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Malattia di Creutzfeldt-Jakob o CJD Patologia degenerativa del sistema nervoso, causata da agenti infettivi denominati prioni o proteine prioniche (PrP), che colpisce tipicamente soggetti di età superiore ai 60 anni. Una variante della malattia, identificata negli anni Novanta e indicata come nv-CJD, si manifesta invece in soggetti giovani, aventi in media 29 anni.
L'accumulo di una forma anomala della proteina PrP, normalmente presente nel sistema nervoso e coinvolta nella trasmissione degli impulsi a livello delle sinapsi, porta alla progressiva degenerazione del tessuto cerebrale, che assume un aspetto spugnoso. Si verifica una consistente diminuzione del numero di neuroni, la cui gravità si traduce nella comparsa di caratteristici sintomi neurologici. L’esordio comprende perdite di memoria e progressive difficoltà di deambulazione, segni che clinicamente sono comuni ad altre malattie neurodegenerative. Compaiono improvvise e brevi contrazioni involontarie dei muscoli, che causano movimenti a scatti (mioclonia); si rilevano inoltre irritabilità, affaticamento e disturbi del sonno. In seguito diventano evidenti deficit della maggior parte delle funzioni cerebrali, con perdita di tutte le funzioni intellettive e dell'equilibrio, paralisi, disturbi sensoriali e del linguaggio, disorientamento, tremore, spasmi muscolari e altri segni della progressiva distruzione della funzionalità cerebrale. La patologia progredisce rapidamente e ha esito fatale; la durata media è di 4,5 mesi. Al momento attuale non esiste alcuna terapia efficace. La biopsia del tessuto cerebrale eseguita dopo il decesso dimostra la presenza di ammassi scuri, corrispondenti ad aggregati di proteine prioniche, e perforazioni causate dalla degenerazione del tessuto.
L’eziologia della CJD, ovvero la causa che ne determina l’insorgenza, non è ancora chiarita. Si conoscono tre forme della malattia, scatenate da fattori diversi. Nella forma iatrogenica (meno del 5% dei casi), la malattia viene probabilmente trasmessa da strumenti chirurgici contaminati, trapianti di cornea o di dura madre oppure dalla somministrazione dell’ormone della crescita (estratto di ipofisi); la forma sporadica (responsabile dell’85-90% dei casi) è causata probabilmente da mutazione spontanea del materiale genetico del prione; infine, la forma familiare (produce il 5-10% dei casi) è dovuta a trasmissione genetica del gene mutato (infatti, il gene che codifica per questa glicoproteina si trova nell’uomo sul braccio corto del cromosoma 20; eventuali mutazioni di questo gene possono essere trasmesse ereditariamente). Nel caso della forma acquisita, tra il momento dell’esposizione e l'esordio della malattia può intercorrere un periodo di tempo molto lungo (fino a 40 anni).
Nel marzo 1996 in Inghilterra fu descritta una variante della CJD o nv-CJD che, rispetto alla forma propriamente detta, colpisce soggetti giovani (età media di 29 anni) e ha una durata media superiore (14 mesi). La fase di incubazione della nv-CJD sembra essere molto lunga (anche 10 anni); dopo tale periodo compaiono i primi sintomi, a carattere irreversibile. I pazienti mostrano inizialmente depressione o, meno frequentemente, manifestazioni di tipo schizofrenico; nella metà dei casi, descrivono sensazioni cutanee anomale (cute apparentemente appiccicosa). In seguito, intervengono difficoltà deambulatorie e movimenti involontari; nella fase terminale i pazienti divengono immobili e muti. L’esito è fatale. La diagnosi può avvalersi di elettroencefalogramma, risonanza magnetica, biopsia delle tonsille e prelievo del liquido cerebrospinale (puntura lombare). Dal 1996 al dicembre 2000 i casi di nv-CJD sono stati 87 nel Regno Unito, 3 in Francia e 1 in Irlanda. La malattia è considerata la versione umana dell’encefalopatia spongiforme bovina (BSE), descritta per la prima volta anch’essa in Gran Bretagna nel 1986. Le vie di trasmissione più probabile dal bovino all’uomo sembrano essere le preparazioni alimentari a base di carne; la maggiore infettività è a carico dell’encefalo e del midollo spinale bovino. L’ipotesi di un possibile collegamento tra la BSE e la nv-CJD fu inizialmente avanzata per la contemporanea comparsa delle due patologie nella stessa area geografica. Molte ricerche sono state svolte per confermarne la validità: ad esempio, è stato osservato che macachi infettati con la BSE sviluppavano i sintomi della nv-CJD; studi su topi hanno reso evidente la comune origine delle due malattie. La sorveglianza medica e veterinaria in 17 paesi europei ha confermato che l’incidenza della nv-CJD è massima nel Regno Unito, in cui vi è la massima esposizione potenziale alla BSE. Nel 1996 il ministro della Sanità inglese Stephen Dorrell ha ufficialmente dichiarato la possibile correlazione tra le due patologie. Non è chiaro se vi possa essere una trasmissione di tipo orizzontale, tra esseri umani; e sembra che il sangue non costituisca veicolo di infezione. Tuttavia, a scopo precauzionale, il Regno Unito ha vietato l’utilizzazione del sangue prelevato dai suoi abitanti; altri paesi, compresa l’Italia, hanno sospeso le donazioni di sangue da parte di cittadini che abbiano risieduto nel Regno Unito per più di sei mesi. Nel febbraio 2002 il ministero della Salute ha annunciato il primo caso sospetto italiano di nv-CJD, riguardante un soggetto di 25 anni di età sul quale sono stati compiuti accertamenti clinici e di laboratorio; non è possibile infatti ottenere una certezza diagnostica senza l’esame del tessuto cerebrale. Per il trattamento di questo paziente, il ministero ha autorizzato l’importazione dalla Gran Bretagna della quinacrina, farmaco antimalarico già in via di sperimentazione contro la CJD negli Stati Uniti, dopo i risultati pubblicati nell’agosto 2001 dal team del virologo statunitense Stanley Prusiner. Un altro composto che si ritiene possa avere qualche efficacia sulla malattia è la cloropromazina, impiegata nella schizofrenia ed eventualmente associabile alla quinacrina. Le due molecole sono state preferite rispetto ad altre perché ben conosciute nella loro farmacocinetica e tollerabilità, essendo utilizzate da tempo, ciò che riduce i rischi connessi ad eventuali effetti collaterali; hanno effetto a livello cerebrale, ma non è ancora stato chiarito come possano interagire con le proteine prioniche alterate, responsabili della CJD.
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