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Guerra dell’Afghanistan Guerra civile che, a partire dal 1978, ancora infiamma la Repubblica dell’Afghanistan, e che per un periodo vide l’intervento militare dell’Unione Sovietica.
Dopo il ritiro della Gran Bretagna dall’India, l’Unione Sovietica cercò di stabilire la propria influenza in Afghanistan attraverso cospicui aiuti militari ed economici. Quando il Partito democratico popolare d’ispirazione marxista prese il potere, dopo la caduta del presidente Daud nel 1978, l’opposizione al regime fu sostenuta soprattutto dai numerosi gruppi musulmani che si ispiravano alla rivoluzione iraniana: la guerra civile causò un esodo di più di 200.000 profughi verso l’Iran e il Pakistan.
Per timore che i guerriglieri mujaheddin potessero fondare una repubblica fondamentalista islamica, l’Unione Sovietica a partire dal dicembre del 1979 inviò a Kabul contingenti per oltre 100.000 soldati, mentre gli Stati Uniti provvedevano ad armare gruppi di ribelli. Soltanto con l’elezione del presidente Michail Gorbaciov l’Unione Sovietica avviò il ritiro delle truppe, tra il maggio 1988 e il febbraio 1989. L’intervento armato russo provocò più di un milione di morti da parte afghana; un terzo della popolazione fu costretto a emigrare all’estero, principalmente nei campi profughi pakistani.
La guerra civile tra il regime del presidente Muhammad Najibullah e i diversi gruppi di ribelli riprese e si inasprì nuovamente a partire dal gennaio 1992. Poiché Najibullah non riusciva a governare senza l’appoggio sovietico, i ribelli presero il potere, obbligando il presidente alla fuga e insediando un nuovo governo presieduto da Mojaddedi che incontrò tuttavia l’opposizione delle ali fondamentaliste guidate da Gulbuddin Hekmatyar: si giunse così a nuovi sanguinosi scontri, culminati nel 1996 con la drammatica impiccagione di Najibullah e la conquista di Kabul da parte dei taliban, studenti fondamentalisti di teologia ancora impegnati nella guerriglia.
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