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Clonazione

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Primo clone di un mammiferoPrimo clone di un mammifero
Struttura articolo
3.1

Cenni storici

I primi esperimenti di clonazione di organismi pluricellulari furono compiuti negli anni Cinquanta, sulle rane. Uova di rane vennero private del loro nucleo e inoculate con nuclei di cellule dell’epitelio di rivestimento dell’intestino; gli embrioni che si ottennero vennero quindi cresciuti in vitro. Nel 1979 furono compiuti esperimenti sulla divisione di embrioni, allo stadio di otto-sedici cellule (dette blastomeri) in modo da ottenere embrioni identici. Nel 1993 la tecnica della separazione dei blastomeri fu applicata all’uomo: due ricercatori statunitensi, Jerry Hall e Robert Stillman, dopo avere ottenuto embrioni umani mediante fecondazione in vitro, ottennero 48 cloni di tali embrioni, che successivamente congelarono.

3.2

Un clone famoso: la pecora Dolly

Alla primavera del 1997 risale la prima vera clonazione, eseguita cioè mediante trasferimento di nucleo, di un mammifero, la famosa pecora Dolly, ottenuta al Roslin Institute di Edimburgo. L’animale fu ottenuto inoculando in una cellula uovo, privata del nucleo, il nucleo di una cellula prelevata dalle mammelle; tale cellula fu stimolata a dividersi per mitosi mediante stimolazione elettrica; si ottenne un embrione di poche cellule che fu impiantato nell’utero di una pecora. La nascita di Dolly in realtà seguì una lunga serie di insuccessi: 277 tentativi furono compiuti prima dell’ottenimento di questa pecora e, in seguito, nessuna delle prove successive di clonazione di un mammifero adulto sembrò dare esito positivo. Alcuni ritennero che la riuscita di questa clonazione fosse da ritenersi fortuita e che la clonazione dei mammiferi fosse ancora di lontana realizzazione.

3.3

Nuovi esperimenti

Nel luglio 1998 vi fu l’annuncio dell’ottenimento di circa 50 topi-cloni da parte di un gruppo di ricerca hawaiano, guidato da biologi delle Università di Tokyo e delle Hawaii. La tecnica impiegata in questo esperimento fu denominata tecnica di Honolulu: il procedimento si basò ancora, come nel caso di Dolly, sull’inoculazione del nucleo di una cellula somatica entro una cellula uovo denucleata. A differenza della tecnica usata a Edimburgo, però, la divisione cellulare della cellula uovo dopo l’inoculazione, per ottenere un embrione, fu ottenuta con stimolazione chimica. L’embrione fu impiantato quindi nell’utero di una femmina di topo. Il successo degli esperimenti sui topi suscitò sorpresa nella comunità scientifica, sia perché si riteneva che questi roditori fossero inadatti a essere clonati, per la rapidità con cui evolvono le prime fasi embrionali, rendendone difficoltosa la manipolazione, sia perché nel corso di tale esperimento furono anche creati cloni da animali clonati.

3.4

Un clone umano

Un successivo passo in avanti nella storia della clonazione fu quello avvenuto nel dicembre 1998, quando l’Università Kyunghee della Corea del Sud annunciò di avere prodotto un embrione umano a partire da una cellula somatica adulta, e di averlo però distrutto dopo la quarta divisione cellulare. Anche in tale esperimento fu utilizzata la tecnica di Honolulu. La cellula somatica impiegata sarebbe stata prelevata da una donna sottoposta in precedenza senza successo a tentativi di riproduzione assistita. Sempre nel dicembre 1998, un gruppo di studio giapponese dell’Università Kinki di Nara riuscì a ottenere otto vitelli clonati a partire da cellule somatiche di mucche adulte; in questo caso, il nucleo da impiantare nelle cellule uovo fu prelevato da alcune cellule delle ovaie (cellule del cumulo ooforo, che circondano le cellule uovo nel follicolo di Graaf, e cellule epiteliali che rivestono il lume delle tube di Falloppio). In questa ricerca fu ottenuta un’alta percentuale di embrioni: circa il 50% delle cellule del cumulo ooforo e il 23% delle cellule epiteliali si svilupparono in vitro in embrioni pronti per l’impianto nell’utero di mucche portatrici.

3.5

Recenti provvedimenti giuridici

Nel dicembre 1998 il governo inglese rese nota l’intenzione di autorizzare l’uso di embrioni umani a scopo terapeutico; secondo alcuni esponenti della comunità scientifica, le cellule embrionali potrebbero sostituire cellule danneggiate o essere stimolate a produrre tessuti con cui sostituire quelli lesionati in caso di patologie come l’artrite reumatoide, il morbo di Parkinson o il morbo di Alzheimer. Giudicata in contrasto con la “Convenzione di Oviedo per la protezione dei diritti umani e della dignità dell’essere umano riguardo all’applicazione della biologia e della medicina”, approvata dal Consiglio d’Europa nel 1997, la decisione fu accolta con ostilità in alcuni ambiti della comunità scientifica e civile; in particolare, in Italia il divieto di produzione di embrioni umani finalizzati a sperimentazione è stato ribadito con un’ordinanza del Ministero della Sanità del 30 dicembre 1998. Il divieto non è valido per la clonazione di organismi transgenici, utilizzati per la produzione di farmaci salvavita. Il tema della clonazione continua a suscitare, al di là delle decisioni giuridiche finora adottate, molte controversie. Vedi anche Bioetica.

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