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Introduzione; L’età arcaica (VIII-V secolo a.C.); L’età classica (V-IV secolo a.C.); L’età ellenistica (323-30 a.C.); L’età imperiale (30 a.C. - 529 d.C.); Il periodo bizantino (529-1453); La letteratura neoellenica
I limiti simbolici di questa età sono la morte di Alessandro Magno (323 a.C.) e la conquista di Alessandria (30 a.C.) da parte di Ottaviano, futuro imperatore Augusto, quando l’Egitto divenne provincia personale dell’imperatore. Il termine “ellenismo”, a partire dagli studi storiografici ottocenteschi del tedesco Johann Gustav Droysen, indica il periodo di espansione della cultura greca in Oriente, con assorbimento di elementi orientali, anche per effetto della conquista di Alessandro Magno. Il graduale trapasso dall’età classica all’ellenismo fu fondamentalmente legato alla crisi del mondo politico e civile della città-stato e alla proiezione della civiltà greca, grazie alla sua forza culturale, in una dimensione universale con uno sviluppo dell’individualismo impensabile nella vecchia polis. La letteratura si arricchì di nuove forme adeguate alla nuova sensibilità, e si stabilì un nuovo rapporto tra opera letteraria e pubblico, perché la fruizione ora era privata e individuale. La scrittura ebbe il sopravvento sull’oralità e divenne pressoché il solo modo di tradizione letteraria; venne definita una lingua che superasse il particolarismo dialettale: nacque la koiné, una lingua “comune” su base attica (a conferma del peso culturale di Atene) con elementi ionici e infiltrazioni di altri dialetti e di parlate straniere. Tuttavia, all’interno della koiné, il linguaggio della prosa inclinò, con alcune eccezioni, verso le movenze più libere del parlato, mentre la poesia accentuò il suo carattere di elaborazione artistica e dal parlato si distanziò, mirando a una perfezione formale che fosse insieme una cifra espressiva tipica del singolo autore: di qui lo sviluppo delle poetiche individuali e delle polemiche letterarie. I poeti, non più chiamati a educare o guidare una comunità omogenea, sceglievano soluzioni estetizzanti ed elitarie, accentuando l’intimismo delle proprie poetiche e facendo sempre più riferimento a preziosismi stilistici di gusto antiquario.
I poeti ellenistici o alessandrini (così chiamati per il ruolo di nuovo centro culturale assunto da Alessandria d’Egitto, nella quale venne costruita la biblioteca più grande dell’antichità (vedi Biblioteca di Alessandria d’Egitto) manifestano una predilezione per l’elegia. Tra i tanti – Fileta (nato prima del 320 a.C.), Ermesianatte (nato nella prima metà del III secolo), Fanocle (III secolo), Partenio (I secolo) – spicca Callimaco, l’autore più citato nell’antichità classica dopo Omero. Poco ci è giunto dei suoi 800 libri. Opera originale sono gli Aitía (“cause” o “origini”), elegie narrative che spiegano, con grande dottrina, l’origine di una cerimonia, di un fatto, di un nome. Di lui ci resta la frammentaria Chioma di Berenice, nota nella traduzione di Catullo, oltre a sei inni. L’influenza di Callimaco sulla letteratura latina, e specie sugli elegiaci, è stata enorme. L’idea di una poesia elaborata, minuziosamente attenta al particolare erudito e sofisticata sul piano formale è condivisa, nonostante le aspre polemiche, anche da Apollonio Rodio, di cui conserviamo Le argonautiche, il maggior poema epico dell’età ellenistica, centrato su una storia d’amore. Altri autori epici del periodo furono Riano (nato nel 275 ca. a.C.) ed Euforione (275-200 ca.). Nel III secolo a.C. si svilupparono anche la poesia didascalica, di argomento dotto e specialistico, e quella bucolica. La prima riprendeva la lezione di Esiodo, anche se in alcuni casi si trattava di esercitazioni formali: rese famoso Arato di Soli, autore di un poemetto sui fenomeni celesti (I fenomeni) che, a riprova della sua fortuna, ci è giunto anche in traduzione latina e col commento di Ipparco di Nicea; grande successo nel mondo latino ebbero anche i poemetti sui veleni di Nicandro di Colofone (II secolo a.C.). Quanto alla poesia bucolica (vedi Letteratura pastorale), si tratta di un genere perpetuato per secoli in tutto l’Occidente. L’autore più importante è il siracusano Teocrito, famoso per i suoi Idilli in dialetto dorico, brevi carmi che con lui acquistarono una sfumatura pastorale che il termine ha poi mantenuto nella tradizione. Il presunto realismo di certi suoi idilli corrisponde piuttosto al desiderio di allargare i temi di una poesia che resta sempre breve e aristocratica. Accanto a quello di Teocrito si collocano i nomi di Mosco e Bione (inizio del I secolo a.C.), che vissero entrambi in Sicilia. Legami con gli scritti di Teocrito hanno gli otto mimiambi (mimi, cioè poesie in forma dialogica, scritti in giambi, il metro delle opere destinate alle scene) di Eroda (seconda metà del III secolo a.C.), scoperti in un papiro nel 1891. Con l’ellenismo ricevette una definitiva consacrazione l’epigramma, che dalla sua funzione originaria (iscrizione sepolcrale, offerta votiva, dedica, celebrazione di un evento ecc.) si specializzò nella trattazione breve della tematica amorosa, divenendo anche la sede dell’esibizione di un virtuosismo formale che esalta la brevità e l’acutezza intellettuale. La storia dell’epigramma letterario greco occupa un millennio, dal V secolo a.C. al V d.C. La produzione fu enorme e il meglio di essa è conservato nell’Antologia palatina, redatta alla fine del IX secolo d.C. e trovata agli inizi del Seicento nella Biblioteca palatina di Heidelberg. Fra i tanti epigrammatisti ricordiamo solo Meleagro di Gadara in Palestina (140-70 ca.).
Le migliori opere in prosa dell’età ellenistica rientrano negli ambiti della storiografia, della filosofia e degli studi scientifici ed eruditi. Furono numerosi gli storici di Alessandro Magno: Callistene (IV secolo), nipote di Aristotele che seguì Alessandro nelle sue spedizioni; Nearco (IV secolo), ufficiale della flotta di Alessandro; Clitarco (III secolo), narratore fantasioso e fonte principale dello storico latino Curzio Rufo (I secolo d.C.); lo scrupoloso Tolomeo, aiutante personale del sovrano e poi re d’Egitto con il nome di Tolomeo I Sotere; Aristobulo di Cassandrea (IV-III secolo); e l’autore di una fantasiosa biografia nota come Romanzo di Alessandro. Molti furono poi gli storici dell’epoca dei “diadochi”, i successori di Alessandro Magno della prima generazione (Ieronimo di Cardia, Duride di Samo, Filarco, Manetone e Berosso). Su tutti spicca Polibio, le cui Storie in quaranta libri sono un grande affresco della storia romana dalla prima alla terza guerra punica. L’attenzione riservata a Roma mostra come nel I secolo a.C. l’asse culturale, dopo quello politico, si stesse spostando verso Occidente. Nell’età ellenistica si assistette alla nascita di una scienza della letteratura con centro ad Alessandria, dove si costituì una cerchia di dotti (Museo) dediti alla ricerca letteraria di tipo erudito e filologico (esercitata soprattutto su Omero), che si intrecciava all’elaborazione di nuove forme poetiche. I nomi maggiori di questi grandi filologi, eruditi e grammatici alessandrini sono: Zenodoto di Efeso (325-260 ca.), Aristofane di Bisanzio (257-180), Aristarco di Samotracia (217-145 ca.), Dionisio Trace (170-90 ca.) e Didimo di Alessandria (I secolo a.C.), al quale si attribuiscono oltre 3500 libri. Poeta e scienziato fu Eratostene: celebre per la sua attività di matematico e geografo, misurò con sorprendente precisione la circonferenza della Terra (39.690 km contro i moderni 40.000). Altri scienziati sono gli astronomi Ipparco di Nicea e Aristarco di Samo, l’anatomista Erasistrato, il medico Erofilo e i matematici Euclide, Archimede e Apollonio Pergeo. Ultima gloria di Atene, mentre l’asse della cultura in lingua greca si spostava in Egitto, fu la filosofia. Ad Atene, nel “Giardino”, si stabilì la scuola filosofica di Epicuro, e sempre ad Atene tennero i loro insegnamenti i tre capiscuola della prima fase dello stoicismo: Zenone di Cizio, Cleante di Asso (304–232 ca.) e Crisippo di Soli (281-204 ca.). I rappresentanti della seconda fase dello stoicismo (Panezio, 185–110 ca.; Posidonio, 135–51 ca.) si formarono nel mondo greco ma soggiornarono poi a Roma. In età ellenistica l’elaborazione concettuale di una dottrina, specie in altri ambiti filosofici, come quello cinico, lasciò il posto a un’azione di propaganda di tipo divulgativo (tale a Roma fu la predicazione epicurea). All’ambiente cinico è riconducibile Menippo di Gadara (prima metà del III secolo a.C.), cui è attribuita l’invenzione di un tipo di satira mista di prosa e di versi che assume il nome di “menippea“ e che ebbe grande diffusione in ambiente greco e romano.
Mentre nei regni ellenistici l’egemonia culturale del greco era fuori discussione, in Occidente lo stato romano si servì di una lingua propria e dimostrò un’eccezionale vitalità letteraria autonoma almeno a partire dal I secolo a.C. Nell’impero romano bilingue, durante i cinque secoli che precedettero l’avvento al trono di Giustiniano nell’impero d’Oriente nel 527 (anno in cui si fa iniziare l’età bizantina), la lingua greca si trovò a dover difendere la propria tradizione, e la letteratura greca manifestò una tendenza classicistica che si espresse anche nel conservatorismo linguistico. La produzione in versi, salvo in parte gli epigrammi, di cui furono autori Filippo di Tessalonica, Lucillio (entrambi del I secolo d.C.), e Stratone di Sardi (II secolo), è povera, mentre prevale la prosa con prevalenti finalità artistiche.
L’interesse marcato per la retorica e per l’imitazione del passato caratterizzò, soprattutto nel II secolo d.C., la seconda sofistica, i cui rappresentanti furono maestri di retorica, conferenzieri spesso itineranti che cercarono e ottennero nelle varie parti dell’impero successo e popolarità. Essi diffusero la cultura greca presso ceti e popolazioni a essa estranei e fissarono le basi della cultura media del loro tempo. Per questo ambito si segnalano Dione Crisostomo di Prusa (40 ca. - dopo il 112), Favorino (nato in Gallia, nell’odierna Arles, 80 ca. - 150), Erode Attico (101-177) e Massimo di Tiro (125-185). Ma la personalità più creativa fu Luciano di Samosata in Siria, la cui opera letteraria (Dialoghi degli dei, Dialoghi dei morti, Dialoghi delle cortigiane) esprime uno scetticismo beffardo e una felice forza polemica contro l’ipocrisia degli intellettuali e il formalismo dominante. Retore singolare è anche Elio Aristide, che nei Discorsi sacri tracciò una biografia religiosa basata sui sogni e sulla connessione tra religione, pratiche terapeutiche e vita intellettuale. Prolifico retore dalla solida preparazione filosofica e scientifica fu anche il beota Plutarco, autore delle Vite parallele, opera che ha segnato per secoli la cultura occidentale: strutturate in ventidue coppie di biografie, una greca e una romana, le Vite plutarchiane offrivano un’originale interpretazione della storia attraverso incisivi parallelismi cronologici. Dopo un’eclissi nel III secolo, la sofistica rinacque nel IV secolo, frequentata anche da cristiani: le personalità più importanti furono l’imperatore Giuliano l’Apostata e Sinesio di Cirene (370-415). Nello stesso periodo rifiorì l’epica con Quinto Smirneo, che narrò gli avvenimenti intercorsi tra i due poemi omerici, e Nonno di Panopoli, che nelle Dionisiache raccontò le vicende di Dioniso in 25.000 versi. Tra il V e il VI secolo si colloca il fortunato poemetto, o epillio, di Museo dal titolo Ero e Leandro. Lo sviluppo delle scuole di retorica favorì quello degli studi linguistici e letterari. Rientra nelle polemiche sugli stili il trattato, famoso anche per l’originalità delle sue idee, Del sublime (attribuito tradizionalmente, ma erratamente, a Longino), in cui si sostiene che il genio conta più della perfezione formale.
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