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Cinema australiano Produzione cinematografica dell’Australia. Lo stato australiano è attualmente impegnato a sostenere la crescita dell’industria cinematografica locale intervenendo direttamente, attraverso varie forme di finanziamento, nella maggior parte delle produzioni. Vi è anche un coinvolgimento del settore privato, la cui partecipazione è stata fissata al 40% della produzione globale.
La storia del cinema australiano iniziò a Sydney il 30 novembre 1894 con la presentazione, davanti a un pubblico pagante, di cinque film proiettati con il kinetoscope, uno dei primi apparecchi per realizzare proiezioni cinematografiche. L’Australia stessa, federatasi come nazione nel 1901, è perciò più giovane del suo cinema. Il primo lungometraggio a soggetto di cui si è a conoscenza, Soldiers of the Cross (1900) di Joseph Perry, è anche il primo della storia del cinema e venne distribuito nello stesso anno in cui nacque la Federazione Australiana. Fino a quando, nel 1912, la loro proiezione non venne proibita su richiesta della polizia, la maggior parte dei film prodotti dall’industria australiana narrava storie di fuorilegge (i cosiddetti bushrangers), le cui avventure venivano molto apprezzate dal pubblico. Ritenute pericolose perché dipingevano i criminali come eroi, le storie dei bushrangers vennero bandite dallo stato, che inaugurò così una lunga serie di interventi censori proseguiti sino alla fine degli anni Sessanta. Tra il 1906 e il 1912 il numero dei lungometraggi aumentò notevolmente; negli anni Venti i film si fecero sempre più raffinati da un punto di vista tecnico e gli intrecci divennero via via più complessi. L’industria cinematografica, tuttavia, non riusciva a decollare e il cinema non era ancora visto come un investimento sicuro. Il mercato era sostanzialmente dominato da due grandi case di distribuzione che, a fronte della crescita di un pubblico sempre più esigente e quindi dell’aumento di capitali necessari a produrre film di elevato livello tecnico, iniziarono una disastrosa guerra commerciale. Il risultato fu una diminuzione del numero dei produttori, distributori ed esercenti indipendenti, che finirono con l’essere ingoiati dalle società più grandi o con l'andare in rovina. Per i film australiani divenne sempre più difficile avere una distribuzione e venire proiettati con continuità e regolarità; così il pubblico si orientò sempre più verso i film provenienti dalle grandi case statunitensi. Dai circa cento lungometraggi prodotti tra il 1911 e il 1913 si passò, nel periodo tra il 1939 e il 1969, a una produzione media di non più di due film all’anno. Il 1929, con l’impatto della Grande Depressione, registrò il quasi totale arresto del finanziamento di nuovi progetti e un’enorme diminuzione del numero degli spettatori. Attrezzare i cinema per il sonoro divenne troppo costoso e, proprio mentre questo si diffondeva in tutto il mondo, alle maggiori case australiane non rimase che concentrare le proprie risorse sulla produzione di un grandioso film muto, For the Term of his Natural Life di Norman Dawn, tratto da un romanzo di Markus Clarke e incentrato sulla vicenda della deportazione nelle colonie dell’impero britannico di un uomo ingiustamente condannato. Il declino della fiction cinematografica australiana fu inarrestabile e continuò fino agli anni Sessanta. Lo Stato divenne allora il maggior produttore, incentivando una politica orientata al mercato interno e incentrata su documentari e opere di propaganda sulle gesta degli australiani nelle molte guerre in terre straniere. Uno di questi film, Kokoda Front Line (1942) di Damien Parer, fruttò all’Australia il suo primo Oscar.
La ripresa del cinema coincise con la fondazione nel 1958 della maggiore casa di produzione statale, l’Australian Commonwealth Film Unit, ribattezzata Film Australia nel 1972; sotto i suoi vari nomi la società produsse centinaia di documentari. Queste produzioni ebbero il doppio ruolo di diffondere all’estero l’immagine dell’Australia, al fine di incentivarne i commerci e favorire l’immigrazione, e di promuovere internamente il progetto di sviluppo unitario della nazione. In assenza di una scuola cinematografica, è alla Film Australia che si deve la formazione di una generazione di cineasti come John Heyer, Cecil Holmes e Peter Weir, che impararono il mestiere girando documentari per la società statale, per poi passare ai film a soggetto. Heyer diresse Back of Beyond (1954), oggi considerato uno dei grandi classici del cinema australiano. Negli anni Settanta venne fondata un’agenzia per gli investimenti cinematografici, una scuola nazionale di cinema e televisione, e fu istituito un fondo per film sperimentali realizzati a basso costo, che costituirono un terreno fertile per la nascita di nuovi talenti. I risultati non si fecero attendere: Weir firmò due capolavori: Picnic a Hanging Rock (1975), racconto, calato in una rarefatta e angosciante atmosfera, della scomparsa di tre studentesse di un collegio e della loro educatrice durante una gita il giorno di San Valentino del 1900; e Gli anni spezzati (1981), incentrato sull’impiego delle truppe australiane e neozelandesi nella disastrosa campagna di Gallipoli durante il primo conflitto mondiale. George Miller girò Interceptor (1979), film che lanciò Mel Gibson e inaugurò la fortunata serie di film basati sulle avventure del giustiziere Mad Max, ambientati in un Medioevo prossimo futuro e sconvolto da lotte tra motociclisti e automobilisti assetati di petrolio. Va menzionato anche Gillian Armstrong, che ottenne un grande successo in tutto il mondo con La mia brillante carriera (1979). Dalla fine degli anni Settanta, l’industria cinematografica australiana continuò a registrare progressi; nei primi anni Novanta i costi totali per le produzioni cinematografiche e televisive superarono il miliardo e duecento milioni di dollari australiani. Molti film, tra cui Ballroom - Gara di ballo (1991) di Baz Luhrmann, Le nozze di Muriel diretto da P.J. Hogan e Priscilla, la regina del deserto di Stephen Elliot (entrambi del 1994), ottennero un notevole successo internazionale. Le produzioni australiane e della vicina Nuova Zelanda (vedi cinema neozelandese) – come lo splendido ritratto della decadenza contemporanea della cultura maori offerto da Lee Tamahori in Once Were Warriors - Una volta erano guerrieri (1994) – si sono imposte sui mercati di tutto il mondo. Lezioni di piano (1993), una produzione australiana per la regia della neozelandese Jane Campion, con Holly Hunter e Harvey Keitel, si è aggiudicato tre Oscar e una Palma d’Oro al Festival di Cannes; Luhrmann ha fatto parlare di sé con Romeo + Giulietta di William Shakespeare (1996), personalissima versione della tragedia shakespeariana, che il regista ha scelto di ambientare nella Los Angeles degli anni Novanta; Shine (1996) di Scott Hicks ha fruttato un Oscar all’attore protagonista Geoffrey Rush. Gli attori australiani, come Mel Gibson, Judy Davis e Nicole Kidman, sono ormai stelle consacrate; registi come Weir, Fred Schepisi, George Miller, Bruce Beresford e Gillian Armstrong lavorano a produzioni internazionali di grande respiro. I tecnici, come Dean Semler, vincitore dell’Oscar per la migliore fotografia con Balla coi lupi (1990), sono richiestissimi dai più noti registi. Inoltre, i temi legati alla cultura e ai paesaggi locali hanno affascinato e continuano ad affascinare cineasti stranieri, tra cui Stanley Kramer, Fred Zinnemann, Michael Powell, Tony Richardson, Nicolas Roeg, Werner Herzog e Wim Wenders, che hanno scelto di ambientare alcune delle proprie opere in Australia. Tra i film girati negli ultimi anni da registi australiani si ricordano Amore e altre catastrofi (1996) di Emma-Kate Croghan, Il matrimonio del mio migliore amico (1997) di P.J. Hogan, Oscar e Lucinda (1997) di Gillian Armstrong, Radiance (1998) di Rachel Perkins, La neve cade sui cedri (1999) di Scott Hicks, Kick (1999) di Lynda Heys e Looking for Alibrandi (2000) di Kate Woods.
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