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Introduzione; I sistemi sociali premoderni; Le classi secondo Marx; La concezione sociologica americana; L’uso comune odierno e la società postindustriale
In alcune società antiche, e ancora nell’India moderna, il sistema sociale viene suddiviso rigidamente in caste ereditarie, attraverso le quali ciascuno viene fissato in un ruolo assegnatogli da una divisione sociale del lavoro risalente ancora a un sistema di produzione molto arretrato. Nel sistema delle caste, che proietta all’interno del genere umano le divisioni di specie esistenti in tutto il regno animale, l’unica speranza di mobilità sociale risiede nella trasmigrazione, e in particolare nella promessa di rinascere in una casta sociale superiore se si è vissuti santamente in questa vita, ovviamente soprattutto nel rispetto degli obblighi della propria casta e dei privilegi di quelle superiori (ma pende anche la minaccia, in caso contrario, di rinascere in una casta sociale inferiore o addirittura in una specie animale). Lo stato democratico indiano, ispirato al concetto di uguaglianza dei diritti, ha ufficialmente abolito le caste, ma esse sopravvivono di fatto nella realtà quotidiana della sua sterminata popolazione.
Al primo significato di classe sociale diede organicità e pregnanza Karl Marx nel XIX secolo. Egli affermò che, una volta stabilita attraverso le rivoluzioni americana e francese di fine Settecento l’uguaglianza giuridica dei cittadini, la società capitalistica si era sostanzialmente ridotta a due classi in conflitto tra loro: la borghesia e il proletariato. Della borghesia, composta dai proprietari dei mezzi di produzione e dai loro funzionari, sono porzioni distinte: i proprietari terrieri, legati alla rendita fondiaria (cui di fatto sono assimilati anche i coltivatori diretti, o contadini); la piccola borghesia, ossia i ceti che svolgono le funzioni necessarie al funzionamento dello stato e dell’organizzazione sociale (insegnanti, liberi professionisti, artigiani, impiegati delle amministrazioni ecc.); e, soprattutto, la grande borghesia dell’imprenditoria e della finanza. Il proletariato è formato da quelle masse di persone che, liberate grazie alle rivoluzioni politiche dai vincoli feudali e corporativi e grazie alla rivoluzione industriale e alla generalizzazione del lavoro salariato dalla dipendenza economica dai prodotti della terra, si sono inurbate e in parte sono state assorbite dalla fabbrica, in parte, quelle rimaste disoccupate, hanno costituito l’“esercito industriale di riserva”.
La terminologia marxiana, sia pure con aggiustamenti, è stata per lungo tempo prevalente nella storiografia e in gran parte della sociologia europea, benché vi siano stati studiosi europei, come Gaetano Mosca, Vilfredo Pareto e altri, che utilizzarono la seconda accezione del concetto di classe. Tale concetto che, come il primo, ha illustri precedenti nella storia del pensiero occidentale, è diffusissimo nella sociologia statunitense, dove ha trovato efficace sistemazione in Talcott Parsons in particolare, il quale ha portato alle estreme conseguenze gli sforzi del tedesco Max Weber per contrastare il determinismo marxista con la considerazione dei fattori socio-culturali oltre che di quelli economici nella formazione dei sistemi sociali e delle classi.
Nell’uso comune, soprattutto in quello giornalistico, è frequente la confusione tra le due accezioni. Tuttavia, mentre da una parte il primo significato ha condiviso il declino delle ideologie socialiste e comuniste, dall’altra la trasformazione della società industriale nei paesi avanzati, che ha reso sfocato il confine tra le diverse componenti sociali, ha indotto sempre più spesso all’adozione del secondo significato anche nella cultura europea. Nei paesi avanzati, infatti, la forte contrazione del proletariato di fabbrica e l’innalzamento generale del tenore di vita e dei consumi hanno plasmato strutture sociali in cui i confini determinati dai rapporti di proprietà e di produzione sono sempre più evanescenti. In realtà, la globalizzazione dell’economia ha dislocato in altre parti del mondo la produzione manifatturiera e il proletariato di fabbrica, e, soprattutto, ha spostato a livello mondiale quei confini, mentre nella società postindustriale ha creato da un lato una diffusa “classe media” e dall’altro dei ceti emarginati, sempre più consistenti e sempre più frammentati. Questi ceti possono sopravvivere in parte grazie alla distribuzione, con lo stato sociale (d’altronde contestato in ampie porzioni della classe media), di alcune quote delle immense risorse drenate a livello globale; in parte, disgraziatamente, grazie ad attività illegali più o meno organizzate e più o meno distruttive dell’ordine sociale (vedi Devianza).
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