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Filosofia indiana Insieme delle diverse correnti di pensiero filosofico sviluppatesi nel subcontinente indiano a partire dall’epoca vedica (1500 ca. a.C.). A differenza della filosofia occidentale, la filosofia indiana non presenta fasi nettamente distinguibili; approssimativamente, si riconoscono le seguenti tre epoche: 1) il vedismo; 2) la nascita del giainismo, del buddhismo e del materialismo, movimenti che si staccano dalla filosofia vedica; 3) i sistemi dei brahmani, che riprendono iVeda.
I Veda sono raccolte di inni agli dei, le cui prime attestazioni risalgono al 1500 a.C., che costituiscono le più antiche testimonianze scritte della cultura indù. Furono composti in sanscrito da numerosi autori – spesso anonimi – in tempi diversi e vennero originariamente utilizzati solo per il culto e i riti magici, soprattutto durante i riti sacrificali. Esistono quattro Veda: 1) Il Rig-Veda è il più importante e antico, si compone di 1017 inni (sukta) e presenta in totale 10.600 strofe; il testo complessivo è suddiviso in otto parti (astaka) di otto capitoli ciascuna (adhyaya), o, più popolarmente, in dieci cicli (mandala). 2) L’Atharva-Veda contiene inni scritti probabilmente prima del Rig-Veda e presenta molti concetti magico-religiosi risalenti ai primitivi abitanti dell’India. 3) Il Sama-Veda contiene soprattutto norme per l’esecuzione dei riti sacrificali. 4) Lo Yajur-Veda riprende molti inni del Rig-Veda e risale all’epoca in cui la casta sacerdotale era diventata un’istituzione stabile. Eccetto il Sama-Veda, puramente liturgico, ogni Veda consta di tre parti: a) La prima raccoglie inni e poesie di invocazione agli dei, i cosiddetti mantra; i mantra sono i testi più antichi e trattano del periodo in cui gli indoariani cominciano a stabilirsi sul fiume Indo. In queste composizioni mitologiche compaiono moltissimi dei, e quanto mai vaga è la distinzione tra esseri animati e inanimati; non esiste una gerarchia degli dei, sebbene si citino più spesso certe divinità, come Indra, il re degli dei, Agni, il dio del fuoco, e Varuna, il creatore e conservatore del mondo che governa l’ordine cosmico (Rta). b) La seconda parte del testo (Brahmana) comprende norme religiose risalenti al periodo che va dall’XI all’VIII secolo a.C., scritte per i sacerdoti (vedi Brahmani), che trasmettevano per via ereditaria la funzione sacerdotale. In alcuni testi brahmanici si dice che esiste un nuovo dio (Prajapati), venerato prima di tutti gli altri quale divinità suprema e creatore del mondo, che viene considerato come il risultato di un’effusione divina: queste sono già le premesse per quelle riflessioni sul pensiero (manas), la parola e il respiro (prana), che ascrivono alla respirazione un ruolo centrale nella tradizione indù. In questi testi il fulcro della personalità individuale, l’io, è detto atman, mentre il mondo esterno è chiamato ancora con l’antica parola sacra vedica, brahman. c) Le Upanishad formano la parte filosofica conclusiva, redatta successivamente (XI-VI secolo a.C.). Esse sono di fondamentale importanza per l’evoluzione successiva della filosofia indù in quanto costituiscono il tentativo di riunire la molteplicità degli dei sotto un unico principio divino, il brahman; decisivo è inoltre il fatto che atman e brahman vengano considerati coincidenti. In questi testi il soggetto è ritenuto prioritario rispetto al mondo esterno: senza l’atman, tutta la realtà esterna, compresi l’arte, il mondo e la conoscenza, sarebbe irreale. Su questa concezione si fonda il primato della coscienza sul mondo esterno, caratteristica del pensiero indù, il cui ideale etico risiede nella realizzazione assoluta dell’io, cioè nel riconoscimento del divino nel sé e nella liberazione da quanto non partecipa della divinità. Concetti centrali delle Upanishad sono la reincarnazione, la trasmigrazione delle anime (samsara) e il karma. Secondo la dottrina del karma, che in sanscrito significa “azione”, ogni azione appunto lascia tracce nella vita dopo la morte. Attraverso il karma, l’esistenza presente è condizionata da quella precedente e determina quella futura, per cui l’intero corso del mondo è posto in un continuo rapporto di causa-effetto.
Nel V secolo a.C., con il materialismo, il giainismo e il buddhismo, nacquero i cosiddetti “sistemi eterodossi”, che non riconoscevano le dottrine dominanti dei Veda e, soprattutto, l’autorità della casta sacerdotale. I materialisti si discostavano dai principi dei Veda e sostenevano che la vita termina con la morte e soltanto ciò che è visibile (terra, acqua, fuoco e aria) è importante: ciò che non è percepibile non esiste. Nei sistemi materialisti il pensiero è inteso come funzione del cervello e l’anima non esiste se non in presenza di un corpo. Questi sistemi pongono in questione l’esistenza degli dei, riconducono all’uomo le leggi morali e, dal punto di vista etico, sostengono una visione edonistica dell’agire umano. Il loro capo spirituale è considerato Canakya (IV secolo a.C.), di cui tuttavia non è stato tramandato nessuno scritto. Il giainismo, al pari del materialismo, rifiuta l’autorità dei Veda. La sua dottrina, messa per iscritto in pracrito, parte dal presupposto che lo spirituale e il non spirituale si contrappongono. Materiale è tutto quanto rientra nelle cinque categorie di azione, riposo, spazio, materia e tempo; il massimo ideale etico è la sobrietà. A causa delle sue rigide norme ascetiche, il giainismo non ottenne un enorme seguito, ma in India è ancora praticato. Il buddhismo, infine, rifiuta gli dei della religione vedica e professa le “quattro nobili verità” (la sofferenza; il suo insorgere; il suo superamento; la via verso il superamento) e l’Ottuplice sentiero, che porta all’eliminazione delle cause della sofferenza. Il buddhismo fu molto diffuso in India fino al XII secolo, ma in seguito alla conquista islamica scomparve quasi completamente.
Nelle prime Upanishad, scritte intorno al 500 a.C., si perpetua la dottrina dei Veda e dei due grandi poemi epici, il Mahabharata e il Ramayana. Da questa tradizione derivarono i sei sistemi ortodossi (darsana) brahmanici, che sono contenuti in brevissimi commenti ai Veda, stilati nel genere letterario dei sutra. I sei darsana sono in parte strettamente legati tra loro per il contenuto. Scopo principale del mimamsa (in sanscrito “indagine”), cominciato con Pànini e Jaimini nel III secolo, è la comprensione dei Veda, considerati testi eterni. Il filosofo Kumarila, vissuto nell’VIII secolo, delineò un sistema imperniato su una linguistica funzionale alla comprensione dei Veda. Il termine Vedanta indica tutti i sistemi nati dopo le Upanishad e su esse fondati. Il testo più importante è la Bhagavad-Gita, scritta nel I secolo a.C., che costituisce parte del Mahabharata. Nella Bhagavad-Gita è adorato un dio supremo che appare sotto forma di spirito (purusa) e natura (prakrti), e vi si predicano tre vie di salvezza (moksha): la via dell’azione (karman), la via della devozione (vedi Bhakti) e quella della conoscenza (jnana). Nella tradizione del Vedanta era annoverato soprattutto Shankara, uno dei maggiori filosofi indiani che sviluppò la dottrina della maya, l’illusione che vela l’essenziale unicità dello spirito brahman presentandoci la molteplicità del fenomenico e del corporeo. Il messaggio centrale del suo insegnamento è espresso in questa proposizione: “il reale è ciò che è impossibile negare”. Nel IV secolo a.C. nacque il sistema filosofico samkhya (in sanscrito “numero, conteggio”), che tenta di definire i principi fondamentali del mondo in base al numero. Se all’inizio erano determinanti ancora i due principi purusa e prakrti, dal XV secolo fu sostenuta una concezione diversa: l’io è distinto dal citta (pensiero). Nel II secolo a.C. Patanjali stilò un testo fondamentale, gli “aforismi sullo yoga” (Yogasutra), che presentano lo yoga come sistema filosofico-religioso e introducono alle tecniche di meditazione miranti alla realizzazione dell’io, ovvero all’armonizzazione di corpo, spirito e anima in virtù della liberazione dal pensiero (citta) e dalla materia (kaivalya). Nello stesso periodo nacque anche il nyaya (in sanscrito “principio, norma”), un sistema descritto nei sutra attribuiti ad Aksapada, che raggiunse l’apice nel X secolo con Udayana. Tra il II e il IV secolo apparve il Vaisheshika (in sanscrito “riferirsi alle differenze”), elaborato da Kanada, che espose la sua dottrina in forma scritta: si tratta di un completamento in chiave di filosofia della natura del nyaya, con cui formò dopo il IX secolo il cosiddetto “nyaya-vaisheshika”, dottrina razionale e sistema di categorie della conoscenza (sostanza, qualità, attività, movimento, concetto generale, particolarità, attinenza e negazione). Questa scuola sostenne inoltre una teoria atomistica, secondo cui il mondo sarebbe composto da particelle non ordinate razionalmente secondo il karma, bensì governate da una grande anima del mondo.
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