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Struttura articolo
Introduzione; La ragione come fondamento della realtà; La ragione come facoltà umana; La ragione nella filosofia moderna; La concezione kantiana della ragione; La ragione nella filosofia contemporanea
Ragione Termine fondamentale del linguaggio della filosofia, che ha assunto nella sua storia una molteplicità di significati. Fra questi se ne possono distinguere due fondamentali: 1) ragione intesa in senso metafisico, come principio e fondamento della realtà; 2) ragione come facoltà del pensiero dell’uomo e guida della sua condotta etica. Entrambi questi significati si possono far risalire alla filosofia greca, nella quale ricorre il termine “logos” sia per designare la legge essenziale di tutta la realtà, sia per designare la capacità dell’uomo di ragionare e di discorrere. In questa seconda accezione la ragione è intesa anche come dianoia, cioè come facoltà discorsiva, ed è contrapposta all’intelletto (in greco, nous), ossia alla capacità di cogliere intuitivamente le verità prime da cui muove ogni ragionamento.
Nella prima accezione, la ragione come logos fa la sua apparizione nella filosofia di Eraclito e trova la sua espressione più conseguente nella filosofia degli stoici. Questi intendevano il logos come la legge che governa tutte le cose, ossia come l’ordine razionale della natura e del cosmo, seguendo il quale l’uomo conduce una vita giusta e felice. Questa concezione della ragione, la cui evoluzione coincide con le diverse riprese del termine logos nella filosofia greca e nel pensiero cristiano dei padri della Chiesa, torna anche nella filosofia moderna, in un contesto problematico molto diverso, nel sistema del filosofo tedesco Georg Wilhelm Friedrich Hegel. Questi, infatti, concepisce la ragione (da lui denominata anche Idea e Spirito), come la legge immanente della realtà nel suo sviluppo naturale e storico. Fondamentale per Hegel è l’identificazione di pensiero (ragione) ed essere (realtà). Al tempo stesso egli situa la ragione, intesa anche come conoscenza dell’Assoluto, al di sopra dell’intelletto, che consiste nella facoltà di astrazione e nella conoscenza del particolare. Per Hegel la ragione, sia come fondamento della realtà sia come conoscenza della totalità del reale, procede secondo un ritmo di tipo dialettico che, passando attraverso antitesi e contraddizioni, perviene a collegare nella sintesi i diversi momenti della realtà che l’intelletto coglie separatamente.
È celebre la definizione dell’uomo come “animale razionale” data dal filosofo greco Aristotele. Egli concepisce la ragione come la capacità di svolgere correttamente deduzioni di tipo sillogistico a partire da date premesse; per questa sua funzione essa si distingue dall’intelletto, che è la capacità di cogliere i principi primi delle scienze in maniera intuitiva, senza avvalersi di passaggi discorsivi. In un diverso contesto problematico, sia i filosofi neoplatonici sia il pensatore cristiano Agostino subordinano la ragione all’intelletto, proprio perché essa rimane una conoscenza discorsiva inferiore alla conoscenza puramente intuitiva del secondo. Dio, secondo i filosofi cristiani, come ad esempio san Tommaso d’Aquino, conosce tutto intuitivamente, senza conquistare le verità una a una attraverso ragionamenti.
Nella filosofia moderna la ragione è concepita in stretta aderenza ai nuovi problemi della teoria della conoscenza o gnoseologia. Il filosofo francese Cartesio la identifica con il “buon senso”, “per natura uguale in tutti gli uomini”, e la definisce come “capacità di ben giudicare e di distinguere il vero dal falso”. Dal canto suo, l’inglese Thomas Hobbes concepisce invece la ragione come una sorta di “calcolo” che opera su termini o nomi universali. Riallacciandosi alla tradizione del nominalismo medievale, Hobbes vede la funzione della ragione nel sommare nomi o sottrarre nomi da altri nomi: ad esempio, se al termine “corpo” aggiungo i termini “anima” e “ragione” ottengo l’idea e il nome di “uomo”; se viceversa sottraggo al termine “uomo” il termine “ragione” ottengo l’idea e il nome di “animale”. Perlopiù si suole distinguere, nella filosofia moderna, due indirizzi fondamentali, nei quali prende rilievo il concetto di ragione come facoltà conoscitiva: il razionalismo e l’empirismo. Per i filosofi razionalisti, a partire da Cartesio, la ragione opera sulle idee innate con il metodo della dimostrazione e della deduzione. Per i filosofi empiristi, che a partire da John Locke rifiutano la concezione dell’innatismo, essa si rivolge all’esperienza e ai dati sensibili, cercando via via di ordinarli e di collegarli. Entrambi i punti di vista furono determinanti per le origini dell’illuminismo del XVIII secolo. Nel pensiero illuministico di filosofi quali Voltaire, Diderot e D’Alembert, la ragione è intesa come la suprema istanza critica nei confronti di ogni tradizione e autorità. Per questi pensatori la ragione non costituisce più un patrimonio di idee innate, date prima di ogni esperienza (cioè a priori), ma indica veramente una facoltà, ossia una capacità di analisi e di sintesi che si può comprendere soltanto nel suo esercizio e nella sua esplicazione.
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