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Filosofia della scienza

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Galileo GalileiGalileo Galilei
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Realismo e strumentalismo

Nella storia della filosofia della scienza, la disputa fra realisti e strumentalisti ha costituito un tema costante. Secondo i realisti, la scienza deve svelare la struttura nascosta del mondo e le teorie scientifiche devono mirare alla descrizione di tale struttura, ipotizzando l’esistenza di aspetti del reale e di entità che non sono osservabili. I realisti non affermano l’esattezza di tutta la scienza contemporanea, ma sostengono che le migliori teorie scientifiche sono approssimativamente vere, che la maggior parte dei fenomeni di cui forniscono una spiegazione esiste davvero e che, nella storia della scienza, le teorie si avvicinano sempre più alla verità. Per i realisti, dunque, il progresso scientifico consiste essenzialmente nel produrre descrizioni sempre più ampie e rigorose di un mondo in gran parte invisibile.

Gli strumentalisti, o i convenzionalisti come il francese Pierre Duhem, invece, ritengono che compito della scienza sia “salvare i fenomeni”, cioè costruire teorie che descrivano in modo soddisfacente gli aspetti osservabili del mondo. A loro parere, non ha alcun significato descrivere ciò che non è suscettibile d’osservazione e pretendere di dimostrare che tale descrizione sia vera.

La disputa fra realisti e strumentalisti ha prodotto un vivace dibattito in entrambi gli schieramenti, che ha portato alcuni realisti a proporre un’argomentazione detta “non miracolosa”. Se realisti e strumentalisti sono d’accordo nell’affermare che le migliori teorie fisiche hanno ottenuto notevoli successi sul piano predittivo, i realisti sostengono che tale successo sarebbe un miracolo, se le teorie non fossero almeno approssimativamente vere.

Da un punto di vista logico, è possibile che un enunciato completamente falso su fenomeni e processi naturali non osservabili implichi il realizzarsi delle previsioni in questione; razionalmente, tuttavia, ciò è assai improbabile. Gli strumentalisti hanno sollevato numerose obiezioni a questa argomentazione. Secondo alcuni, inferire dall’osservazione dell’esito positivo di una teoria scientifica che i suoi enunciati sugli aspetti non osservabili del mondo sono veri significa usare la medesima forma di inferenza di cui gli strumentalisti negano la legittimità.

Altri ritengono che l’ipotesi a sostegno della verità delle teorie non sia tenuta a spiegarne anche l’esito positivo alla prova dei fatti. A loro parere, quindi, Popper era nel giusto quando diceva che la scienza si sviluppa attraverso l’eliminazione delle teorie confutate dall’esperienza.

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Conoscenza oggettiva

In passato, nonostante i numerosi punti di contrasto, realisti e strumentalisti furono perlomeno della stessa opinione nel considerare la scienza come disciplina che produce conoscenza oggettiva. In quanto tale, essa si basa sull’evidenza di dati sperimentali che aumentano progressivamente nel corso della ricerca, a differenza delle teorie che mutano in continuazione. Questa concezione “cumulativa” della scienza, tuttavia, ha subito numerosi attacchi, soprattutto a partire dalla fine degli anni Cinquanta del Novecento.

L’oggettività dei dati sperimentali è stata respinta sulla base dell’inevitabile alterazione che le teorie scientifiche producono nei dati. Non si tratta solo della parzialità degli scienziati, che tendono a vedere ciò che vogliono, ma anche del fatto che l’osservazione scientifica è possibile solo dall’interno di particolari presupposti teorici e “cornici” concettuali: l’osservazione è pertanto “carica di teoria”.

In una versione più radicale di questa concezione risulta impossibile controllare le teorie, poiché i dati sperimentali presuppongono sempre la teoria che devono controllare. Altri epistemologi ammettono il concetto di verifica empirica, ma ripropongono elementi di discontinuità storica nei dati sperimentali, parallelamente agli elementi di discontinuità riscontrati a livello teorico.

Se si può parlare ancora di progresso scientifico, questo non va inteso in termini di accumulazione di conoscenza, sia teorica sia empirica. Se la natura dell’evidenza dei dati sperimentali muta al mutare delle teorie scientifiche, e se i dati sperimentali sono la nostra unica via d’accesso ai fenomeni, allora è probabile che anche i fenomeni mutino di conseguenza. Nel corso degli anni Sessanta e Settanta tali obiezioni sono state sollevate da numerosi filosofi, tra i quali Willard Van Orman Quine, Paul Feyerabend, Imre Lakatos e Thomas Kuhn.

In particolare Kuhn, rifacendosi alle tesi del grande filosofo tedesco del XVIII secolo Immanuel Kant, sostiene che la scienza indaga un mondo che è prodotto in parte dai processi, o categorie, di pensiero di chi lo studia; ma Kuhn, al contrario di Kant, considera tali categorie mutevoli, poiché esse dipendono dalle teorie su cui si basa una disciplina scientifica in un determinato momento storico. Pertanto, quando tali teorie cambiano, cambia anche la struttura del mondo.

Questa concezione, che secondo alcuni non sarebbe altro che una sofisticata forma di relativismo, per quanto possa apparire radicale dal punto di vista ontologico, è tuttavia “normalizzante” sul piano epistemologico: secondo Kuhn, infatti, le cause dei cambiamenti scientifici sono quasi esclusivamente interne a una ristretta comunità di scienziati.

Altre recenti forme di relativismo, tuttavia, annoverano fra le principali cause di cambiamento scientifico anche fattori esterni, come gli elementi sociali, culturali e politici. È la cosiddetta “visione sociale costruttivista” della scienza. Anche in questo caso i realisti non si sono sottratti al confronto. Alcuni hanno accusato i relativisti di adottare una posizione contraddittoria: se niente può essere considerato vero, neppure il loro paradigma può esserlo.

I realisti, quindi, hanno messo in discussione la filosofia del linguaggio che sta alla base della posizione di Kuhn, cioè la convinzione che teorie successive si riferiscano a fenomeni ed entità diversi. A loro parere, inoltre, i costruttivisti sopravvalutano l’influenza che i fattori sociali eserciterebbero a lungo termine sullo sviluppo scientifico. La discussione sulla natura della scienza è antica quanto la storia della scienza e della filosofia; né si prospetta alcuna soluzione definitiva.

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