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Letteratura greca

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6.2

La decadenza

Il secondo periodo è l’epoca più oscura della cultura bizantina, in coincidenza con il periodo della crisi iconoclasta e della conseguente reazione. Delle opere teologiche restano solo quelle in difesa dell’ortodossia, cioè gli scritti di Giovanni Damasceno, del patriarca Niceforo (758-829) e di Teodoro Studita (759-826). La storiografia è rappresentata dalle cronache di Teofane (758-818), di Giorgio Sincello (nato nell’810 o 811), di Giorgio Monaco (IX secolo) e dal Breviario del patriarca Niceforo. Abbonda invece l’agiografia, dal momento che tutta l’attività letteraria è in mano ai monaci.

6.3

La rinascita

Il terzo periodo, il più fecondo, è legato allo studio dell’antichità classica: autorità religiose come Areta (850-932) ed Eustazio di Tessalonica (1130-1195) scrissero commenti a Omero e Pindaro. In parallelo si svolgeva un’attività enciclopedica. Fozio riassunse 280 opere storiche nella Biblioteca, utilissima per la conoscenza dei testi poi perduti. L’imperatore Costantino Porfirogenito scrisse un trattato storico-geografico sulle province dell’impero; venne composto il preziosissimo lessico Suda, fondamentale per la conoscenza dell’antichità; Costantino Cefala (IX secolo) raccolse la tradizione degli epigrammi nell’Antologia Palatina.

Nel X secolo, sulla base di canti popolari, fu composto un poema epico di sapore laico popolare e in un linguaggio lontano dall’antica koiné atticizzata, il Digenis Akritas, che celebra le gesta dei difensori dei confini dell’impero. Risale all’XI secolo l’opera di Michele Psello, erudito, filosofo e storico, e di vari storici e di poeti come Cristoforo di Mitilene e Giovanni Mauropod. Il secolo più ricco fu il XII, periodo nel quale si segnalano, in ambito storiografico, l’Alessiade di Anna Comnena e la Storia di Niceta Coniate (1150 ca. – 1215), autore anche di un grande testo teologico, il Tesoro dell’ortodossia.

6.4

Il classicismo

Fecondo fu anche il quarto periodo, quello del tramonto, segnato dalla fine del monopolio politico e culturale di Costantinopoli. Vitale è la tradizione filologica, rappresentata da figure come Massimo Planude (1260 ca. - 1310) e Demetrio Triclinio (inizio XIV secolo). Massimo Planude fu il primo dei bizantini a studiare la letteratura latina e a far conoscere in greco Tommaso d’Aquino e sant’Agostino. Al XIV secolo risale la notevole Storia romana di Niceforo Gregora (1291-1360) e nello stesso periodo fiorì una letteratura popolare in lingua volgare già iniziata nel secolo precedente. Furono scritti anche romanzi d’avventura e d’amore in cui è evidente l’influsso della letteratura francese. E in una lingua franco-bizantina è la Cronica di Morea, narrazione della conquista franca del Peloponneso. Bisanzio ha anche il merito di aver convogliato nell’orbita della civiltà ellenica i popoli dell’Europa orientale e specialmente la Russia che, dopo la caduta di Costantinopoli, si sentì erede dell’impero romano-bizantino.

7

La letteratura neoellenica

La letteratura moderna in greco ha le sue origini nel poema epico (il Digenis Akritas, dei secoli XII-XIII) e nelle poesie satiriche attribuite a Teodoro Prodromo (prima metà del XII secolo). Alla caduta di Costantinopoli la cultura ellenistica, già policentrica, sopravvisse nelle isole egee e ionie. Nei secoli XIV-XVI, nel Dodecaneso, a Chio, Cipro, Creta e nelle isole Ionie, fiorì una letteratura di tipo popolare che riprendeva motivi della letteratura occidentale. Rodi, prima sotto Venezia e Genova (secolo XIII) e poi sotto i Cavalieri di San Giovanni di Gerusalemme (secolo XIV), tramandò e sviluppò componimenti erotico-cavallereschi. Lo stesso vale per Cipro e Creta, influenzate dalla cultura veneziana. Cipro, in particolare, risentì della lirica rinascimentale italiana (petrarchismo cipriota).

Creta, particolarmente legata a Venezia, che vi dominò dal 1204 al 1669, presenta un panorama più articolato: vi fiorì una poesia epica, pastorale e drammatica. Vi si segnalano drammi come Erofili e Katzurbos di Geórghios Chortátzis (XVI secolo - prima del 1637), modellati su esempi italiani; e comparvero, nel greco demotico o colloquiale, il poema romantico Erotókritos di Vincenzo Cornaro (Vitzéntzos Kornáros, XVI-XVII secolo), considerato da alcuni una sorta di epopea nazionale, e il Sacrificio di Abramo (pubblicato nel 1635 da un anonimo, forse lo stesso Cornaro), dramma psicologico centrato sulle dinamiche familiari. A questo si aggiunge la produzione di molti canti popolari. La creatività della scuola cretese si esaurì con l’occupazione turca dell’isola nel 1699. A Costantinopoli, in mano ai turchi ottomani, il clero ortodosso, depositario della tradizione, continuò una vita culturale isolata, che conobbe un risveglio solo nel XVIII secolo.

Verso la fine del Settecento, quando cominciavano a profilarsi sogni di libertà, si pose in campo poetico un problema linguistico durato poi a lungo. Infatti, con il dominio turco, l’istruzione dei greci era stata affidata alla Chiesa, la quale aveva scelto l’uso di un linguaggio che riproponeva i modi del greco bizantino. E molti greci, per ragioni di patriottismo culturale, piegarono il linguaggio moderno a innaturali strutture antiche o scelsero l’uso di un ibrido linguistico a metà tra antico e moderno. Questo ibridismo linguistico è riscontrato anche nella poesia che, fin dal Medioevo, aveva perpetuato per via orale una ricca tradizione popolare. Ma poi era prevalso il greco demotico, lo strumento più naturale nella poesia lirica e narrativa. Nel secolo XVIII poeti come Konstandinos Rigas (1757-1798) preferirono riprendere la tradizione classica. E questa scelta continuò nel secolo seguente con scrittori come Alexandros Rizos Rangavis (1809-1892), sebbene si imponesse sempre più l’uso del più duttile greco demotico. Oggi il demotico è la lingua letteraria, mentre una forma più classica è impiegata per gli scritti professionali e scientifici.

La guerra d’indipendenza del 1821-1829 segnò uno stacco netto nella cultura e nella letteratura della Grecia. La “scuola ionica”, nata nelle isole dello Ionio (Zante, Cefalonia, Corfù), che aveva tenuto vivi i contatti con Venezia e l’Occidente, sviluppò una tematica patriottica. Nacque così la lirica libertaria di Dionisos Solomós (1798-1857), il cui Inno alla libertà è diventato l’inno nazionale greco, e quella del poeta neoclassico Andréas Kalvos (1792-1867), che nei suoi testi, scritti in un singolare linguaggio dialettale, fece riecheggiare gli antichi peani greci.

Quando, nel 1832, la Grecia divenne stato indipendente, anche la letteratura riprese nuovo vigore. Tra i narratori dell’Ottocento ricordiamo Emanuíl Roídis (1836-1904), autore del romanzo storico La papessa Giovanna (1865), Aléxandros Papadiamándis (1851-1911), cui si devono vari testi di narrativa, e lo ionico Arghiris Eftaliòtis (1849-1923) con i Racconti dell’isola (1897). Tra i poeti del periodo successivo all’indipendenza, le figure di maggiore spicco sono Aristótelis Valaorítis (1824-1879) e il simbolista Joánnis Papadiamatòpoulos, che scrisse in francese con lo pseudonimo di Jean Moréas e influenzò poeti come Miltiádis Malakákis (1870-1944).

I più importanti drammaturghi del XIX secolo furono il classicisti Spiridion Vasiliadis (1845-1874) e Demetrios Varnadakis, che adottarono la maniera classica. In demotico invece sono i drammi realistici e satirici di Ghiánnis Kambisis (1872-1901), sulla vita ateniese. Influenzato dal realismo russo è il romanziere e drammaturgo Spiros Melàs (1883-1966), mentre di ascendenza ibseniana sono i testi teatrali di Gregorios Xenopulos (1867-1951). Il movimento simbolista greco trovò la sua espressione in testi teatrali come I vivi e i morti (1905) di Demetrios Tangopulos.

Il primo trentennio del Novecento è segnato dalla presenza di Kostís Palamás (1859-1943), autore di Vita immobile (1904) e di Konstantínos Kaváfis, uno dei maggiori poeti della Grecia moderna. Importante è anche Anghelos Sikelianós (1884-1951), tra i primi a impiegare il verso libero demotico nei suoi drammi lirici in versi (La morte di Dighenìs, 1948) e nelle sue poesie (Vita lirica, 1947). Quanto al cretese Nikos Kazantzakis, è autore dell’Odissea (1938), lungo poema epico che continua la narrazione di Omero, e di romanzi popolari tra cui Zorba il greco (1943), dal quale vennero poi tratti un film (diretto da Michael Cacoyannis) e un musical.

In seguito si affermò la cosiddetta “Generazione del 1930”, di cui fecero parte Ghiórgos Seferis, premio Nobel nel 1963, Odysseus Elitis, premio Nobel nel 1979, e Ghiannis Ritsos (1909-1990). Tra il 1941 e il 1944 si sviluppò una letteratura sulla Resistenza e poi sulla guerra civile. Le successive aperture ai movimenti letterari internazionali vennero soffocate dal colpo di stato del 1967. La caduta del regime dei colonnelli (1974) liberò il clima culturale dalle angustie precedenti. Da segnalare, in particolare, l’opera di poeti come Takis Varvitsiotis (1916), Titos Patrikios (1928), Minás Dimakis (1916-1980) e Takis Sinópulos (1917-1981).

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