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Risultati di Windows Live® Search Traffico internazionale di armi Vendita o trasferimento internazionale di armamenti che si svolge perlopiù tra governi, benché le ditte produttrici e i privati vi svolgano spesso un ruolo fondamentale. La vendita di armi è quasi sempre accompagnata da accordi sull'addestramento all'uso delle armi e sulla manutenzione delle apparecchiature. Secondo le stime dell'Istituto internazionale di ricerca per la pace di Stoccolma il valore del traffico internazionale di armi ha raggiunto nel 1993 i 22 miliardi di dollari, ben al di sotto del livello massimo di 46 miliardi raggiunto nel 1987 durante l'ultima fase della Guerra Fredda. Per la maggior parte del XX secolo il traffico si è svolto secondo uno schema relativamente semplice tra i paesi produttori di armi dell'Occidente e i paesi meno sviluppati loro clienti. La diffusione delle tecnologie produttive ha tuttavia complicato fortemente il quadro, mettendo in discussione la preminenza dei fornitori tradizionali. I dettagli sulle operazioni di compravendita di armi tra governi sono difficili da acquisire per ovvi motivi di sicurezza nazionale e commerciale; di conseguenza è difficile valutare la misura e la portata del traffico, sia di quello legale, o comunque controllato dai governi (che non è sempre trasparente, come dimostra il caso Irangate), sia di quello illegale, al quale ricorrono i paesi sotto embargo, i movimenti terroristici e le organizzazioni criminali e che secondo alcune stime rappresenterebbe poco meno della metà dell'interscambio totale di armi. In genere l'azione governativa contro il traffico illegale di armamenti è motivata da ragioni politiche e sociali; talvolta può essere indotta anche dalla necessità di tutelarsi dall'azione di forze destabilizzanti. È ormai consolidata la tendenza a considerare necessaria la partecipazione sia dei paesi produttori sia di quelli destinatari delle armi per un successo delle iniziative multilaterali di controllo sugli armamenti. Dopo l'invasione del Kuwait da parte delle truppe di Saddam Hussein nel 1990 (episodio che provocò la guerra del Golfo), sono stati proposti vari accordi internazionali, privi tuttavia di forza decisiva per l'oggettiva incontrollabilità dell'offerta di armamenti sul mercato internazionale dovuta all'internazionalizzazione della produzione bellica e alle infinite possibilità di 'triangolazione' commerciale. Ma le difficoltà risiedono anche nel fare accettare alle industrie belliche e ai governi una limitazione della produzione e della vendita di armi: un chiaro esempio è costituito dalla lunga battaglia per mettere al bando le mine antiuomo. Un obiettivo più facilmente perseguibile da parte dei governi è invece quello di ritardare la diffusione delle tecnologie più avanzate e strategicamente importanti.
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