![]() |
Risultati di Windows Live® Search
Risultati di Windows Live® Search Struttura articolo
Introduzione; Nascita di un campione; Una straordinaria carriera; Un campione forte e fragile ; Un mito dal profilo affilato
Coppi, Fausto (Castellania, Alessandria 1919 – Tortona, Alessandria 1960), campione di ciclismo italiano. Figlio di contadini delle colline tortonesi, da ragazzo venne mandato a lavorare, in pianura, a Tortona come garzone di salumeria. Percorrendo la distanza tra la casa di Castellania e la bottega, si appassionò al ciclismo che, vincendo le resistenze della famiglia, iniziò a praticare esordendo nella categoria allievi in corse locali. Presto passò sotto la guida tecnica e atletica del massaggiatore cieco Biagio Cavanna, che intuì le sue straordinarie potenzialità fisiche e che in seguito gli restò vicino per tutta la carriera, saggio e prezioso consigliere.
Coppi arrivò al professionismo a vent’anni, senza però poter vantare nessun prestigioso palmarès tra le corse per dilettanti. Il debutto avvenne al Giro del Piemonte, come indipendente (cioè senza far parte di nessuna squadra) e si piazzò terzo dopo essersi lanciato in una lunga fuga solitaria: il tecnico Eberardo Pavesi lo notò e gli fece firmare il contratto per la Legnano di Gino Bartali col compito di fare da gregario al campione toscano. Con questo preciso incarico Coppi venne iscritto l’anno seguente al Giro d’Italia: a sorpresa, anche a causa delle non brillanti condizioni fisiche di Bartali, dopo poche tappe Coppi conquistò la maglia rosa e la conservò fino al suo arrivo a Milano. Nonostante l’Italia fosse già entrata in guerra, l’attività ciclistica continuò anche nel 1941, a eccezione del Giro: Coppi ebbe quindi modo di vincere il Giro del Veneto, il Giro della Toscana, il Giro dell’Emilia, la Tre Valli Varesine e il Giro della Provincia di Milano. Nel 1942 vinse il titolo tricolore e al velodromo Vigorelli di Milano stabilì il nuovo record dell’ora con la distanza di 45 km e 848 m. Pochi giorni dopo questa impresa, che ormai lo consacrava tra più forti corridori del mondo, Coppi fu chiamato alle armi e inviato a combattere in Tunisia, dove venne fatto prigioniero dagli inglesi. Nel 1946, ingaggiato dalla Bianchi, inanellò una serie di formidabili vittorie, iniziata con la Milano-Sanremo – vinta con oltre 14 minuti di vantaggio sul secondo classificato (il francese Teissière), al termine di una fuga già iniziata con pochi compagni alle porte di Milano e divenuta solitaria sulle prime rampe del Passo del Turchino – e chiusa con il successo al Giro di Lombardia, corsa che vinse nei tre anni seguenti e poi, per l’ultima volta, in chiusura di carriera, nel 1954.
Per ridurre tutto a dati statistici Coppi vinse complessivamente 110 corse, di cui 53 per distacco, a cui si devono aggiungere le 84 vittorie nell’inseguimento, specialità su pista nella quale eccelleva. Fu primo per due volte al Tour de France (1949 e 1952) e per cinque volte al Giro d’Italia (1940, 1947, 1949, 1952 e 1953), uno dei cinque ciclisti al mondo, con Merckx, Hinault, Roche e Indurain, ad aver vinto Giro e Tour nello stesso anno. Il suo albo d’oro comprende, inoltre, tre Milano-Sanremo (1946, 1948, 1949), cinque Giri di Lombardia (come si è detto dal 1946 al 1949 e nel 1954), due Gran Premi delle Nazioni (1946, 1947), un Campionato del Mondo (nel 1953 a Lugano), una Parigi-Roubaix (1950), una Freccia Vallone (1950) e quattro titoli di campione d’Italia (1942, 1947, 1949 e 1955). Coppi fu un corridore tecnicamente completo, fortissimo sia sul piano, a cronometro in particolare, sia in salita. Le sue qualità atletiche avevano qualcosa di straordinario: il suo fisico normalmente dall’aspetto sgraziato e goffo si trasformava quando montava in sella, fino quasi a sembrare una perfetta macchina in assoluta armonia con la bicicletta. Una capacità toracica fuori dalla norma e una frequenza cardiaca bassissima in stato di riposo gli garantivano una soglia anaerobica altissima e quindi una resistenza eccezionale allo sforzo prolungato.
Tuttavia, la grandezza di un campione non si può misurare solo con il numero delle vittorie o le prestazioni fisiche. I successi di Coppi avevano sempre qualcosa di estremo e di avventuroso, come dimostrano le numerose vittorie per distacco. Una frase rimasta celebre può essere scelta a emblema del fascino epico che suscitavano le sue imprese sportive: “C’è un uomo solo al comando, la sua maglia è bianco-celeste, il suo nome Fausto Coppi!”; la disse per la prima volta il radiocronista Mario Ferretti mentre Coppi s’involava solitario tra due muri di neve sui tornanti dello Stelvio in una tappa del Giro del 1949. Molti altri furono gli scenari delle sue vittorie: i passi delle Dolomiti, fra il Pordoi e il Sella, e le Alpi francesi (il Col de l’Izoard, fra gli altri), il Ghisallo nel Giro di Lombardia e il micidiale pavé della Parigi-Roubaix. Il fascino del Campionissimo (così era stato ribattezzato dalla stampa sportiva) stava anche nella sua umana fragilità: una fragilità fisica causata dalla sua particolare conformazione ossea, che gli causava fratture a ogni caduta e susseguenti lunghi periodi di riabilitazione; e una fragilità psicologica, che talvolta lo attanagliava per lunghi periodi gettandolo nello sconforto e nella depressione. Una profonda crisi psicologica lo afflisse, ad esempio, dopo la tragica morte, a seguito di una caduta al Giro del Piemonte del 1951, del fratello Serse, suo compagno di squadra e anch’egli buon corridore (vinse nel 1949 una Parigi-Roubaix). Coppi scontò anche il pegno della sua grande popolarità. La sua vicenda sentimentale con Giulia Occhini divenne oggetto di curiosità morbosa da parte dei mass-media e dei giudizi di condanna morale di un’Italia perbenista e bigotta che non ammetteva che il grande campione, padre di famiglia, potesse innamorarsi e scegliere di vivere con un’altra donna, anch’essa sposata e madre: in un paese in cui l’adulterio era ancora un reato da codice civile, la cosiddetta “Dama bianca” (appellativo coniato dai giornalisti che videro Coppi, dopo una vittoria, baciare e offrire un mazzo di fiori a una misteriosa signora vestita di bianco) subì un arresto e un processo per abbandono del tetto coniugale, oltre all’umiliazione di essere additata come la donna che aveva traviato il campione.
|
© 2008 Microsoft
![]() ![]() |