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Sviluppo sostenibile Modello di sviluppo in cui la crescita economica e sociale viene perseguita entro i limiti delle possibilità ecologiche del pianeta, senza compromettere l’integrità degli ecosistemi e la loro capacità di soddisfare i bisogni delle generazioni future. Il concetto di sviluppo sostenibile si fonda sull’attuazione di un utilizzo e di una gestione razionali delle risorse, che soddisfino adeguatamente i bisogni fondamentali dell’umanità. Requisiti necessari dello sviluppo sostenibile sono: la conservazione dell’equilibrio generale e del valore del patrimonio naturale; una distribuzione e un uso delle risorse in modo equo fra tutti i paesi e le regioni; la prevenzione dell’esaurimento delle risorse naturali; il decremento della produzione di rifiuti (ottenuto anche tramite il riutilizzo e il riciclaggio dei materiali); la razionalizzazione della produzione e del consumo dell’energia.
Nel 1972, con la Conferenza di Stoccolma, furono adottati a livello internazionale alcuni principi che sono alla base del concetto di sviluppo sostenibile. L’uomo viene riconosciuto soggetto responsabile per la protezione e il miglioramento dell’ambiente per le generazioni presenti e future; si afferma che le risorse naturali della Terra vanno salvaguardate attraverso una programmazione e una gestione appropriata e attenta, mentre deve essere mantenuta e migliorata la capacità della Terra di produrre risorse vitali rinnovabili. Alla fine del 1983 le Nazioni Unite decisero di istituire una commissione che si occupasse di trovare una possibile soluzione al problema del soddisfacimento dei bisogni primari, per una popolazione mondiale in accrescimento costante. La commissione (composta da ministri, scienziati, diplomatici e legislatori) tenne, per tre anni consecutivi, una serie di udienze in tutti i continenti. Incaricata di stilare una sorta di agenda programmatica, al termine del suo mandato evidenziò alcune priorità: esaminare le più urgenti questioni ambientali e creare nuove forme di cooperazione internazionale per fronteggiare in maniera globale ogni specifico problema, elevare il livello di coscienza e di educazione ambientale del personale politico-amministrativo e dei cittadini, richiedere un maggiore impegno e una maggiore partecipazione attiva da parte di tutti (individui, associazioni di volontariato, industrie, istituzioni, enti e governi). Nel 1987, con il “Rapporto Brundtland” (vedi Gro H. Brundtland), venne definito il concetto di sviluppo sostenibile come sviluppo in grado di soddisfare i bisogni del presente senza compromettere la capacità delle generazioni future di soddisfare i propri bisogni. Tale definizione si basava sulla considerazione che un ambiente degradato e depauperato nelle sue risorse non fosse in grado di garantire uno sviluppo durevole e socialmente accettabile. La protezione dell’ambiente non veniva più considerata un vincolo allo sviluppo, bensì una condizione necessaria per uno sviluppo duraturo.
Nel 1989 fu convocata la Conferenza delle Nazioni Unite sull’Ambiente e lo Sviluppo (UNCED), per uno sviluppo sostenibile in tutti i paesi. Nel 1992 le Nazioni Unite organizzarono a Rio de Janeiro una conferenza mondiale su ambiente e sviluppo, alla quale parteciparono 178 governi e 120 capi di stato (vedi Conferenza di Rio). Scopo della conferenza era l’individuazione di strategie praticabili ed efficaci per riuscire a conciliare le esigenze dei paesi poveri e quelle dei paesi industrializzati. Nel corso della conferenza fu approvata una serie di convenzioni su alcuni specifici problemi ambientali (clima, biodiversità e tutela delle foreste), nonché la “Carta della Terra”, in cui venivano indicate alcune direttive su cui fondare nuove politiche economiche più equilibrate, e il documento finale (poi chiamato “Agenda 21”), quale riferimento globale per lo sviluppo sostenibile nel XXI secolo: è il documento internazionale di riferimento per capire quali iniziative è necessario intraprendere per uno sviluppo sostenibile. Il successo della conferenza, tuttavia, fu compromesso dal rifiuto di alcuni governi di approvare le scadenze e gli obiettivi proposti dall’assemblea (ad esempio il contenimento delle emissioni di gas serra), di sottoscrivere alcune importanti convenzioni (ad esempio quella sulla biodiversità) e di giungere a un accordo per la stesura di un piano d’azione vincolante (ad esempio, per la tutela del patrimonio forestale mondiale). La conferenza di Rio è tuttavia servita a sensibilizzare la società civile e le autorità politiche nei confronti dei problemi dell’ambiente. Nel 1992, nell’ambito del Consiglio Economico e Sociale dell’ONU (ECOSOC) è stata istituita – al fine di registrare i progressi degli stati nell’assolvere gli impegni dell’Agenda 21, valutare l’adeguatezza dei finanziamenti e ricevere e analizzare contributi di organismi non governativi – la Commissione sullo sviluppo sostenibile. Nel 1993 in Italia è stato emanato il “Piano nazionale per lo sviluppo sostenibile”, in attuazione dell’Agenda 21, che costituisce un esame dello stato di attuazione delle politiche ambientali. Nel 1994, con la “Carta di Ålborg”, è stato fatto il primo passo dell’attuazione dell’Agenda 21 locale, firmata da oltre 300 autorità locali durante la “Conferenza europea sulle città sostenibili”: sono stati definiti i principi base per uno sviluppo sostenibile delle città e gli indirizzi per i piani d’azione locali. Dopo cinque anni dalla conferenza di Rio de Janeiro, la comunità internazionale è tornata a discutere dei problemi ambientali, e in particolare di quello del riscaldamento globale, in occasione della conferenza di Kyoto, tenutasi in Giappone nel dicembre 1997. Mentre a Rio de Janeiro erano stati fissati soltanto criteri generali, a cui le singole nazioni si sarebbero potute ma non necessariamente dovute attenere, a Kyoto è stato stilato un Protocollo con obiettivi precisi e vincolanti, segno di una piena presa di coscienza della necessità di attuare un modello di sviluppo sostenibile. Il protocollo impegna i paesi industrializzati e quelli a economia in transizione (i paesi dell’Est europeo) a ridurre complessivamente del 5% le principali emissioni di gas capaci di alterare l’effetto serra naturale del nostro pianeta nel periodo compreso fra il 2008 e il 2012. I criteri fissati dal protocollo di Kyoto, inoltre, sono stati all’ordine del giorno della conferenza sul riscaldamento globale tenutasi in Argentina nel 1998. Gli attuali modelli di consumo, nonostante gli incrementi di efficienza consentiti dalle nuove tecnologie, sono in conflitto con le capacità dell’ecosistema terrestre di sopportare impatti ambientali e prelievi indiscriminati delle risorse disponibili. L’obiettivo dell’efficienza è condizione necessaria ma non sufficiente per lo sviluppo sostenibile. Questo mutamento può essere realizzato introducendo strumenti economici (ad esempio le tasse ambientali), informativi (etichetta ecologica) ed educativi (educazione ambientale nelle scuole).
L’urgenza di definire strategie globali sui temi più critici per il futuro del pianeta – acqua, energia, salute, sviluppo agricolo, biodiversità e gestione dell’ambiente – ha motivato l’organizzazione di quello che è stato finora il più grande summit internazionale sullo sviluppo sostenibile, tenutosi a Johannesburg dal 26 agosto al 4 settembre 2002. Una mastodontica macchina organizzativa ha mobilitato oltre 60.000 delegati, tra capi di stato, rappresentanti di organizzazioni non governative, esperti della comunità scientifica e tecnologica, economisti ed esponenti politici, e non ha trascurato scelte ecologiche, dalla raccolta differenziata dei rifiuti al trasporto dei partecipanti mediante speciali bus catalitici. Alla conclusione dei lavori, però, assai contrastanti sono stati i pareri delle diverse parti rispetto al successo dell’incontro e, ciò che è più importante, rispetto alla reale efficacia della linea decisionale tracciata nel documento finale. Le principali associazioni ambientaliste e le organizzazioni non governative, alcune delle quali hanno protestato ritirandosi dal vertice prima della sua conclusione, si sono infatti dichiarate deluse dei risultati ottenuti. La contestazione riguarda soprattutto il fatto che gran parte degli obiettivi prefissati non sembrano accompagnati da un preciso calendario di attuazione e da una ferma volontà politica, in particolare riguardo agli obiettivi del Protocollo di Kyoto e dell’Agenda 21. Tra gli impegni principali stabiliti dal Piano di azione finale vi è quello di dimezzare entro il 2015 il numero degli individui che nel mondo non hanno accesso alla risorsa “acqua”; l’Unione Europea ha preannunciato l’iniziativa “Water for Life” che si propone di riunire partner interessati a promuovere progetti in Africa e in Asia centrale. Inoltre, sono state promosse iniziative per stimolare la ricerca e l’applicazione delle energie rinnovabili; le nove maggiori compagnie elettriche europee hanno firmato un accordo per promuovere progetti energetici nei paesi in via di sviluppo. Ha trovato l’opposizione degli Stati Uniti e dell’OPEC la proposta europea di ottenere entro il 2010 che le energie rinnovabili forniscano il 15% dell’energia totale necessaria. I paesi ricchi hanno poi stabilito che lo 0,7% del PIL venga impiegato agli aiuti per i paesi in via di sviluppo. Il termine del 2010 è stato fissato anche per i progetti dedicati alla diminuzione della perdita di biodiversità; Brasile, GEF (Global Environment Facility), WWF e Banca Mondiale hanno creato il più vasto programma di protezione della foresta tropicale. Un’iniziale intesa sulla messa al bando dei pesticidi entro il 2020 non ha poi trovato una definitiva conferma. Lo scontro si è avuto anche in merito agli aiuti economici all’agricoltura del Terzo Mondo, ritenuti dai delegati di questi paesi un ostacolo allo sviluppo e alle esportazioni; la richiesta di riduzione degli aiuti non è stata accettata da USA e UE. Importante è stata la battaglia civile che ha permesso di arrivare a un compromesso sul diritto delle donne di tutto il mondo a politiche sanitarie di base; diversi paesi musulmani e il Vaticano hanno accolto il testo finale proposto da Canada e dalla UE che norma il legame imprescindibile tra diritti umani, libertà e assistenza sanitaria di base.
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