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Avanguardia (letteratura) Movimento letterario e artistico originato dall’attività di un gruppo che propone e pratica una nuova poetica e che sperimenta nuove forme espressive in contrasto, almeno intenzionalmente, con la tradizione e il gusto dominante. Il termine, proprio del linguaggio militare, passò tra il 1830 e il 1870 a quello politico e poi letterario. Charles Baudelaire lo applicò nel 1864 con intenzioni ironiche a scrittori francesi di sinistra. Nel linguaggio corrente si applica oggi, in senso lato, anche a movimenti sorti dalla crisi del romanticismo quali la scapigliatura e il decadentismo. Tuttavia il termine acquistò senso pieno e tipico all’inizio del Novecento, in particolare negli anni Dieci e Venti, quando si radicalizzò la frattura rispetto ai codici ottocenteschi e si rese esplicito il conflitto tra esperienza artistica e società borghese. Allora le avanguardie intervennero in modo combattivo e aggressivo per contestare, con spirito libertario e utopico, il sistema dei valori estetici e il meccanismo della comunicazione e della fruizione dei prodotti artistico-letterari. Le posizioni ideologiche erano eterogenee, anche conservatrici, come nel caso dell’imagismo inglese.
L’esigenza fondamentale dei gruppi di avanguardia è la radicale trasformazione dei registri linguistici considerati troppo legati al gusto borghese e al suo conformismo. Il contrasto con il potere, che viene identificato con il linguaggio accademico, implica la necessità di forme nuove, libere, rivoluzionarie. Questo scopo viene perseguito a prezzo dell’eliminazione delle strutture comunicative tradizionali e di una sfida violenta a ogni convenzione consolidata. Contraddittorio è il rapporto che, nell’ambito dell’avanguardia, l’artista instaura con il pubblico: da un lato l’azione provocatoria ha lo scopo di mettere in crisi la cultura istituzionale e modificare i principi estetici e la sensibilità, operazione, questa, che comporta un contatto forte con il pubblico, il suo scuotimento e la sua mobilitazione; dall’altro il nuovo prodotto, che si pone fuori dalle convenzioni tradizionali, appare di difficile decodificazione e risulta scandaloso e irritante perché straniato sul piano del gusto. Le avanguardie storiche che hanno avuto maggiore influenza sulla letteratura (ma che hanno riguardato anche altre arti quali la musica, il teatro, il cinema) sono state: l’espressionismo tedesco, che assunse aspetti molteplici e che tra il 1910 e il 1924 dette vita a varie correnti tese alla ricerca di un’“espressione” delle realtà profonde (tra i maggiori esponenti, Alfred Döblin, Franz Werfel, Georg Trakl, Ernst Toller e Bertolt Brecht); il futurismo, che nacque in Italia nel 1909 con il Manifesto di Filippo Tommaso Marinetti, si diffuse in seguito anche all’estero, e in Russia, con Vladimir Majakovskij, aprì la strada a un movimento parallelo ma di opposto segno politico; il dadaismo, che proclamava una libertà radicale contro ogni artificio letterario fino alla più bizzarra anarchia delle forme artistiche; il surrealismo che, nato in Francia nel 1924 per iniziativa di André Breton, indagò nuovi territori dell’umano, come il sogno, la magia e l’erotismo, e cercò di definire una nuova “surrealtà” (da cui il nome del movimento).
La cesura della seconda guerra mondiale e i mutamenti emersi nella società capitalista tra il 1950 e il 1970 giustificano il nome di “neoavanguardie” assegnato a quei gruppi di intellettuali che interpretano la società in modo critico assegnando ancora al linguaggio una primaria funzione liberatoria. Rispetto alle precedenti (le avanguardie “storiche”), le nuove avanguardie rinunciano agli aspetti spettacolari della polemica e cercano di ritagliarsi spazi interni all’industria culturale, ritenendo che agire dall’interno sia più produttivo ai fini dei cambiamenti culturali progettati. In Germania, il Gruppo 47 mobilitò intellettuali (Günter Grass, Heinrich Böll) in vista di una ricostruzione democratica del paese. In Francia negli anni Sessanta, a partire dalle teorie strutturaliste e freudiane (vedi Critica letteraria), Roland Barthes, Alain Robbe-Grillet, Philippe Sollers e altri, attorno alla rivista “Tel Quel”, avviarono un’operazione di smontaggio del sistema culturale tradizionale. A ciò si aggiunga l’apporto della cultura statunitense (Pop Art, letteratura e cinema underground). In Italia venne avviata alla fine degli anni Cinquanta una ricca discussione teorica, prima attorno alle riviste “Il Menabò” (che ospitò il dibattito da cui sarebbe poi nato il Gruppo 63), “Quindici” e “Il Verri”, e poi con il Gruppo 63. Ne hanno fatto parte, tra gli altri, Guido Guglielmi, Alfredo Giuliani, Renato Barilli, Edoardo Sanguineti e Umberto Eco, che hanno contribuito ad aggiornare la nostra cultura, integrandola con quella europea.
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