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Ebola

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Trasmissione del virus EbolaTrasmissione del virus Ebola
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1

Introduzione

Ebola Gruppo di diversi ceppi di virus appartenenti alla famiglia Filoviridae, caratterizzati da forma bastoncellare e lunghezza media di 800-1000 nanometri (un nanometro equivale a un miliardesimo di metro), anche se sono state osservate particelle lunghe fino a 14.000 nanometri. Si tratta di virus a RNA, cioè di virus contenenti un filamento di acido ribonucleico (RNA), avvolto su se stesso. Tali virus possiedono, all'esterno del capside (involucro proteico), una struttura derivata dalla membrana plasmatica della cellula ospite, ricoperta da strutture simili a spine.

I virus Ebola sono responsabili di una delle più letali malattie virali, nota come febbre emorragica; prendono il nome dall'omonimo fiume africano, che scorre nella Repubblica democratica del Congo (ex Zaire) dove nel 1976 furono individuati per la prima volta, dopo un’epidemia che provocò la morte di oltre 400 individui. Finora sono stati identificati quattro ceppi virali, tre dei quali sono responsabili della malattia; sono indicati in base alle zone in cui hanno avuto luogo le prime epidemie: Zaire (che costituisce il ceppo più virulento), Sudan e Tai Forest. Un quarto ceppo, chiamato Reston, non sembra essere patogeno per l’uomo. Si ritiene che il virus abbia origine nella giungla africana e asiatica, ma non si sa esattamente in quale regione; non è ancora stato chiarito quale sia il suo “serbatoio”, ovvero la specie ospite nella quale esso si localizza e rimane in stato latente; ancora, non si conosce quale sia l’origine dell’improvviso sviluppo dell’epidemia. Affine a Ebola è il virus Marburg, che determina una analoga febbre di tipo emorragico.

2

Febbre emorragica da virus Ebola

2.1

Sintomi

Il virus viene trasmesso attraverso il contatto diretto con fluidi corporei, quali la saliva, il sangue, il sudore e il muco; non si propaga attraverso l’aria. Dopo un periodo di incubazione variabile tra 2 e 21 giorni, compaiono inizialmente sintomi aspecifici, come forti mal di testa, debolezza, dolori muscolari; quindi subentrano febbre, crampi all'addome, faringite, congiuntivite e infine vomito, diarrea ed emorragie sia interne sia esterne, dal naso, dalla bocca e dagli orifizi. La rapida moltiplicazione del virus nelle cellule infette è la causa diretta della distruzione di cellule e tessuti. Soltanto nell’ultima fase è possibile riconoscere i caratteristici sintomi dell’infezione da Ebola. Il tasso di mortalità è del 60% nel caso del ceppo Sudan e del 90% nel caso del ceppo Zaire.

2.2

Diagnosi

L'infezione da virus Ebola viene diagnosticata con la tecnica di laboratorio detta prova di immunoadsorbimento legato all'enzima (Enzyme-Linked Immunosorbant Assay, ELISA); mediante questa si individua la presenza nel sangue di antigeni specifici (rappresentati da proteine virali) o di anticorpi prodotti contro il virus dal paziente infetto. Un'altra tecnica, chiamata reazione a catena della polimerasi (PCR), utilizzata in genere per moltiplicare la quantità disponibili di materiale genetico a fini di studio, viene impiegata per mettere in evidenza la presenza di molecole prodotte da questo virus nel sangue o in altri tessuti dei pazienti. Attualmente sono in corso studi che paragonano le sequenze di RNA tra diversi ceppi virali; nel caso si riscontrino somiglianze tra l'acido nucleico del virus Ebola e quello di virus meglio conosciuti, si spera di poter prevedere, per analogia, quali sono gli ospiti animali nei quali si svolge almeno una parte del ciclo vitale di Ebola.

2.3

Terapia

Non si conoscono ancora farmaci di provata efficacia nel trattamento della febbre emorragica da virus Ebola che, attualmente, viene curata solo con terapie reidratanti che limitano in parte la perdita di fluidi dell’organismo ma non possono contrastare in alcun modo il progredire dell’infezione. Nei casi in cui l'esito della malattia è benigno, la convalescenza è lenta (può durare 5 settimane o più) e all'inizio è caratterizzata da perdita di peso e amnesia. Quando l’infezione viene accertata, il paziente deve al più presto essere isolato e ricoverato: ciò per aumentare la probabilità di sopravvivenza e per evitare che il contatto diretto del soggetto con i familiari favorisca la diffusione dell’epidemia. Queste misure, purtroppo, sono assai poco attuabile proprio nei paesi in cui il virus miete il maggior numero di vittime; la povertà, la malnutrizione e la precarietà delle condizioni igieniche complicano e rallentano l’intervento di sanitari e di organizzazioni internazionali di aiuto.

Finora il tentativo di sviluppare un vaccino contro il virus Ebola ha avuto scarso successo. Nel 1995, nello Zaire furono effettuate trasfusioni in pazienti gravi prelevando il sangue da soggetti in fase di guarigione, allo scopo di trasferire gli anticorpi e i linfociti T e di stimolare una risposta immunitaria. La procedura diede qualche risultato positivo; non è ancora stata attuata su larga scala e necessita di ulteriore sperimentazione.

Nel dicembre 2000 ricercatori del dipartimento di medicina veterinaria dell’Università della Pennsylvania identificarono una sequenza di quattro amminoacidi della proteina VP40, localizzata nello strato inferiore del capside del virus, che potrebbe essere cruciale nel meccanismo di infezione di Ebola. Infatti è stato accertato che, all’interno della cellula ospite, dopo la replicazione dell’RNA virale e il suo “impacchettamento” all’interno di un capside proteico, la proteina VP40 favorisce l’attraversamento della membrana plasmatica della cellula ospite e la fuoriuscita del nuovo virus appena sintetizzato. La comprensione del ciclo di Ebola rappresenta il primo passo verso lo sviluppo di nuovi farmaci antivirali.

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