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Teatro dell’assurdo

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Beckett: Aspettando GodotBeckett: Aspettando Godot
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Introduzione

Teatro dell’assurdo Espressione coniata dal critico e saggista Martin Esslin nel 1962 per designare le opere di alcuni autori drammatici d’avanguardia, attivi soprattutto in Francia negli anni Cinquanta, che diedero vita a una nuova drammaturgia in rottura con la tradizione del teatro occidentale.

La definizione è oggi applicata alla produzione di Samuel Beckett, Eugène Ionesco, Fernando Arrabal e ai primi drammi di Arthur Adamov, ma può essere estesa anche a certi aspetti del teatro di Jean Genet e di Bernard-Marie Koltès.

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Presupposti letterari e filosofici

Diversi per formazione e idee, questi drammaturghi erano accomunati dalla necessità di esprimere, attraverso la propria opera, l’angoscia dell’essere umano di fronte alla presa di coscienza dell’insensatezza dell’esistenza. La seconda guerra mondiale aveva minato profondamente ogni fiducia nel progresso, aveva spogliato l’uomo di illusioni, reciso radici religiose e metafisiche. I drammaturghi dell’assurdo vollero dunque rendere manifesta l’assurdità della condizione umana e la tragicomica pretesa dell’uomo di essere il motore della storia.

La percezione dell’assurdità della vita, elemento cardine della filosofia esistenzialista, si traduceva nella rottura degli schemi del tradizionale teatro realista, basato sulla caratterizzazione psicologica, la strutturazione coerente attorno a un intreccio e la preminenza del dialogo come elemento di comunicazione. La nuova forma di drammaturgia trovò appoggio negli scritti teorici di Antonin Artaud (Il teatro e il suo doppio, 1938). Eredi di Alfred Jarry e dei surrealisti, i nuovi drammaturghi fecero della destrutturazione del linguaggio e della rappresentazione di antieroi alle prese con miserie metafisiche gli elementi portanti della scrittura drammaturgica.

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Una nuova drammaturgia

Nel teatro dell’assurdo, le situazioni sceniche, i dialoghi, la recitazione, la scenografia, tutto concorre a sorprendere il pubblico, disattendendone continuamente le aspettative con azioni sceniche spesso prive di nessi causali e indipendenti dallo svolgimento narrativo. Il personaggio può cambiare nel corso della rappresentazione; sovente, la trama risulta essere circolare, facendo finire l’opera (spesso un atto unico) com’era cominciata; gli oggetti possono proliferare fino a guadagnare uno spazio e un’importanza superiore a quella dei personaggi stessi.

Rappresentativi al proposito sono La cantatrice calva (1950), La lezione (1951) e Le sedie di Ionesco. In altre opere personaggi e vicende esprimono una profonda disperazione, come in Aspettando Godot (1953) e in Finale di partita (1957) di Beckett; o ancora sono ridotti al silenzio, come in Atto senza parole (1982), sempre del drammaturgo irlandese, con il quale si drammatizza il tema del vuoto e del nulla.

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