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Intolleranze alimentari Insieme di disturbi, di entità variabile, che si presentano in alcuni individui in seguito all'assunzione di alimenti che di norma sono invece ben tollerati.
Occorre distinguere dalle intolleranze alimentari vere e proprie i disturbi che in realtà sono allergie di origine alimentare, e colpiscono circa lo 0,1-1% della popolazione. Queste hanno la caratteristica di manifestarsi in breve tempo e con attacchi acuti, innescati dall’ingestione di quantità anche minime dell'alimento responsabile. Gli alimenti più frequentemente responsabili delle allergie alimentari sono le uova, i pesci, i crostacei, i molluschi e, tra i vegetali, le fragole e i lamponi. Alcuni composti in essi contenuti si comportano come antigeni, cioè come molecole capaci di indurre nel sistema immunitario la produzione di anticorpi appartenenti al gruppo delle immunoglobuline E (IgE). Ciò avviene a livello dei mastociti, cellule presenti nel tessuto connettivo della cute e di molti altri organi. A ogni successiva introduzione nell'organismo di quello stesso alimento, il fenomeno si ripete aumentando la sensibilizzazione dell’organismo. Nel soggetto allergico sono sufficienti piccole quantità della sostanza allergenica per innescare la liberazione di istamina dai mastociti e attivare la risposta immunitaria mediata dalle IgE, cui seguono in breve tempo i sintomi acuti: congiuntivite e lacrimazione, colite, diarrea, prurito, rinite, eruzioni cutanee, eczema oppure orticaria; nei casi più gravi si può arrivare a una drammatica complicazione, l’edema della gola e delle alte vie respiratorie, con rischio di soffocamento, e lo shock anafilattico. Queste manifestazioni possono essere alleviate dalla somministrazione di farmaci antistaminici. La diagnosi di questo tipo di allergie si basa su vari tipi di test volti all’individuazione delle IgE, quali il cosiddetto Prick test, il RAST e il test ELISA.
Per intolleranza alimentare si intende la reazione indesiderata a un alimento, per alcuni aspetti analoga a quella di tipo allergico, in cui non è dimostrabile un diretto interessamento del sistema immunitario. Spesso elusive rispetto ai tradizionali test allergologici, ai quali in genere danno risultati negativi, subdole perché insorgono lentamente nel tempo, hanno andamento discontinuo e tendono a divenire croniche, le intolleranze alimentari (o “reazioni di ipersensibilità non IgE mediate”) nel 1991 sono state definite dall’allergologo statunitense Allen P. Kaplan “allergie non allergiche”. È interessante osservare come la proporzione degli individui con allergie alimentari si mantenga più o meno costante, mentre negli ultimi decenni è andata sempre più aumentando quella dei soggetti con intolleranze che, nei paesi industrializzati, ha raggiunto il 20-30% della popolazione totale. Su scala globale il valore medio è del 10%. Vari fattori sembrano contribuire a tale incremento, anche se è certo difficile stabilire quali abbiano maggiore o minore rilevanza; tra essi, l’allattamento artificiale precoce, l’immissione nell’ambiente di nuovi composti sintetici inquinanti, una sempre maggiore standardizzazione degli alimenti di origine industriale (che riduce il numero degli alimenti con cui si entra in contatto, favorendo l’ipersensibilizzazione verso quelli meno consueti); la diffusione delle vaccinazioni (che portano indubbi benefici ma possono interferire con le capacità di risposta immunitaria dell’organismo); particolari tecniche di coltura e di allevamento intensivi di piante e animali destinati al consumo umano (uso di pesticidi, diserbanti, farine animali, antibiotici, ormoni e così via). Le intolleranze alimentari si sviluppano in modo graduale; l’esposizione dell’organismo a un determinato composto dà luogo a una sensibilizzazione, cioè a una stimolazione immunitaria di piccola entità che non produce sintomi. Con un fenomeno di accumulo, paragonabile a una sorta di intossicazione, l’organismo diviene capace di produrre una risposta anche a quantità ridotte del composto sensibilizzante; si è, dunque, ipersensibilizzato. Poiché il processo è protratto nel tempo, è assai difficile determinare se una o più sostanze, e quali, siano le cause della reazione. I disturbi sono molto variabili; possono comprendere tra l’altro: asma e tosse; crampi addominali, colite; cistite; orticaria, dermatiti, acne, eruzioni cutanee; artrite, spasmi muscolari; angina e tachicardia; cefalea, vertigini, insonnia o sonnolenza, difficoltà di concentrazione.
Un metodo attendibile per scoprire se un alimento è responsabile dei disturbi è la cosiddetta dieta di esclusione-scatenamento, in cui si parte da un regime alimentare ristretto (per 15-20 giorni) cui segue l’introduzione di ciascuno dei possibili alimenti sensibilizzanti. In realtà, a causa del tempo richiesto da questa tecnica, delle difficoltà che l’individuo può incontrare nell’osservarla e del rischio che, a lungo termine, si verifichino carenze nutrizionali, questa pratica non è sempre consigliabile. Si va diffondendo invece l’uso del test DRIA, giudicato da molti autori più affidabile.
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