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Cinema italiano

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Pier Paolo PasoliniPier Paolo Pasolini
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1

Introduzione

Cinema italiano Produzione cinematografica dell’Italia. La storia del cinema italiano inizia con il “cinetografo”, una macchina per registrare e proiettare immagini in movimento brevettata nel 1895 da Filoteo Alberini. Tuttavia, una vera e propria industria cinematografica sarebbe nata solo dopo un decennio, quando a Torino vennero fondate due case di produzione, l’Ambrosio Film e l’Alberini e Santoni che, ribattezzata Cines l’anno seguente, produsse La presa di Roma (1905). Da Torino, la cinematografia italiana si sviluppò e si diffuse poi rapidamente in tutto il paese: nel 1907 si contavano più di 500 sale di proiezione.

2

Gli albori del cinema italiano

Fino a tutti gli anni Dieci del Novecento l’industria cinematografica italiana gravitava nell’orbita di quella francese, dalla quale si importavano materiali, tecnologie e attori: il comico più famoso dell’epoca era il francese André Deed che, noto in patria come Boireau, aveva assunto in Italia il nome di Cretinetti. Questa posizione di subalternità durò fino a che il cinema italiano imboccò la via dei kolossal storici, realizzando opere importanti quali L’inferno (1909) diretto da Giuseppe de Liguoro per la Milano Film, Quo vadis? (1913) di Enrico Guazzoni e soprattutto Cabiria (1914), girato da Giovanni Pastrone con didascalie firmate da Gabriele d’Annunzio; fu con questi film che le case di produzione italiane vennero conosciute in tutto il mondo e il cinema italiano iniziò ad assumere una fisionomia propria. Altrettanto successo, perlomeno in Italia, riscossero i melodrammi interpretati dalle dive Lyda Borelli (Fior di male, 1915) e Francesca Bertini (Assunta Spina, 1915).

La prima guerra mondiale mise bruscamente fine a questo periodo di splendore e nel 1919 una vera e propria invasione di produzioni americane portò l’industria italiana sull’orlo della bancarotta. Nonostante l’eccezione del film d’avventura, che aveva trovato in Emilio Ghione un originalissimo talento (I topi grigi, 1918; Za la mort, 1921), la produzione andò diminuendo per tutti gli anni Venti; una lenta ripresa si ebbe solo negli anni Trenta con l’avvento del sonoro, che rese più difficile e costosa l’importazione dei film recitati in una lingua straniera.

3

Regime fascista e industria cinematografica

Un ruolo decisivo per la rinascita del cinema italiano ebbero, agli inizi degli anni Trenta, le politiche di intervento pubblico: il regime fascista, che aveva sempre considerato il cinema un efficace veicolo di propaganda e aveva prodotto notiziari e documentari, intervenne a favore del settore. A differenza di quanto accadde nella Germania nazista, la dittatura non cercò di imporre una forte linea di propaganda nazionalistica e, nonostante la realizzazione di alcuni film di dichiarata ispirazione fascista (come Sole di Alessandro Blasetti, girato nel 1929), nella maggior parte dei casi il governo si accontentò di incoraggiare l’industria cinematografica promuovendone l’autarchia economica. Vennero costruiti nuovi studi cinematografici, molto più grandi dei precedenti, e richiamati in Italia registi che avevano dovuto emigrare, come Augusto Genina (Lo squadrone bianco, 1936; L’assedio dell’Alcazar, 1940) e Carmine Gallone (E lucean le stelle e Casta diva, entrambi del 1935 e il kolossal Scipione l’Africano, 1937), oltre ad autori cui era impedito di lavorare in Germania a causa delle origini ebraiche, come Max Ophüls (La signora di tutti, 1934) e Max Neufeld (La casa del peccato, 1938; La prima donna che passa, 1940).

3.1

Il cinema dei “telefoni bianchi”

Particolare successo ebbero in quegli anni i “film dei telefoni bianchi”, definizione ormai entrata nell’uso comune per indicare un genere di film d’evasione costituito da melodrammi romantici e commedie sofisticate di ambiente genericamente altoborghese, privi di ogni riferimento alla vita quotidiana dei ceti medi e bassi. Alcuni critici hanno identificato questo filone come il cinema ufficiale del periodo fascista capace, più delle superproduzioni inneggianti al regime, di trasferire le tensioni sociali su di un piano di totale irrealtà. Fra gli autori che frequentarono il genere i risultati più significativi furono raggiunti da Goffredo Alessandrini con La segretaria privata (1931) e dal pungente e sottile Mario Camerini con T’amerò sempre (1933), Darò un milione (1935), Il signor Max (1937) e Grandi magazzini (1939), interpretati dalla coppia Assia Noris e Vittorio De Sica. Autore prolifico di “film dei telefoni bianchi” fu inoltre Raffaello Matarazzo: approdato al genere dopo l’interessante sperimentazione di Treno popolare (1933), realizzò L’avventuriera del piano di sopra (1941) e Il birichino di papà (1943).

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