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Macroeconomia

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John Maynard KeynesJohn Maynard Keynes
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Introduzione

Macroeconomia Branca dell’economia che studia il comportamento delle variabili aggregate, quali la produzione e il reddito nazionale, la disoccupazione, la bilancia dei pagamenti e il tasso di inflazione. Si distingue dalla microeconomia, che esamina invece la composizione del prodotto, ossia la domanda e l’offerta di specifici beni e servizi, delle dinamiche del mercato e della formazione dei prezzi.

Oggetto principale della macroeconomia è la determinazione del prodotto totale del sistema economico, ossia del reddito nazionale o della nozione affine di prodotto nazionale lordo (PNL). Questa grandezza misura la produzione “finale” di beni e servizi prodotti all’interno di un paese, nota anche come “domanda finale” o “prodotto finale”. La misurazione in termini di “prodotto finale” è essenziale per evitare il doppio conteggio dei beni intermedi, ossia di quei beni che vengono utilizzati per produrre altri beni.

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Il prodotto nazionale lordo

La teoria macroeconomica si occupa sostanzialmente della determinazione del valore del PNL, dei fattori che contribuiscono alla sua stabilità e delle loro relazioni con le altre variabili. Il valore del PNL potenziale di un paese in un dato momento dipende dai fattori di produzione – lavoro e capitale – e dalla tecnologia. Lo studio e la determinazione dell’andamento di lungo periodo di questi fattori e del loro effetto sul potenziale produttivo di un paese fa parte di un settore della teoria macroeconomica noto come “teoria della crescita”. D’altra parte, in un determinato momento la produzione effettiva di un paese, dati il suo stock di capitale, la specializzazione e il livello di qualificazione delle sue forze di lavoro e la tecnologia esistente, dipende dall’intensità con cui questi fattori vengono utilizzati. La produzione effettiva può risultare infatti inferiore a quella potenziale se esiste disoccupazione o sottutilizzazione del capitale.

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La disoccupazione

La disoccupazione, le sue cause e le sue conseguenze costituiscono uno dei principali campi di indagine della scienza macroeconomica. Prima della pubblicazione, avvenuta nel 1936, della Teoria generale di John Maynard Keynes, il fenomeno della disoccupazione veniva spiegato con la rigidità del mercato del lavoro: secondo questa ipotesi la disoccupazione si manifesta allorché i salari non scendono in misura sufficiente a consentire l’equilibrio del mercato.

Alla base di tale modello del mercato del lavoro è sottesa l’idea di un meccanismo di riequilibrio: in caso di disoccupazione su vasta scala, le pressioni esercitate dai lavoratori in cerca di occupazione fanno scendere i salari al livello in cui, da un lato, alcuni di loro sono costretti a uscire dal mercato (facendo quindi diminuire l’offerta di lavoro) e, dall’altro, le imprese sono maggiormente disposte a utilizzare il fattore lavoro in seguito alla riduzione del suo costo, che lo rende più remunerativo. Tuttavia, la disoccupazione permane quando le rigidità impediscono al salario di scendere al livello di equilibrio, in corrispondenza del quale l’offerta e la domanda di lavoro si eguagliano. Una delle cause di rigidità del mercato del lavoro, ad esempio, è data dall’azione dei sindacati volta a garantire un minimo salariale.

La principale innovazione di Keynes consiste nell’affermare che la disoccupazione può essere causata dall’insufficienza della domanda di beni, anziché da uno squilibrio nel mercato del lavoro. L’insufficienza della domanda potrebbe essere generata dall’incapacità degli investimenti programmati di assorbire per intero i risparmi programmati. Infatti, il risparmio costituisce una “perdita” per il flusso circolare entro il quale i redditi generati dalla produzione di beni e servizi vengono reimmessi nella domanda di altri beni e servizi. In questo senso, quindi, una perdita in tale flusso circolare dei redditi tende a ridurre il livello della domanda totale.

Gli investimenti reali (definiti “accumulazione di capitale fisico”), ossia produzione di macchinari, stabilimenti, case ecc., hanno l’effetto opposto – costituiscono cioè un’iniezione in quel flusso circolare che collega il reddito alla produzione – e quindi tendono ad aumentare il livello della domanda.

Nei primi modelli classici della disoccupazione, come quello sopra descritto, l’insufficienza della domanda aggregata di beni e servizi (definita in breve “mercato dei beni”) non veniva considerata, poiché si credeva che eventuali squilibri tra risparmi e investimenti fossero riequilibrati da variazioni dei tassi di interesse, cosicché, ad esempio quando il risparmio programmato eccede l’investimento programmato, il tasso di interesse si riduce; ciò, a sua volta, riduce l’offerta di risparmio e al tempo stesso accresce il desiderio delle imprese di prendere a prestito denaro per investirlo in macchinari, costruzioni ecc.

Nel modello keynesiano sono invece le variazioni del prodotto e del reddito il fattore di riequilibrio che determina l’uguaglianza delle decisioni di risparmio e di investimento e, quindi, il livello di equilibrio del reddito e del prodotto nazionali. Tale livello di equilibrio di reddito e prodotto non corrisponde necessariamente al livello della produzione in cui la domanda e l’offerta di lavoro si eguagliano. Inoltre, secondo Keynes, una riduzione dei salari in una situazione di questo tipo non avrebbe alcuna ripercussione positiva sulla disoccupazione, per una serie di ragioni che l’economista ha illustrato nel XIX capitolo della Teoria generale.

Keynes ovviamente non fu il primo economista a spiegare la disoccupazione in termini di insufficienza della domanda aggregata nel mercato dei beni. Thomas Malthus aveva già avanzato simili congetture, ma la “rivoluzione keynesiana” implica un’ipotesi ausiliare incentrata sulla compatibilità tra equilibrio del mercato e disoccupazione.

Nella seconda metà del XX secolo furono apportati numerosi perfezionamenti alla teoria keynesiana. Ad esempio, sebbene l’argomento della rigidità salariale sia ancora molto controverso, sono state studiate determinanti diverse dall’azione dei sindacati o delle legislazioni. Ampliando la gamma di variabili che l’individuo cerca di ottimizzare, includendovi la ricerca di un lavoro che massimizzi il benessere nel tempo, o variabili psicosociologiche quali la lealtà e la stima di se stessi, diventa più semplice riconciliare lo squilibrio del mercato del lavoro con le tradizionali ipotesi sui comportamenti tendenti a massimizzare l’utilità individuale, ad esempio con l’ipotesi secondo la quale molte persone sono disposte ad accettare salari inferiori pur di ottenere un lavoro.

L’enfasi della teoria keynesiana sulla domanda, quale fattore determinante del livello di produzione nel breve periodo, stimolò sviluppi in altri campi della macroeconomia: creò ad esempio i presupposti per la formalizzazione dei principi di contabilità del reddito nazionale, definiti utilizzando le fondamentali categorie sostitutive della “domanda finale” – spesa per consumi, spesa per la formazione di capitale, spesa pubblica, esportazioni e importazioni – così denominata per contrapposizione a quella dei beni intermedi.

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Il tasso d’interesse

La funzione, già esaminata, del tasso di interesse nella determinazione dell’equilibrio nei mercati dei beni porta al centro dell’indagine macroeconomica la teoria monetaria, oggetto di acute dispute teoriche tra le diverse scuole di pensiero. Dal punto di vista keynesiano, il tasso di interesse è una variabile monetaria, e quindi il suo ruolo in condizioni di incertezza è quello di equilibrare la domanda e l’offerta di liquidità, piuttosto che le decisioni di risparmio e investimento. Tale concezione implica che la disponibilità degli agenti economici a detenere liquidità muti con il variare del tasso di interesse, provocando simmetriche variazioni nella velocità di circolazione della moneta.

L’importanza data alle determinanti di breve periodo dei tassi di interesse si contrappone al punto di vista secondo cui, nel lungo periodo, il tasso di interesse viene determinato da forze reali quali produttività e propensione al risparmio. Questa teoria è conforme al modello tradizionale del mercato del lavoro, che fa dipendere il livello dell’occupazione da due forze “reali”: 1) la disponibilità dell’individuo a sacrificare tempo libero in cambio di reddito, che determina l’offerta di lavoro, e 2) la produttività del lavoro, che ne determina la domanda.

L’ipotesi di Keynes secondo cui il tasso di interesse è soprattutto un fenomeno monetario è sostanzialmente coerente con un’analisi di breve periodo, mentre la maggior parte degli economisti concorda sul fatto che, nel lungo periodo, l’interesse reale medio – corretto da distorsioni dovute a inflazione e pressione fiscale – tende ad approssimarsi al rendimento medio di lungo periodo del capitale.

Al contrario, l’ipotesi che la domanda di moneta sia stabilmente correlata al livello di ricchezza ha portato a individuare una relazione secondo cui un aumento nell’offerta di moneta innesca una riduzione dei tassi di interesse, effetto che, a sua volta, tende a stimolare gli investimenti e quindi la domanda globale; un altro mezzo per ridurre la disoccupazione potrebbe essere l’espansione dell’offerta di moneta. Nonostante le diverse interpretazioni dei meccanismi per cui la moneta influisce sul sistema economico, i sostenitori del monetarismo sono sostanzialmente concordi nell’affermare che gli incrementi della produzione determinati dall’espansione dell’offerta di una moneta sono solo temporanei, poiché una tale espansione, a parità di condizioni, porta a un aumento dell’inflazione.

Alcune scuole di pensiero, in particolare la scuola delle “aspettative razionali”, arrivano a sostenere che gli agenti economici sono in grado di riconoscere il legame tra l’offerta di moneta e il livello dei prezzi, con il risultato che qualsiasi tentativo di ridurre la disoccupazione con politiche monetarie espansive (espandendo la circolazione monetaria) potrebbe non avere effetti neppure nel breve periodo.

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