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Industria farmaceutica

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Introduzione

Industria farmaceutica Settore dell’industria dedicato alla ricerca, allo sviluppo e alla produzione di sostanze chimiche farmacologicamente attive ai fini del loro impiego nella prevenzione e nella cura delle malattie. Le procedure impiegate, oggi altamente automatizzate, comprendono la produzione di farmaci in diverse forme, a seconda della metodologia di somministrazione. Alcune aziende sono specializzate nella produzione di anestetici, come pure di mezzi di contrasto per visualizzare le strutture interne dell’organismo durante le indagini diagnostiche (ad esempio radiografia, TAC e RMN).

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Dallo speziale alla farmacopea

Al principio del XIX secolo la farmacologia consisteva essenzialmente nella preparazione di rimedi curativi, operata da speziali, chimici, farmacisti ed erboristi che si procuravano le materie prime – spezie, droghe e piante officinali – da mercanti, i quali a loro volta le importavano anche da paesi lontani; ad esempio, l’oppio arrivava dalla Persia, mentre la radice di ipecacuana (Uraroga ipecacuanha) e la corteccia di china provenivano dall’America del Sud. Da questi ingredienti si ricavavano estratti, tinture, misture, lozioni, unguenti e pillole. Alcuni farmaci, come quelli preparati dalla corteccia di china, dalla belladonna, dalla digitale, dalla segale cornuta e dall’oppio si dimostrarono effettivamente validi; tuttavia, l’efficacia delle diverse preparazioni variava considerevolmente.

Nel 1820 il chimico francese Joseph Pelletier purificò l’alcaloide attivo della corteccia di china e lo chiamò chinino. In seguito isolò altri alcaloidi, compresa l’atropina dalla belladonna e la stricnina dalla noce vomica. Il suo lavoro rese possibile la standardizzazione di molti farmaci e la successiva estrazione a scopo commerciale dei loro principi attivi. Una delle prime aziende a estrarre alcaloidi puri in quantità commerciali fu la farmacia T.H. Smith Ltd di Edimburgo. Ben presto i dettagli concernenti le procedure standard furono inclusi in codici ufficiali, chiamati farmacopee.

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I primi farmaci di sintesi

In origine si pensava che fosse impossibile produrre artificialmente le sostanze chimiche estratte dalle piante o dagli animali, chiamate appunto “organiche”. Fu il chimico tedesco Friedrich Wöhler a dimostrare che il processo era invece possibile: nel 1836, riscaldando il cianato d’ammonio (una sostanza inorganica) riuscì a ottenere l’urea, una sostanza organica precedentemente isolata solo dall’urina. Questa sintesi pionieristica aprì la strada al tentativo di sintetizzare altre sostanze chimiche organiche fino ad allora ottenute solo per estrazione dagli organismi viventi.

Importantissima, per la futura industria farmaceutica, fu la scoperta accidentale della prima tintura sintetica, avvenuta nel 1856 a opera di un giovane chimico inglese, William Henry Perkin. La scoperta incoraggiò i fabbricanti di coloranti e tinture a sviluppare nuovi colori sintetici, acquisendo così ulteriori conoscenze chimiche. Perkin, allora ventunenne, avviò una fabbrica di coloranti sintetici, che molti anni dopo si sarebbe fusa con altre aziende chimiche del Regno Unito per formare le Imperial Chemical Industries (ICI).

L’industria delle tinture sintetiche ebbe un impatto rilevante sullo sviluppo della medicina. Essa aumentò considerevolmente la gamma di colorazioni istologiche disponibili, accelerando il progresso della microbiologia e dell’istologia. La ricerca di nuovi coloranti stimolò lo studio della chimica organica e rappresentò un impulso anche per la ricerca di nuovi farmaci.

Il primo farmaco di sintesi – precursore dell’odierno paracetamolo – fu l’acetofenetidina, immessa sul mercato nel 1885 come analgesico dalla Bayer di Leverkusen (Germania), con il nome commerciale di Phenacetin. Il secondo importante farmaco di sintesi, commercializzato a partire dal 1897, fu l’acido acetilsalicilico. Scoperto dal dottor Felix Hoffman, che lavorava nel laboratorio di ricerca della Bayer, fu venduto in tutto il mondo con il nome commerciale di Aspirina®, fornendo un’utile terapia per i dolori reumatici. La commercializzazione dell’Aspirina® fornì un enorme impulso allo sviluppo della Bayer, che da allora si avviò a divenire una delle aziende principali dell’industria farmaceutica mondiale.

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Farmaci contro le malattie infettive

Il primo farmaco efficace contro una malattia infettiva fu messo a punto dal batteriologo tedesco Paul Ehrlich. Convinto che l’arsenico rappresentasse la via per curare la sifilide, Ehrlich sintetizzò centinaia di composti organici arsenicali allo scopo di iniettarli in topi precedentemente infettati con l’agente patogeno della malattia, la spirocheta Treponema pallidum. Dei 605 composti testati da Ehrlich, quelli che davano qualche speranza di successo erano comunque troppo tossici.

Nel 1910 Ehrlich sintetizzò e sperimentò un nuovo composto, da lui classificato con il numero 606: l’arsfenamina che, oltre a rivelarsi efficace sui topi, si dimostrò anche ben tollerata. Per produrre il composto in grande quantità, e per prepararlo in una forma facilmente distribuibile e somministrabile ai malati, Ehrlich si rivolse all’azienda farmaceutica Hoechst AG di Francoforte. La sostanza venne commercializzata in fiale di vetro, ciascuna contenente una dose singola di arsfenamina in polvere da solubilizzare in acqua prima di essere iniettata, e fu esportata in tutto il mondo con il nome commerciale di Salvarsan.

Nel 1916 gli scienziati della Bayer misero a punto un farmaco efficace per la cura della tripanosomiasi o malattia del sonno, una patologia tropicale causata da microrganismi denominati tripanosomi e veicolata dalle mosche tse-tse, che colpiva sia il bestiame sia gli esseri umani.

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