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Introduzione; Biodiversità delle specie; Indicatori ecologici; Biodiversità genetica; Biodiversità degli ecosistemi; Biodiversità in cifre; Impoverimento della biodiversità
Benché il numero delle specie presenti sulla Terra sia molto alto, non se ne conosce neppure l'ordine di grandezza. Fino a oggi sono stati descritti circa 1,7 milioni di specie; descrivere una specie significa scoprirne e raccoglierne almeno un esemplare, portarlo in un museo, identificarlo come specie nuova e quindi descriverlo e classificarlo formalmente in una pubblicazione scientifica. In base al numero di esemplari raccolti, di specie fino a oggi sconosciute, scoperte in aree tropicali campione analizzate con estrema attenzione, è stata fatta una stima del numero totale di specie che potrebbe esistere nel mondo. Questo numero potrebbe aggirarsi tra 5 e 100 milioni e verosimilmente è di 12,5 milioni. Da questi calcoli si deduce che quasi il 90% delle specie presenti sulla Terra è ancora sconosciuto. I vertebrati costituiscono il gruppo fino a oggi più studiato: negli ultimi decenni sono stati descritti ogni anno circa 200 nuovi pesci, 20 nuovi mammiferi e 1-5 nuovi uccelli. Alcune di queste specie sono realmente nuove, mentre altre sono il risultato della riclassificazione di specie note, che in base all'acquisizione di nuove conoscenze sono state più correttamente suddivise in due o più nuove specie. Nonostante molti ritengano che quasi tutti i mammiferi siano ormai stati scoperti, recentemente 3 nuove specie sono state individuate nel Vietnam del Nord. Gli insetti sono il gruppo comprendente il maggior numero di specie descritte e ogni anno aumentano di qualche migliaia di nuove specie.
Una preoccupazione condivisa da molti è quella che, a causa delle attività dell'uomo, la biodiversità possa ridursi a livello globale, nazionale e regionale. Fenomeni come la perdita di popolazioni animali e vegetali, l'estinzione delle specie e la riduzione della complessità di comunità ed ecosistemi sono evidenti a tutti. Per questi motivi, è importante riuscire a effettuare, in base alle conoscenze attuali, stime affidabili di quanto si ridurrà la biodiversità nel prossimo futuro, per potere prendere le misure più opportune a contrastare questa tendenza. L'analisi dei resti animali (come ossa e conchiglie) e dei reperti storici mostrano che, dall'inizio del XVII secolo, si sono estinte circa 600 specie. Questo dato non è di certo completo: molte specie si sono certamente estinte senza che l'uomo se ne sia accorto. Circa tre quarti delle estinzioni note sono avvenute su isole, a causa dello sfruttamento indiscriminato delle risorse, della distruzione degli habitat (vedi Deforestazione; Desertificazione) e dell'introduzione di nuove specie da parte dell'uomo in ambienti in cui esse non erano presenti. Le estinzioni documentate sono molto aumentate nel periodo che va dall'inizio del XIX secolo fino alla metà del XX e, successivamente, sono nuovamente diminuite. Tale diminuzione potrebbe essere il risultato degli interventi protezionistici degli ultimi decenni, oppure potrebbe essere solamente dovuta al fatto che, tra l'ultimo avvistamento di una specie e la dichiarazione di estinzione presunta, possono passare molti anni, poiché specie dichiarate estinte sono poi risultate ancora viventi, ma estremamente rare. Si ritiene che oggi siano circa 6000 le specie animali in pericolo di estinzione; una specie viene considerata prossima all'estinzione quando il numero degli esemplari sta diminuendo, gli habitat sono stati distrutti, le popolazioni sono state sfruttate intensivamente oppure l'areale di distribuzione si è ristretto. Sebbene questo sembri un numero già molto elevato, esistono molte altre specie di cui non è stato ancora valutato lo stato di conservazione: fino a oggi sono state esaminate tutte le circa 9700 specie di uccelli del mondo, ma solo circa la metà dei 4630 mammiferi e una piccola percentuale degli altri vertebrati; si sa relativamente poco delle 250.000 piante superiori, non si ha alcuna informazione su farfalle, libellule e molluschi e molto probabilmente non si riuscirà mai a valutare le condizioni degli altri milioni di specie di invertebrati. Le osservazioni sul campo hanno confermato che esiste una correlazione tra le dimensioni di un'area e il numero delle specie che essa può contenere. Questa correlazione consente di affermare che, se la superficie di un habitat diminuisce di un decimo delle sue dimensioni originali, essa perderà circa la metà delle specie presenti originariamente. Grazie a questa correlazione è, inoltre, possibile stimare la velocità di estinzione delle specie di un determinato habitat. Dal momento che la maggior parte delle specie terrestri vive nella foresta pluviale tropicale, vi è particolare preoccupazione sull'impatto che il massiccio taglio della foresta, operato dalle popolazioni locali, e la conseguente modificazione di questo habitat potrà avere sulle specie locali. Se come base di partenza si prende il valore più alto, ma meno probabile, della ricchezza di specie tropicali, la correlazione specie-area indica una velocità di estinzione molto elevata. Negli ultimi decenni sono state molte le persone che, a livello individuale o organizzate in associazioni indipendenti o di tipo governativo, si sono dedicate a identificare le popolazioni, le specie e gli habitat, minacciati di estinzione o degradazione, e a cercare di invertire questa tendenza (ad esempio, il WWF). Obiettivi comuni a questi gruppi sono generalmente la gestione più rispettosa e nello stesso tempo più efficiente dell'ambiente naturale, la mitigazione dell'impatto delle attività umane e il prestare una maggiore attenzione ecologica negli interventi di sviluppo per le popolazioni più svantaggiate. Per molti conservazionisti il 1992 fu un anno decisivo: in giugno, nel corso della Conferenza delle Nazioni Unite tenutasi a Rio de Janeiro sull'Ambiente e lo Sviluppo (vedi Conferenza di Rio), venne formulata la Convenzione sulla diversità biologica (o Convenzione di Rio), che è entrata in vigore dalla fine del 1993 e alla quale, nel 2004, avevano aderito 153 paesi. Gli obiettivi generali della Convenzione comprendono: la conservazione della diversità biologica, rendere l'impiego della biodiversità sostenibile economicamente a lungo termine e dividere equamente i benefici derivanti dall'utilizzo delle risorse genetiche (ad esempio, degli incroci vegetali e di quelli prodotti dall'ingegneria genetica). Le sfide sono tante e non sempre facili da affrontare, ma la Convenzione costituisce l'unico punto di riferimento globale, in base al quale è possibile progettare e dare avvio agli interventi di volta in volta necessari. Nella Convenzione viene, peraltro, dichiarato che, nonostante i singoli paesi abbiano la responsabilità del mantenimento della biodiversità all'interno dei propri confini nazionali, è opportuno arrivare anche a una pianificazione degli interventi a livello planetario, che tenga conto del contesto globale e che renderà necessario l'aiuto ai paesi in via di sviluppo da parte di tutte le altre nazioni.
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