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Olocene

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1

Introduzione

Olocene In geologia, la seconda delle due epoche di cui si compone il Quaternario (la prima è costituita dal Pleistocene). L'inizio dell'Olocene (chiamato anche Recente o Postglaciale) viene fatto risalire a circa 10.000 anni fa, quando si verificò il ritiro delle grandi coltri glaciali che ricoprivano la Scandinavia e il continente nordamericano alla fine dell'ultima glaciazione pleistocenica.

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Geomorfologia

Nel corso dell'Olocene i continenti hanno continuato il loro 'moto' di deriva, ma data la brevità del periodo gli spostamenti sono stati soltanto dell'ordine di qualche centinaio di metri. Le giovani catene montuose, come le Alpi e l'Himalaya, hanno continuato il processo di innalzamento e, naturalmente, hanno subito gli effetti dell'erosione superficiale. L'Olocene non è un'epoca di vulcanismo particolarmente intenso: i principali fenomeni vulcanici risultano comunque distribuiti perlopiù lungo le coste che circondano l'oceano Pacifico, vale a dire lungo il cosiddetto 'anello di fuoco'.

Via via che i ghiacci si ritiravano, vaste aree continentali divenivano nuovamente ospitali; nel contempo, al crescere del livello medio dei mari, i margini dei continenti venivano sommersi dalle acque e alcune valli costiere davano luogo a fiordi. A questo aumento del livello del mare, che raggiunse il massimo circa 6000 anni fa, si deve la separazione dell'Irlanda dalla Gran Bretagna e di quest'ultima dall'Europa continentale, oltre che la separazione della Tasmania dall'Australia.

3

Forme di vita

Anche se l'Olocene si può considerare, in termini geologici, un'epoca di brevissima durata, vanta numerosi avvenimenti biologici di grande importanza. Al tempo in cui la glaciazione continentale aveva raggiunto la sua massima estensione, circa 11.000 anni fa, l'emisfero settentrionale ospitava una notevole varietà di grandi mammiferi, come i mastodonti, i mammut, l'alce gigante e il bisonte. Le popolazioni di queste specie non avevano subito a quanto pare grandi riduzioni, neppure nelle fasi glaciali più rigide. Viceversa, circa 8000 anni fa, quando ormai il clima era diventato di gran lunga più mite, i gruppi di animali dalle dimensioni maggiori cominciarono un rapido declino, e in qualche caso andarono incontro all'estinzione. Secondo alcuni studiosi, la causa della scomparsa di questi mammiferi andrebbe ricercata nell'azione dell'uomo, che via via si andava attrezzando con armi da caccia sempre più sofisticate; secondo altri, il miglioramento del clima seguito alla ritirata delle coltri glaciali potrebbe essere stato selettivamente svantaggioso per i grandi mammiferi terrestri (vedi Selezione naturale).

In termini climatici, l'Olocene viene di solito considerato una fase interglaciale nell'ambito dell'era glaciale quaternaria, vale a dire una fase relativamente calda compresa tra due periodi glaciali. Anche nel corso del Pleistocene le diverse glaciazioni furono intervallate da periodi interglaciali, molti dei quali furono probabilmente più caldi di quello attuale. Il clima dell'Olocene comunque, pur potendo essere complessivamente considerato mite, è stato interessato da notevoli fluttuazioni. Nei periodi compresi tra i 9000 e i 2250 anni fa e tra il 750 e il 1200 d.C. la Terra conobbe climi molto più caldi di quelli odierni, soprattutto nelle regioni della tundra e delle alte latitudini boreali. Il primo di questi periodi vide appunto l'estinzione dei grandi mammiferi come il mammut. Il secondo, durante il Medioevo, permise la colonizzazione di parti della Groenlandia in precedenza inospitali e perfino la coltivazione della vite nelle Isole Britanniche.

Seguì, tra il XVI secolo e la metà del XIX, un periodo nettamente più freddo, da qualcuno definito 'piccola età glaciale', associato a una fase di attività solare relativamente ridotta (vedi Sole). Il XX secolo conobbe un nuovo innalzamento del clima globale: la temperatura media della Terra aumentò di circa un grado centigrado. Attualmente si discute se questo incremento sia da considerare naturale o se non sia stato piuttosto provocato dall'attività umana.

3.1

L’impatto antropico sul pianeta

L'uomo moderno, Homo sapiens sapiens, fece la sua comparsa durante il Pleistocene, ma fu durante l'Olocene che, iniziando a coltivare la terra, cominciò a condizionare l'ambiente. Fino al XX secolo l'impatto umano ebbe solo conseguenze di ordine minore, integrabili nel contesto dei cambiamenti naturali; a questo punto uno sviluppo tecnologico di rapidità senza precedenti e un'altrettanto veloce crescita della popolazione combinarono i propri effetti producendo enormi alterazioni ambientali, e in particolare il fenomeno del riscaldamento globale.

Quest'ultimo fenomeno viene considerato il risultato dell'intensificazione dell'effetto serra naturale della Terra, a sua volta dovuto all'innalzamento dei livelli nell'atmosfera dei cosiddetti 'gas serra' come anidride carbonica, metano, ossidi di azoto e clorofluorocarburi (vedi Fluoro, Ozonosfera). Tali gas vengono continuamente rilasciati in atmosfera sotto forma di prodotti di combustione di petrolio, carbone e gas naturale e di prodotti di rifiuto di altri processi industriali; la loro concentrazione risulta inoltre allarmante in quanto non diluita dall'azione delle foreste, la cui estensione sulla Terra è stata ultimamente ridotta in misura preoccupante per ragioni economiche.

In conseguenza del riscaldamento globale si prevede che la temperatura della Terra possa aumentare di diversi gradi nel corso del XXI secolo, provocando gli effetti più notevoli alle alte latitudini. Potenzialmente ciò potrebbe tradursi in un innalzamento del livello medio del mare, in una variazione della distribuzione delle zone climatiche e vegetative, in un allargamento degli areali di endemicità di alcune malattie (come la malaria) e in necessarie modificazioni nell'uso del territorio.

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