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Introduzione; Nascita ed evoluzione del Blocco orientale fino alla metà degli anni Cinquanta; Dalla morte di Stalin all'inizio degli anni Ottanta; Disgregazione del Blocco orientale
Blocco orientale Insieme dei paesi retti da regimi comunisti dopo la seconda guerra mondiale, secondo una definizione in uso sino all'inizio degli anni Novanta in Occidente e coniata in relazione al conflitto Est-Ovest, che sul piano geografico traduceva l'opposizione fra il blocco comunista, guidato dall'Unione Sovietica, e le nazioni europee democratiche, legate in un sistema di alleanze che comprendeva gli Stati uniti. In senso lato, il Blocco orientale comprendeva tutti gli stati comunisti, sia europei che asiatici (come la Cina, il Vietnam del nord e la Corea del nord); in un senso più ristretto, tale denominazione è stata applicata all'URSS e agli stati comunisti dell'Europa orientale (Polonia, Cecoslovacchia, Ungheria, Romania, Bulgaria e Repubblica democratica tedesca), che si unirono politicamente e militarmente nel patto di Varsavia ed economicamente nel COMECON (Consiglio di mutua assistenza economica). La Repubblica popolare mongola aderì nel 1962 al COMECON, ma non al patto di Varsavia.
Un'importante premessa alla nascita del Blocco fu rappresentata dal patto di non aggressione (23 agosto 1939), che definì con un accordo segreto le sfere di interesse tedesca e sovietica in Europa orientale: l'URSS avrebbe potuto estendere la propria area di influenza al Baltico, alla Polonia orientale e a parte della Romania. Alla fine della seconda guerra mondiale, dopo che l'Unione sovietica aveva contribuito in maniera decisiva nella vittoria sulla Germania nazista, Stalin aveva esteso il controllo del proprio paese su tutti gli stati dell'Europa centrorientale, i cui territori in parte furono inglobati nell'URSS e in parte diventarono repubbliche popolari tra il 1945 e il 1948. Fu il caso di Polonia, Ungheria, Bulgaria, Romania, Cecoslovacchia e della zona di occupazione sovietica in Germania. La conferenza di Jalta e la conferenza di Potsdam (entrambe del 1945, l'una precedente la fine della guerra, l'altra successiva alla sconfitta della Germania) avevano già sancito di fatto la divisione dell'Europa postbellica in due sfere di influenza, stabilendo che Romania e Bulgaria sarebbero passate nella zona di influenza sovietica. In realtà quasi tutti i paesi balcanici caddero sotto il controllo sovietico (a eccezione della Grecia) e si accentuarono le tensioni tra Stati Uniti e Unione Sovietica, che determinarono l'inizio della cosiddetta Guerra Fredda. Nel 1946 Winston Churchill definì il confine ideologico, politico, economico e militare tra il Blocco orientale e l'Europa occidentale con l'espressione 'cortina di ferro'. Nel 1948 si giunse alla rottura tra l'URSS e la Iugoslavia comunista che, sotto la guida del maresciallo Tito, perseguiva una via al socialismo indipendente dagli ordini provenienti da Mosca, dopo che l'URSS aveva dato vita a un organismo collettivo dei partiti comunisti (Cominform), controllato nei fatti dai sovietici. Nel 1949 fu fondato il COMECON quale strumento istituzionale per la cooperazione economica all'interno del Blocco orientale. La nascita della Repubblica popolare cinese nello stesso anno contribuì al rafforzamento dell'area comunista.
Dopo la morte di Stalin (1953), il patto di Varsavia istituì un'alleanza militare e una maggiore coesione politica tra i paesi dell'Europa orientale. La politica di destalinizzazione di Kruscev creò tuttavia una situazione di instabilità, favorendo l'insorgere di insurrezioni come quelle scoppiate in Polonia e in Ungheria (1956), che furono prontamente represse. Il processo di ridimensionamento della supremazia sovietica nell'ambito dei paesi del Blocco orientale si andò intensificando, mentre si consumava contemporaneamente la rottura dell'Urss con la Cina. Negli anni Sessanta, la Romania in particolare mostrò di tendere verso una maggiore autonomia; in Cecoslovacchia il tentativo del governo di avviare, nel 1968, un vasto programma di riforme (vedi Primavera di Praga) si concluse con l'intervento militare di cinque paesi del patto di Varsavia. In segno di protesta l'Albania, i cui rapporti con l'Unione Sovietica si erano incrinati a partire dall'inizio degli anni Sessanta, uscì dal patto. Con la tesi, annunciata nel 1968, della sovranità limitata dei paesi socialisti (vedi Brežnev), intesa a giustificare l'intervento militare in Cecoslovacchia, l'Unione Sovietica consolidò di nuovo fino agli anni Ottanta il proprio ruolo di guida all'interno del Blocco orientale
Un nuovo intervento delle nazioni del patto di Varsavia si profilò in seguito alla critica situazione politica prodottasi in Polonia nel 1981, dopo l'ondata di scioperi che aveva attraversato il paese e la nascita (1980) del sindacato Solidarność. Lo stato di guerra dichiarato dal dicembre 1981 al 1983 accentuò il divario tra la popolazione e l'apparato di potere. Sempre più difficile si profilava nel frattempo la situazione sul piano economico e politico in Unione Sovietica: per tentare di arginare il disastro, a partire dal 1985 Gorbaciov attuò un programma di riforme all'insegna della glasnost (trasparenza) e della perestrojka (trasformazione). Sotto la spinta di questa politica, soprattutto in Ungheria e Polonia dal 1988 fu avviato un processo di democratizzazione all'insegna di una maggiore autonomia. Nel 1989 l'Ungheria sollevò la cosiddetta cortina di ferro, aprendo la frontiera con l'Austria, mentre movimenti per i diritti civili cambiavano il corso degli eventi nella Repubblica democratica tedesca e in Cecoslovacchia. La caduta del muro di Berlino segnò, nel novembre 1989, una svolta storica. Nell'ambito del processo di riunificazione delle due Germanie, nel 1990 la RDT uscì dal patto di Varsavia e dal COMECON. Lo scioglimento di queste due istituzioni (rispettivamente il 1° luglio 1991 e il 28 giugno 1991) sancì la fine del Blocco orientale.
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