilò una Periegesi della terra. L’opera di Ecateo e di altri “logografi” (compilatori di genealogie e cronologie) aprì la strada alla storiografia. Il primo grande storico fu Erodoto, nato ad Alicarnasso ma ateniese di adozione, che nelle Storie raccontò in modo avvincente lo scontro tra greci e persiani, cercando di controllare di persona i dati raccolti. La sua curiosità etnologica, anche per i dati leggendari o fantastici, non ebbe continuatori.

L’ateniese Tucidide, educato al razionalismo sofistico, con La guerra del Peloponneso restrinse l’indagine storica a fatti contemporanei (di cui era stato protagonista come stratega) e all’aspetto politico-militare, analizzando le cause dei fatti con un rigore che avrebbe costituito un modello per la storiografia successiva. Diversa statura e impostazione hanno gli storici del IV secolo, cioè Senofonte e i minori Eforo (400-330 ca.), Teopompo (378-306 ca.) e Timeo (346-250 ca.). Senofonte, un ateniese che operò nell’orbita di Sparta, mostra una personalità eclettica tra memorialistica e polemica storico-letteraria da una parte e storiografia vera e propria dall’altra. Si ricordano l’Anabasi, storia della spedizione dei mercenari greci agli ordini di Ciro il Grande e della loro ritirata sotto il comando dello stesso Senofonte; i Memorabili, confutazione delle accuse contro Socrate arricchita da ricordi personali; le Elleniche, che riprendono la storia là dove Tucidide l’aveva interrotta. Delle Storie del siciliano Timeo sopravvivono epitomi e frammenti. L’autore ha il merito di aver intuito l’importanza di Roma e di averla inserita nel panorama storico greco.

Tra i generi minori della prosa vanno ricordati la favola, legata al nome del trace o frigio Esopo, e gli scritti di medicina, che con Ippocrate divenne scienza autonoma. Sotto il nome di Ippocrate possediamo una settantina di trattati in dialetto ionico, raccolti sotto il titolo complessivo di Corpus Hippocraticum.

3.3

L’oratoria ateniese

Anche l’oratoria (vedi Retorica) trovò in Atene l’ambiente più adatto al suo sviluppo in un clima di partecipazione totale alla vita pubblica e di razionalistico sviluppo delle tecniche argomentative, grazie anche all’opera dei sofisti. Ad Atene furono definiti i tre tipi di oratoria che sarebbero rimasti canonici: giudiziaria, politica ed epidittica (o dimostrativa). Antifonte (480 ca. - 411) fu il primo “logografo“ (qui nel senso di compilatore di orazioni giudiziarie) ateniese. Seguirono i grandi nomi di Lisia, eccellente, anche per il talento stilistico, nell’oratoria giudiziaria; Isocrate, che aprì una scuola in concorrenza con quella platonica ed eccelse nei discorsi di politica interna ed estera; Demostene, considerato il maestro dell’oratoria politica, al quale si devono testi di grandissimo valore letterario; e poi Eschine, Iperide (390 ca. – 322), Licurgo, tutti ateniesi, e Iseo (420-350 ca.), formatosi ad Atene.

3.4

Platone e Aristotele

Il IV secolo è dominato dalla figura di Platone prima e di Aristotele poi. L’ateniese Platone sviluppò alcuni aspetti del pensiero socratico ed espresse, in forma di dialoghi scritti, una filosofia destinata a diventare un cardine del pensiero occidentale. I dialoghi di Platone sono anche capolavori letterari, che condividono aspetti della poesia e del dramma e che per la luminosità della prosa rimasero insuperati nella letteratura greca.

Aristotele, allievo di Platone, scrisse di logica, metafisica, fisica, etica, retorica e politica, e, in ambito letterario, è importante per la Poetica, testo fondamentale per la teoria letteraria della cultura occidentale, oltre che per la storia della tragedia, della poesia epica e della retorica.

I sistemi filosofici di questi due grandi furono pensati a misura della città-stato, soprattutto sotto il profilo politico, ma la loro riflessione filosofica continuò ad agire anche quando la polis lasciò il posto alle inquietudini di un mondo cosmopolita in cui si andava affermando una coscienza individualistica, lontana dalla sensibilità culturale di tipo comunitario della città-stato.

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